lunedì 12 aprile - Giuseppe Aragno

Tutti hanno capito. Draghi no

Il mondo della «rivoluzione verde» è il nuovo confine tra storia e preistoria e non potrà nascere da una mano di vernice su un muro marcio.

 Ci vivrà una umanità tornata alla luce dalle caverne in cui l’ha imprigionata il delirio neoliberista. Una umanità che saprà di nuovo leggere, scrivere e fare di conto. Il ritorno al 2019 sognato da Draghi e dal popolo di Neanderthal che popola la Confindustria, ci riporterebbe alla preistoria, condannati all’analfabetismo e aggrediti dall’aria, dall’acqua e dalla terra avvelenate dai sacerdoti del mercato.

Per domare la pandemia non bastano medicinali e vaccini e nemmeno un progetto di transizione ecologica fondato su una innovazione tecnologica pensata per ridurre gas e produzione di energia fossile che alterano il clima. Non si tratta, insomma, di accontentarsi di un mondo un po’ meno avvelenato, ma dominato ancora dal feticcio dello «sviluppo» e dalle leggi del mercato.

Tutti l’hanno capito, tranne Draghi e il governo dei «migliori»: il nuovo alfabeto della storia non è adatto a scrivere leggi di quantità, che riciclino la preistoria; meno smog, meno rumore, meno polveri sottili, meno produzione di energie fossili non fanno la rivoluzione. O si chiamano in causa l’essenza e il ruolo storico del capitalismo, o ci si rassegna alla sorte dei dinosauri.


Draghi e il governo dei «migliori» non l’hanno capito, perché l’assenza di un’autentica cultura umanistica glielo impedisce. Gli mancano l’attitudine al dubbio e la capacità di ordinare gli eventi secondo il metodo dell’analisi storica e quel suo principio laico e fondamentale, per il quale tutto nasce, cresce e muore. Il capitalismo è stato a suo modo vitale finché ha utilizzato le risorse disponibili consentendone il ricambio, in modo da non rendersi incompatibile con gli equilibri che regolano la vita sul pianeta. Dalla «grande depressione» del 1929 – è un secolo ormai – questa scelta sempre più precaria è stata del tutto abbandonata, per inseguire uno «sviluppo» incompatibile con la legge della domanda e dell’offerta: la produzione aumenta, ma la crescita della povertà deprime la domanda e non si tratta più nemmeno di merci necessarie alla vita dell’umanità.

A poco a poco la rincorsa allo sviluppo è diventata delirio. La gigantesca macchina produttiva di un capitalismo omicida non solo produce una quantità di merci superiore alla capacità di assorbimento del mercato e contraddice se stesso, violando la libertà d’impresa e assegnando quote di produzione, ma distrugge a ritmo incessante risorse che non hanno tempo per rigenerarsi, avvelenando l’aria, l’acqua e la terra. Oggi, sul Manifesto, Bevilacqua ha rappresentato in maniera plastica questa pericolosa ignoranza. «C’è un treno» – ha scritto – «che corre a velocità crescente e in traiettoria lineare, senza stazioni e senza destinazione finale, che sembra voler uscire dalla terra e continuare nello spazio delle galassie, e l’ambizione è di fargli produrre meno fumo e meno rumore, ma spingendolo a correre ancora di più. Si fa finta di non capire (o non si capisce realmente) che il problema è il treno, non la qualità dei suoi carburanti».

Tutti l’hanno capito, Draghi e il governo dei «migliori» no. Il grande problema da affrontare è quello di un futuro in cui il capitalismo ha esaurito la sua funzione storica: è nato, è cresciuto e sta morendo. E’ incredibile, ma questo moribondo per Draghi è il futuro e in nome di un anacronistico «atlantismo», come se fossimo ancora nel secolo scorso e bastasse una «guerra fredda» per dettare il corso alla storia, vota per il blocco a Cuba e si accoda alle destre guidate da Biden.

Per una sinistra degna di questo nome, la sfida è ardua, ma ultimativa. Mentre un virus annuncia il disastro incombente, i suoi antichi valori formano il solo possibile argine alla catastrofe imminente e sono la base su cui costruire un’alternativa. Nella tragica crisi della democrazia, o la sinistra sarà la voce degli innumerevoli poveri, dei sofferenti, di chi è messo ai margini e non ha più speranza nel futuro, o non c’è via di uscita: l’umanità è prossima al suicidio.

Foto: Governo.it




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