giovedì 5 novembre - Pressenza - International Press Agency

USA, elezioni di metà mandato: vittoria democratica con proposte radicali sui temi sociali

Nelle elezioni di metà mandato i Democratici hanno conquistato la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti con 228 seggi e al Senato con 54, sconfiggendo la retorica razzista e violenta di Trump, che ha portato alla disfatta i candidati repubblicani ed eleggendo governatori in Stati come il Texas, il Wisconsin, l’Ohio, il New Mexico e la Georgia.

di Anna Polo

Abdul El-Sayed e Bernie Sanders (Foto di https://www.facebook.com/DrAbdulElSayed)

Al di là dei numeri, certo importanti, va sottolineato il significato politico di queste affermazioni, per i temi toccati, per le caratteristiche dei vincitori e per il tipo di campagna elettorale. Questioni sociali (tra l’altro sentite anche in tanti Paesi europei, Italia compresa) come il costo della vita, le scuole, la sanità e la casa, sono state affrontate con proposte radicali come investimenti nei servizi pubblici e creazione di alloggi a prezzi accessibili, l’abolizione dell’ICE e un attacco deciso al potere delle corporation, dei miliardari e delle lobby, portando al centro dell’attenzione le enormi disuguaglianze economiche del Paese. Un altro tema scottante, quello dei data center, con il loro immenso consumo di acqua ed elettricità, si è trovato davanti una netta opposizione degli elettori, che in almeno 29 giurisdizioni hanno approvato misure per vietare o imporre restrizioni alla loro proliferazione. E in Virginia un referendum ha cancellato dalla Costituzione dello Stato il divieto dei matrimoni tra persone dello stesso sesso.

Per quanto riguarda le caratteristiche dei vincitori, Gina Hinojosa è la prima donna latina a guidare lo Stato del Texas, Keisha Lance Bottoms la prima donna afroamericana a ricoprire la carica di governatrice della Georgia, Deb Haaland la prima governatrice nativa americana del New Mexico, Peggy Flanagan la prima senatrice nativa americana in Minnesota, Abdul El-Sayed, eletto in Michigan, il primo membro musulmano del Senato e Chris Pappas, eletto nel New Hampshire, il primo senatore apertamente gay. E Aber Kawas è la prima palestinese-americana e la prima donna musulmana a portare l’hijab eletta al Senato dello Stato di New York.

Tra i vincitori vanno citati candidati progressisti, o addirittura dichiaratamente socialisti, in maggioranza giovani, come Darializa Avila Chevalier, Claire Valdez e Brad Lander, eletti a New York, William Lawrence, eletto in Michigan, Alexandria Ocasio-Cortez, di origine portoricana e Ilhan Omar, nata in Somalia, riconfermate sempre a New York e in Minnesota. E va citato anche l’ammirevole impegno di Bernie Sanders, che a 85 anni ha partecipato a innumerevoli eventi elettorali per sostenere i suoi giovani “discepoli”.

Un’altra caratteristica fondamentale è legata al tipo di campagna elettorale, inaugurato l’anno scorso da Zohran Mamdani e poi ripreso da tutti gli altri in occasione delle primarie e poi delle elezioni di metà mandato: coinvolgimento di migliaia di attivisti, in maggioranza giovani e di comitati e associazioni di base, porta a porta e uso sapiente dei social. Dall’altra parte candidati democratici moderati o repubblicani sostenuti da lobby e miliardari, con somme enorme spese in martellanti spot elettorali, che tuttavia non sono bastati ad assicurare la vittoria.

Unica, triste eccezione, il referendum per tassare gli ultra ricchi in California: la proposition 40, imposta una tantum del 5% sui patrimoni al di sopra del miliardo di dollari dei residenti nello Stato al 1° gennaio 2026, è stata affossata da una straordinaria mobilitazione di miliardari, che secondo il Washington Post hanno speso in pubblicità 250 volte di più dei sostenitori della tassa. Il consueto spauracchio della “fuga dei miliardari” questa volta ha avuto successo, bloccando, almeno per il momento, l’avanzata di un’elementare misura di equità fiscale.

La battuta d’arresto in California non sminuisce tuttavia l’impatto della vittoria dell’ala più progressista del Partito Democratico: non solo temi sociali, ma anche forti posizioni in politica estera, con la condanna delle guerre e del genocidio condotto da Israele a Gaza. Il discorso della vittoria di Abdul El Sayed riassume bene questo potente mix: “Sappiamo tutti che il mio nome e la mia fede non sono il motivo per cui non potete permettervi la benzina, non sono il motivo per cui non potete permettervi di fare la spesa o una visita medica. Vogliamo che le nostre tasse vengano spese qui, per le nostre scuole, qui, per la nostra sanità, qui, per le nostre infrastrutture. Non vogliamo che i nostri soldi vengano mandati a finanziare apartheid, genocidio o guerra. Non dovrebbe essere difficile pagare le tasse e sapere che quei soldi saranno spesi per noi e per i nostri figli, invece di essere utilizzati per sganciare bombe sui figli di qualcun altro.”

In sintesi, da queste elezioni arriva una lezione potente: per vincere bisogna avere il coraggio di fare proposte radicali, di toccare interessi consolidati e di fare politica a contatto con la gente, radicandosi nei territori e impegnandosi senza risparmio in incontri pubblici, porta a porta e mobilitazioni. Chi, in altri Paesi, avrà il coraggio di seguire questo esempio?




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