martedì 25 settembre 2018 - angelo umana

Un affare di famiglia, di Hirokazu Kore’eda

Se la famiglia è il posto peggiore dove nascere – che è cosa plausibile e per giunta pare lo abbia detto Sigmund Freud – questa “sfortuna” iniziale può venire emendata: i membri pian piano vanno a comporre una famiglia diversa, non più facendo parte di quella originale, per i motivi più svariati, interesse, affezione che si crea, bisogno di cibo e calore. Un affare di famiglia ne propone una di sei membri, che vivono in povertà in un ambiente suburbano del grande e operoso Giappone: c'è una nonna che con la sua pensione (di reversibilità) sfama gli altri, un papà comprensivo che col lavoro precario si arrangia e che ai ragazzi può insegnare a rubare nei negozi, Non avevo altro da insegnare dirà, una mamma amorevole, la sua giovane sorella che lavora in un locale per soli uomini, un ragazzino il quale sa che i bambini che non possono studiare a casa allora vanno a scuola ed una trovatella di 5 anni, ultimo arrivo, che tutti prendono a benvolere. Vi si sente parlare di contratti di solidarietà, di risarcimento danni, e sopravvivono tutti, accontentandosi di piccole cose, senza nemmeno potersi permettere il funerale alla morte della nonna. L'atmosfera è idilliaca, se sei tu a scegliere è più forte il legame ha detto la mamma, e questo sembra essere il senso di questa famiglia spontanea. Del resto se non si è stati voluti come si può essere amorevoli con gli altri?, ed è un'altra massima di questa commedia seria, Palma d'Oro a Cannes 2018. Le parole provengono dalla “mamma”, a cui non sembra vero di poter abbracciare e carezzare una bimba così piccola, letteralmente tolta dalla strada e probabilmente abbandonata dai genitori naturali.

Non ci sono pietismi o forti emozioni nel film, tutto avviene spontaneamente, una auto-organizzazione che pure una società sviluppata, con le sue regole e le sue leggi, forse non riesce ad assicurare. Carino, fantasioso, ma purtroppo non si può e cmq il regista Kore'eda Hirokazu ha il merito di farci interrogare su cosa è giusto e cosa è sbagliato per l'essere umano e per il sociale, su cosa la società vuole dal singolo.




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