giovedì 4 agosto - FRANCESCO ANNICCHIARICO

USA: democratici vs repubblicani (visti dalla giusta angolazione)

Il partito democratico americano, se lo consideriamo con la sua prima denominazione di democratico-repubblicano è il più antico partito americano, il cui fondatore può essere identificato in Thomas Jefferson, nel secolo dei Lumi, il XIII secolo.

Jefferson fu grande teorico politico illuminista egualitario di cui però è difficile trovare delle dichiarazioni riguardanti la condanna della schiavitù in America, ed era egli stesso possessore di una gran quantità di schiavi.

Più 'giovane' è il partito repubblicano, che fu fondato nel 1854 ed ebbe in Abramo Lincoln il suo illustre primo presidente nelle elezioni del 1860.

Su questo partito, il biografo di Lincoln, Carl Sandburg scriveva: "Elementi che Lincoln aveva descritto come "strani e discordanti, raccolti dai quattro venti", avevano formato un potente partito di giovani, bandiere sfrenate, pellegrini di fede e filosofi a lume di candela, oltre a politici speranzosi." ed inoltre: "Gli interessi industriali, dei trasporti e finanziari trovarono questo partito promettente".(1)

Lincoln, alla sua elezione del 1860, non risultò aver preso neanche un voto in dieci stati del Sud: "Quindici stati non gli diedero voti elettorali; in dieci stati del sud non ottenne neanche il conteggio di un voto popolare.". (1).

Il voto elettorale è quello del cosiddetto grande elettore, a cui confluiscono i risultati dei voti dei singoli cittadini di un determinato territorio, mentre il voto popolare è proprio quello che il singolo elettore esprime nell'urna.

Lincoln rappresentava il mondo indutriale, con epicentro nella costa orientale degli stati del nord: un 'mondo' che ripudiava la schiavitù.

L'industria non ha bisogno di schiavi, ma di consumatori.

Un esempio molto efficace che ben evidenzia la differenza tra uno Stato del nord privo di schiavi (l'Ohio) ed uno del sud a forte densità schiavistica (il Kentucky), lo ha proposto il grande antropologo e politico francese Alexis de Tocqueville, che, a seguito del suo viaggio del 1831-32, nella sua 'Democrazia in America" riporta:

"Il fiume che gli indiani avevano chiamato per eccellenza Ohio, o la Bella Riviera, bagna con le sue acque una delle più splendide vallate in cui l'uomo abbia mai soggiornato. Sulle sue rive si stendono terreni ondulati dove il suolo offre quotidianamente al lavoratore tesori inestinguibili: in entrambe le parti l'aria è egualmente sana e il clima temperato; il fiume segna la frontiera di due vasti stati: uno che segue sulla sinistra le mille sinuosità dell'Ohio si chiama Kentucky, l'altro sulla destra ha preso il nome del fiume stesso. Questi due stati differiscono solo in un punto: il Kentucky ha ammesso gli schiavi, l'Ohio li ha tutti respinti da sé.

Il viaggiatore, che navigando nell'Ohio si lascia trasportare dalla corrente fino alla confluenza col Mississippi, naviga dunque fra la libertà e la schiavitù e può quindi vedere facilmente quale delle due sia più giovevole all'umanità .

Sulla riva sinistra del fiume la popolazione è rada, di tanto in tanto si vede una torma di schiavi che percorre con aria negligente campi semideserti, la foresta primitiva compare continuamente, si direbbe che la società sia addormentata; l'uomo sembra ozioso; la natura soltanto offre l'immagine dell'attività e della vita .

Dalla riva destra invece si alza un rumore confuso che proclama da lontano la presenza dell'industria; ricche messi coprono i campi, eleganti dimore annunciano il gusto e le cure del lavoratore, d'ogni parte si rivela l'agiatezza, l'uomo sembra ricco e contento e lavora.

Lo stato del Kentucky è stato fondato nel 1775, quello dell'Ohio dodici anni più tardi: dodici anni in America equivalgono a più di mezzo secolo in Europa. Oggi la popolazione dell'Ohio supera già di 250 mila abitanti quella del Kentucky .

Questi diversi effetti della schiavitù e della libertà si comprendono facilmente e bastano per spiegare bene le differenze che si incontrano fra la civiltà antica e quella dei nostri giorni .

Sulla riva sinistra dell'Ohio il lavoro si confonde con l'idea della schiavitù, sulla riva destra con quella dei benessere e del progresso; là è degradato, qui viene onorato; sulla riva sinistra del fiume non si possono trovare operai di razza bianca, che temerebbero di rassomigliare agli schiavi; bisogna quindi rivolgersi al lavoro dei negri; sulla riva destra, invano si cercherebbe un ozioso: il bianco estende a tutti i lavori la sua attività e la sua intelligenza .

Perciò dunque gli uomini che nel Kentucky sono incaricati di sfruttare le ricchezze naturali non mostrano zelo né istruzione, mentre coloro che pur potrebbero avere queste due cose non fanno nulla, o passano nell'Ohio per utilizzare la loro operosità od esercitarla senza vergogna .

E' vero che nel Kentucky i proprietari fanno lavorare gli schiavi senza essere obbligati a pagarli, ma traggono poco frutto dai loro sforzi, mentre il denaro che essi darebbero agli operai liberi si ritroverebbe a usura nel profitto tratto dal loro lavoro. L'operaio libero è pagato, ma lavora più rapidamente dello schiavo e la rapidità di esecuzione è uno dei grandi elementi dell'economia." (2)

Con questa consapevolezza, vorrei 'analizzare' il voto alle presidenziali dei due Stati in questione, per evidenziare che da quando fu fondato il partito repubblicano (1854), l'Ohio ha sempre votato solo repubblicano fino ai primi del '900, mentre il Kentucky schiavista, ha sempre votato democratico fino al 1920, con una eccezione nel 1896, quando votò a maggioranza repubblicana.

Se consideriamo la guerra di secessione, risulta anche evidente che scoppiò a causa dell'elezione del repubblicano Lincoln, per volontà degli Stati secessionisti meridionali confederati, la cui classe politica era tutta del partito democratico, avendo visto il loro candidato perdente alla Casa Bianca.

A seguito della vittoria degli unionisti (nordisti) e dell'affermazione, col tempo, dell'abolizione della schiavitù, il partito democratico, che aveva il suo epicentro nella classe propriataria terriera (non più schiavista, ma neanche industriale), si rifece il 'look', e divenne il partito di ciò che si contrappone all'industria o agli industriali: cioè difesa dei lavoratori (operai), supporto allo Stato burocratico regolatorio, dispiegamento del welfare pubblico con conseguente aumento della tassazione.

In quest'ottica andrebbe vista la grandezza del presidente F. D. Roosevelt (in carica dal 1933 al 1945), che a differenza del suo predecessore repubblicano H. Hoover, fu pronto a proporre, in una condizione di grande depressione economica (dopo il crollo del 1929) e poi di guerra mondiale, una tassazione fino al 90%, e deficit pubblici enormi e che permise agli Stati Uniti di vincere e superare con buona soddisfazione anche il periodo postbellico.

E' però ancora necessario prestare attenzione a ciò che accadde, dapprincipio negli anni '80 ed in misura funesta negli anni '90 e poi 2000 del secolo scorso, facendo una breve e parziale digressione in economia politica.

Partiamo dal 1944, dove l'economia internazionale fu regolata dagli accordi di Bretton Woods.

Un aspetto fondamentale stabilito in quell'anno e ben esposto nel 1973 dall'economista Henry C. Wallich fu l'inconciliabilità di 3 aspetti dell'economia:

  • tenuta dei cambi fissi;

  • libertà di movimento dei capitali

  • autonomia della politica monetaria nazionale.

"Non si possono raggiungere i tre obiettivi insieme; si può scegliere quale sacrificare per salvaguardare gli altri due. Il sistema di Bretton Woods scelse di sacrificare la libertà di movimento dei capitali ...I controlli sui movimenti di capitali servono a porre le monete al riparo dagli attacchi speculativi non giustificati da squilibri fondamentali" (G. Garofoli) (3).

In sostanza Bretton Woods aveva posto un argine importante alla speculazione finanziaria.

Questo argine fu dapprima minato dal cosiddetto Washington Consensus del 1989, che seppur destinato ai paesi in via di sviluppo, rappresentava un pacchetto di direttive, recepite dal Fondo Monetario internazionale, Banca mondiale e Dipartimento del tesoro americano, dove si inaugurava una nuove epoca di libertà dei movimenti di capitali e veniva data importanza al rispetto dei parametri finanziari, quali il contenimento del deficit e del debito pubblico.

Quando poi negli anni '90 vi fu la Presidenza di Bill Clinton, il fenomeno del libero movimento dei capitali venne notevolmente accentuato, grazie anche alla cosiddetta 'deregulation' delle banche, che tolse i controlli sugli istituti finanziari.

Infatti dei 5 più importanti provvedimenti che hanno visto la finanza 'liberarsi' da ogni vincolo, adottati dal 1980 al 2000, solo uno è stato del repubblicano Reagan, in particolare quello sulla revoca del limite massimo dei tassi di interesse, mentre gli altri 4 furono presi dal democratico Clinton (1994 Interstate Banking & Branching Efficiency Act; 1996 modifica all' investment Advisers Act; 1999 Gramm – Leach- Biley Act ; 2000 Commodity Futures Modernization Act).

Un sintetico ma incisivo ragionamento sui motivi della crisi del 2007-2008, offre uno spunto per comprendere ciò che è accaduto dagli anni '90:

"I prodromi della crisi sono individuabili in due processi che si sono generati negli anni Novanta e nella prima decade del nuovo secolo e che sono profondamente legati alla liberalizzazione dei flussi di capitale:

1) il processo finanziarizzazione dell'economia che ha determinato una eccessiva attenzione agli obiettivi finanziari di breve periodo e con flussi ingenti di capitali che si spostavano freneticamente da un Paese all'altro e da una destinazione funzionale ad un'altra e che non sono più legati al finanziamento di investimenti produttivi e di investimenti in infrastrutture.

I flussi finanziari che vengono spostati velocemente dalle principali banche d'affari e dai più grandi istituti creditizi sono largamente superiori alle riserve delle Banche centrali e ciò indebolisce fortemente la capacità di controllo delle variabili finanziarie attraverso le manovre di mercato aperto che strutturalmente erano state, nel passato, le modalità principali utilizzate dalle banche centrali per regolare le condizioni del mercato finanziario e del mercato dei cambi e, di conseguenza, le modalità dell'accesso al credito. Il volume dei titoli finanziari (spesso sotto forma di “derivati”) è ormai diventato un multiplo enorme (pari a decine di volte) del valore del PIL mondiale o di quello dei principali Paesi;

2) il processo di delocalizzazione e decentramento produttivo a livello internazionale che ha profondamente modificato la geografia industriale mondiale e che ha sospinto verso il peggioramento della quota di reddito distribuita ai lavoratori e delle condizioni lavorative in occidente.

Tra le principali conseguenze dei processi economici appena richiamati ci sono:

- la forte caduta degli investimenti produttivi nei paesi avanzati:

- la presenza consistente di investimenti nei Paesi emergenti che tuttavia hanno assunto la forma di investimenti sostitutivi anziché aggiuntivi di quelli precedentemente effettuati nei Paesi avanzati." (3)

Ciò che ne è venuto fuori è una nuova classe elitaria potentissima, di finanzieri speculatori, vicini al partito democratico, dall'atteggiamento filantropico ed ecologista, più forte della classe industriale, tradizionalmente vicina ai repubblicani.

Un simpatico quadro della situazione lo fa l'economista Giulio Sapelli, in un' intervista, a proposito delle cause della crisi. Egli ha esclamato:

"Che cosa è successo? Che un gruppo di manager pagati con stock-option e una classe politica – i democratici americani e i socialisti europei – hanno sregolato e distrutto la finanza. Tutto quello che era stato costruito con la grande crisi da Roosevelt col New Deal.

Diciamo che l’industria era di destra e la finanza di sinistra… e loro hanno agito di conseguenza.

Basta vedere che fine hanno fatto questi qui.»

Che fine hanno fatto? (Chiede l'intervistatore)

«Vanno in giro a fare conferenze pagati da quelli che li hanno eletti e a cui loro hanno consentito di diventare miliardari: Clinton, Blair, Schroeder…» " (4).

Un ultimo aspetto importante sulla differenza tra democratici e repubblicani può essere compresa dalla politica internazionale americana.

Prendo al balzo una frase proferita dallo storico Franco Cardini in tv, a proposito della differenza tra conservatori e progressisti americani (quindi tra repubblicani e democratici): i primi sono più propensi al dialogo dei secondi.

Il motivo di questa differenza è semplice: i primi possono contare sull'appoggio dell'industria nazionale per stringere accordi commerciali all'estero, mentre i democratici non hanno questa possibilità e possono solo contare sull'apparato militare (che naturalmente è statale), nel caso si presenti la necessità.

 

(1) Carl Sandburg – Abram Lincoln – The prairie years Vol 1 – A Laurel Edition New York 1960 – traduzione mia

(2) Alexis de Tocqueville La Democrazia in America - Einaudi – 2006 – traduzione Anna Vivanti Salmon

(3) Gioacchino Garofoli - Economia e politica economica in Italia. Lo sviluppo economico italiano dal 1945 ad oggi - Franco Angeli - 2014 – Milano

(4) https://instat.wordpress.com/2021/01/11/giulio-sapelli-in-giovanissima-e-immensa-ritratto-della-nostra-societa-alle-soglie-del-new-normal-libro-di-achille-colombo-clerici/

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