giovedì 10 giugno - Marina Serafini

Un Paese...

Tempo di pandemia, giugno 2021, una estate che fatica ad affermarsi. Pioggia torrenziale e caldo umido... gli effetti della crisi climatica sono sempre più evidenti. E ancora qualcuno non vede. 

Mi avvio al centro vaccinale per il richiamo: appartengo al gruppo che ha ricevuto Astrazeneca. Ieri notte ho avuto la febbre, e la mattina sono seguiti brividi di freddo… da un anno mi è stata diagnosticata una malattia autoimmune, e un evento tragico degli ultimi mesi ha contribuito a peggiorare il mio stato di salute. In questi giorni ho assistito alle pesanti reazioni di chi ha terminato il ciclo vaccinale, e sono onestamente preoccupata. 

Ieri ho cercato inutilmente di spostare l'appuntamento per avere il tempo di fare un tampone, ed eventualmente riprendermi un po’, ma non c'è stato modo: "non ci sono slot disponibili: se non si presenta al richiamo dovrà rifare tutto da capo".

 Sono turbata: non esiste un piano B? Come è possibile? Un paese che si dice civile e attento alla salute dei suoi cittadini... decido di superare la notte e vedere come va.

Tachipirina, freddo, grande sudata. Stamane sveglia presto, doccia bollente e ricca colazione. Mi distraggo cucinando i piselli freschi che ho preso ieri dall'amico ortolano, e intanto mi ascolto.

 Ancora qualche brivido e un po’ di sudore. Magari è solo per via della doccia bollente, mi dico.

 Andiamo, mi presento e ripropongo la questione. 

Arrivo puntuale ma l'appuntamento si rivela una farsa: mi dicono di seguire la fila, che consiste in una coda di due km di persone arrabbiate, che si lamentano a gran voce per la disorganizzazione, e che si confrontano in modo concitato su come è andata ad amici e conoscenti. Osservazioni corrette, luoghi comuni e tante generalizzazioni - giustificate, ahinoi, dall'andamento politico di questo strano paese. 

Fa caldo, non ci sono tettoie, e nella sciagurata file presenziano numerose persone anziane. A quasi un'ora dal mio arrivo un operatore ci informa, con fare incomprensibilmente accusatorio, che la fila è destinata solo a chi deve fare la prima dose; gli altri vanno diretti all'entrata. Sembra che il tipo ci stia accusando di star creando un problema, e la sensazione spiazzante rievoca uno di quei romanzi di Kafka, dove accadono situazioni incresciose con apparente normalità, che è però impossibile da comprendere. Un vuoto informativo che genera ansia e soffocamento, ed uno sgradevole senso di impotenza. 

Sorpresa e irritata chiedo perché non sono stati posizionati cartelli informativi. La risposta imbarazzante, gettata con fare offeso, rimanda alla "ovvia impossibilità di fare avanti e indietro per dirlo a tutti. Cosa ci vuole a capirlo?" Sopracciglio alzato e l'espressione di chi non sta in cattedra, piuttosto ci levita sopra. 

L'offesa è per me, che parlo in maniera civile con chi, la civiltà, sembra conoscerla poco...

Avanti: al bussolotto destinato all'anamnesi medica espongo per la ennesima volta la mia situazione. Uno studente di medicina mi ascolta con mezz'orecchio; si vede che è stanco. Chissà da quanto è lì e quanto ancora dovrà restare. Dice che posso procedere lo stesso con l'inoculazione, ma lo interrompo riferendo la situazione analoga di un conoscente, invitato a sottoporsi al tampone (e poi mandato in quarantena, essendosi rivelato l'esito positivo) in quanto il vaccino può scatenare reazioni pericolose in chi e già affetto da covid-19.

 Il ragazzo nemmeno mi guarda, compila un foglio, me lo consegna, e mi indica la tenda adibita ai tamponi rapidi: ci vediamo dopo, se l'esito è negativo, sennò attenderò la quarantena e il prossimo tampone. 

Avanti il prossimo.

Seguo le indicazioni, il tempo scorre senza che un filo di vento rinfreschi questa mattina torrida. Una ragazza robusta e molto sgarbata ascolta la mia richiesta, guarda i moduli che mi hanno fatto compilare, che sono il risultato di fotocopie reiterate chissà quante volte, e quindi rigorosamente illeggibili. Anche lei è molto seccata, si rivolge alle persone come a dei nemici, e anziché parlare grida. Eppure qui ci sono poche persone, tutte sedute a distanza richiesta, tranne me e una donna che compila moduli per i suoi due bambini. Sono stranieri e la piccola non vuole fare il tampone: piange perché ha paura. Ci gioco un po’, le dico che lo faccio anche io, che dura poco, non fa male, e dopo potrà divertirsi. Si lascia prendere per mano dalla ragazza arrabbiata e trascina la mamma con sé. Il contrasto è evidente: la donna dal seno pieno e rassicurante che sorride in modo dolce a me e alla bambina che, intanto, tiene gli occhi sgranati su di me. Mi ha ascoltata e ora sta per verificare se le ho mentito. Proverà dolore, ma che altro potevo dirle? A volte l'aspettativa del dolore rende ancora più insopportabile lo sfregio. E la donna più giovane, irritata e irritabile, che ha verosimilmente e comprensibilmente fretta. Anche lei, come lo studente, presidia in solitudine. Ho sentito che accettano appuntamenti anche dopo le 23.00. 

Un paese che si dice civile...

La bimba esce dalla tenda aggrappata alla madre, che le parla sommessamente, e una lacrima lunga le ha bagnato la guancia; è ancora lì che scende. Le ricordo che ha finito, si e liberata e ora andrà a pranzo.

 E dunque entro io. Il mio primo tampone: una brutta esperienza, dolorosa e invasiva. Mi sento come un oggetto buttato tra altri. "Si sieda e attenda 20 minuti". Ci trattano come appestati, e magari nemmeno lo siamo. Il pensiero mi va ai lazzaretti, alle quarantene, alle punizioni che subivamo da bambini nella scuola elementare... sempre la stessa storia: manca il rispetto dell'uomo per l'uomo. Un pensiero che graffia più di quanto ha fatto il bastoncino sulla mia mucosa.

Esito negativo: avviso i vicini, possono stare tranquilli.

 Fase finale: ultima fila per l'ultima dose, sperando sia davvero definitiva. Da giorni infatti i notiziari avanzano l'ipotesi della necessità di una terza somministrazione in autunno, per via delle cosiddette varianti.

Si procede per tentativi, ancora, a più di un anno di distanza dalla dichiarazione dello stato pandemico. 

Scienziati internazionali si sono confrontati sulla questione, eppure sembra ancora che domini il caos. Ovunque, ed anche qui, in un paese che si dice civile....

Foto di Mario Hagen da Pixabay 




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