"Un posto al sole", un successo italiano (e napoletano) alla soglia dei 30 anni
È la soap made in Italy più longeva di sempre, i suoi protagonisti storici fanno ormai parte della quotidianità preserale di un pubblico trasversale: in questi giorni si festeggia l'avvio della trentesima stagione sul piccolo schermo. Ma quali sono i segreti che non fanno tramontare la serie tv di Raitre e avvicinano alla grande famiglia dei personaggi? Lo hanno raccontato loro stessi, in occasione di un incontro al Festival dello Spettacolo di Milano. E pare che di smettere per il momento non se ne parli proprio!

Crescere e invecchiare, di qua e di là dello schermo: è quello che accade quando le stagioni di una fiction televisiva si moltiplicano e attraversano gli anni, tra colpi di scena (pochi), vicende portati per le lunghe, ingressi e partenze degli attori, spesso trovate inverosimili, dialoghi interminabili. L’esempio più eclatante è forse Beautiful, ma se ne potrebbero fare tanti altri.
In Italia, dall’ottobre 1996 su Rai 3 c’è “Un posto al sole”: la soap è ambientata a Napoli, in un condominio di Posillipo dove tutti si conoscono, intrecciando parentele, amori, tradimenti, crimini, abbandoni e ritorni, dramma e commedia. Un successo e un’affezione del pubblico che sono andati molto, molto al di là delle aspettative iniziali, come spiegano alcuni degli attori, presenti fin dalla prima puntata: Palazzo Palladini – il cuore di “Un posto al sole” – è ormai un po’ per loro come una seconda casa. Marina Tagliaferri è la signora Giulia, impegnata nel sociale e spesso in crisi tra le difficili situazioni dei Quartieri napoletani, dalla microcriminalità al razzismo; Alberto Rossi è Michele Saviani, il giornalista delle grandi inchieste sulla Camorra e non solo; Patrizio Rispo incarna invece il ruolo di Raffaele Giordano, il portiere che sa tutto di tutti e tiene insieme i pezzi della famiglia allargata. “Perché questo siamo, una grande famiglia in cui ci vogliamo bene, ci aiutiamo, litighiamo e facciamo pace”, in televisione come nella vita reale, così si sentono. Tra gli attori - poco divi e molto amici della porta accanto - non pochi hanno alle spalle lunghe esperienze teatrali, in alcuni casi si conoscevano ben prima del ’96. Marina Tagliaferri e Alberto Rossi molto giovani avevano recitato anche ne “I ragazzi del muretto”.
La serie tv di Raitre è arrivata già alla terza generazione, le vicende dei figli dei figli. In trent’anni di storie ne sono successe di cose, a “Un posto al sole”: tanti personaggi sono andati e venuti, alcuni spariti nel nulla, altri si sono allontanati da Napoli, altri ancora sono finiti male; ma il nucleo originale, lo zoccolo duro arricchito nel tempo da nuovi protagonisti fissi, non ha smesso di farsi convolgere nelle “vicende di palazzo”, e di fare appassionare il pubblico.
Un fenomeno televisivo e anche sociologico, si potrebbe dire. Un tratto che distingue “Un posto al sole” – da sempre Upas per gli amici - dalle serie americane è proprio la sua italianità che ha creato nel tempo forte sintonia rispetto alla realtà delle persone, ai loro problemi, interessi, speranze. “Una finestra sul Paese e la contemporaneità”, come sostengono autori e attori.
Primo ingrediente è la verosimiglianza, quindi. Nella soap non ci sono morti che risuscitano miracolosamente, malati che guariscono d’incanto, bambini che dopo cinque puntate di assenza ricompaiono pronti per il matrimonio. Gli autori seguono invece il ritmo della vita e dei periodi dell’anno, sono perfettamente contemporanei al calendario con feste comandate, vacanze estive, ricorrenze, compleanni, addirittura giornate speciali ricordate nel corso della trasmissione per sensibilizzare gli spettatori sulle urgenze ambientali e sociali. Soltanto il covid era stato del tutto ignorato, all’epoca, per una precisa scelta degli autori: troppo pesante di per sé l’atmosfera di quei mesi e anni di lockdown e angoscia per portarla anche a Palazzo Palladini…

Non sono rari nella trasmissione i “camei” che presentano come ospiti occasionali persone del mondo dello spettacolo e non solo, con l’intento di unire l’informazione all’intrattenimento, sempre comunque intoccabile e centrale. Il più recente invitato a sorpresa - ovviamente intervistato dal giornalista Michele - è stato Paolo Siani, il fratello di Giancarlo, il giovanissimo reporter ucciso dalla camorra proprio a Napoli: il 23 settembre 1985 è stato così ricordato, durante la puntata, il quarantesimo anniversario della sua scomparsa.
Secondo fattore di successo, bene sottolinearlo, è la location. Gli squarci di Napoli, il mare, i vicoli, le chiese, le piazze, i mercati: le riprese all’esterno – non frequentissime – riaccendono l’amore dei napoletani e la nostalgia di chi è lontano. C’è addirittura un “turismo upassino”, visitatori da tutta Italia che chiedono al taxista di portarli a vedere il palazzo dove si gira “Un posto al Sole”.
Non c’è però nessuna idealizzazione, soltanto la realtà, compresa quella della criminalità organizzata che di tanto in tanto diventa centrale nelle storie, tra omicidi, aggressioni, processi. Qualunque tema si affronti – da malattia dell’Alzheimer, che affligge la famiglia di uno dei personaggi, al bullismo a scuola – il linguaggio è sempre semplice, condivisibile, alla portata di tutti. E poi non dimentichiamolo, Upas è molto spesso leggerezza, non soltanto impegno e dramma: altrimenti che soap sarebbe? Ci sono tutte le componenti classiche delle serie tv, persino un po’ di Beautiful in versione napoletana: tradimenti, coppie che ritornano insieme dopo che marito e moglie si sono accoltellati a vicenda, matrimoni, gravidanze, bambini già attori in erba, intrighi, inseguimenti; come in ogni fiction che si rispetti non mancano il bar dove tutti si danno appuntamento – il Vulcano, neanche a dirlo – e l’ospedale, dove a turno sono finiti tutti, nessuno escluso. Non è assente, ogni tanto, una certa di ingenuità, ci sono interpreti meno amati e meno riusciti, o qualche situazione tirata un po’ per i capelli (con immediate proteste dei fan sui canali social!)

Durante l’incontro che - al Festival dello Spettacolo a Milano, promosso da Tv Sorrisi e Canzoni e Rete 105 - ha festeggiato la fine della 29° stagione di Upas e l’inizio della 30°, inevitabile è stata la richiesta di qualche anticipazione sui programmi futuri. Senza rendere note le nuove trame, neanche un piccolo spoiler, si è percepito nei protagonisti – presente anche Michelangelo Tommasi che da tempo interpreta Filippo Sartori – un certo ottimismo generale. La formula continua a piacere e gli attori si identificano ormai abbondantemente nei loro alter ego, non si sentono affatto intrappolati nella parte come alla lunga può accadere. Sarà perché in fondo, pur con qualche eccezione, recitano un po’ se stessi? Perché hanno ormai assunto il physique du rôle? Fatto sta che, oggi come tren’anni fa, questi volti familiari letteralmente “bucano la quarta parete”, quella dello schermo, ed entrano nelle case. Dimostrando che, dopotutto, persino nel 2025 non esistono soltanto i social.
Eleonora Poli
