venerdì 8 gennaio - Fabio Della Pergola

Trump esce di scena. E il trumpismo?

E così alla fine è successo. L’America ha sbattuto la faccia contro il muro dell’(im)previsto attacco, altamente simbolico, alle sue istituzioni.

Poteva andare peggio. Poteva essere un movimento insurrezionale mandato avanti per creare un caos ben peggiore di quel che è stato, con scontri protratti con la Guardia nazionale e decine di "martiri" per le strade anziché quattro vittime fra i manifestanti (una uccisa dalla polizia, uno morto per infarto, uno per ictus, un'altra schiacciata dalla folla in fuga) e una nelle fila della polizia. Fino al punto che il presidente in carica, Donald Trump, fosse stato costretto a invocare lo stato d’emergenza. E forse era proprio quello che vagheggiava nei suoi deliri solipsistici.

In fondo molte disposizioni di legge ordinaria legittimano un executive order del Presidente: tra di esse, il National Emergencies Act del 1976 che può essere rinnovato un numero illimitato di volte o il National Defense Order Preparedness del 2012 che conferisce al Presidente, in caso di stato di emergenza, il potere di esercitare un controllo diretto in vari settori. Difesa e sicurezza, in primis.

Non sono abbastanza addentro alle leggi americane per sapere se tutto questo sarebbe stato possibile in questa occasione e su quante e quali connivenze Trump avrebbe dovuto contare per portare a compimento la sua folle corsa contro il risultato del voto.

Quello che sappiamo è che la lotta, il combattimento, a cui aveva chiamato i suoi supporter si è limitato all’occupazione teatrale, poco cruenta ma non meno significativa, del Campidoglio proprio nel momento in cui stava per essere sancita una volta per tutte la vittoria dello sfidante democratico. Seduta plenaria interrotta con deputati e senatori in fuga, in mezzo ai gas dei lacrimogeni, davanti all’invasione che è costata la vita a una sciagurata donna volata fin lì dalla California, a morire per niente.

A di là dei pochi drammi veri, quale modo migliore per mettere alla berlina, ridicoleggiandola con l'irruzione di dementi vestiti da pagliacci, la sacralità del luogo?

Oggi Donald Trump ha abbassato la cresta, zittito dai social che gli hanno negato sine die la possibilità di comunicare direttamente dal suo telefonino a quello di ogni suo singolo fan ovunque nel mondo. E zittito anche da alcuni settori del suo stesso partito che avrà in corpo, da qui in avanti, il bubbone del trumpismo pericoloso per la sua sopravvivenza come un cancro, né più né meno.

Forse il presidente si è reso conto di aver alzato troppo il tiro, umiliando la massima istituzione americana insieme alla Casa Bianca. Evidentemente Donald Trump ha la tempra del buttafuori da programma televisivo, ma non certo quella di un Lenin. Forse, se i maggiorenti del partito repubblicano (o, come sembra, la figlia Ivanka) non avessero preteso la testa di Steve Bannon tre anni fa, chissà... invece l’attacco al Palazzo d’inverno oggi è finito in una tragi(comica) rappresentazione da viale del tramonto e Trump è rimasto con le pive nel sacco.

Oppure ha ottenuto quello che voleva, il massimo che poteva ottenere non potendo o volendo effettuare davvero un golpe: la massima visibilità globale proprio nel momento della sua uscita di scena. Esce di scena per entrare nel mito, si potrebbe dire.

Come i “grandi” della storia, forse. I grandi dittatori, i grandi statisti, i grandi rivoluzionari. Insomma, ci siamo capiti. Lui, che peraltro non ha fatto niente di memorabile se non blaterare di fake news ogni tre per due, entra nell’Olimpo degli Dèi. Non gli dèi di noi comuni mortali, a cui continua a sembrare un peracottaro sgradevole fino a essere repellente, ma agli occhi dei milioni (milioni!) di suo fan nel mondo. Gente che in lui vedeva la fine di quel, per loro ignobile, sistema chiamato democrazia liberale.

E qui siamo al punto, al focus di questo tentativo di “superamento a destra” dello stato di cose presente che forse era più di Steve Bannon, il “leninista” che voleva davvero abbattere il sistema, democratici e repubblicani insieme, come ebbe a dire in più di un’occasione. O, dall’altra parte del mondo, di Alexandr Dugin, amico e sodale di ogni sovranista possibile, che voleva (e vuole) il nazibolscevico “fascismo immenso e rosso”: l’antimodernismo immaginato come un ritorno alla tradizione sacra per determinare un “altro inizio” sulle orme di Martin Heidegger, cui ha dedicato un libro non a caso titolato “The Philosophy of Another Beginning”.

Il focus è lo squilibrio di un sistema che pretende di essere ciò che in realtà non è. In cui la “fine della storia” sembra intenzionata ad affermarsi, nonostante tutto, come verità assoluta per abbandono dell’avversario. Un sistema che, da quando si è palesato, in tutta la sua forza dirompente, il fallimento (che è altra cosa dalla millantata idea di una “sconfitta”) dell’alternativa comunista al progetto liberale, ha visto il “patto sociale” nelle democrazie occidentali traballare paurosamente. E se la “lotta di classe è finita e l’abbiamo vinta noi”, come ebbe a dire in soldoni il multimiliardario Warren Buffet, quello che è rimasto sul tavolo è un sistema così pieno di contraddizioni da rischiare di esplodere da un momento all’altro.

Non per evolvere verso un’idea, forse un po’ utopica e di cui si vede ben poco in progetto – salvo l'interessante proposta di critica antropologica al neoliberismo avanzata dagli economisti Ernesto Longobardi, David Natali, Andrea Ventura e altri in "L’essere umano e l’economia" – di un mondo più equilibrato, se non altro nella distribuzione della ricchezza, ma per altre e più devastanti irruzioni di “inconscio malato” che si propone di fare sì una rivoluzione contro l’esistente, ma una rivoluzione palesemente reazionaria (se non decisamente fascista) come chiedono a gran voce gli estimatori – ahimé anche di certa sinistra – di Dugin e di Bannon.

Abbiamo quindi un problema, grosso come una casa, che riemerge proprio nel momento in cui Donald Trump viene accompagnato alla porta: da quella porta, proprio per le contraddizioni che restano in casa, non uscirà il trumpismo. O come sarà chiamata qualsiasi altra cosa che vorrà riprendere, fra quattro o otto anni, quel suo percorso.

Né spariranno nel nulla il suprematismo dei razzisti, dei misogini, degli omofobi o il neonazismo, con il suo corollario di antisemiti vecchio stile, che salutò la vittoria del 2016 al grido di "Heil Trump" in un tripudio di braccia tese.

In altre parole: se è vero che il popolo americano ha decretato, con sette milioni di voti in più, di preferire il sistema all’antisistema incarnato da Trump (e Bannon), resta in ballo – solo in stand by per via della sconfitta elettorale – la pericolosissima ipotesi di superare da destra il sistema stesso. Negli USA come in Europa, s’intende.

E per questo sarebbe meglio, molto meglio, non mettersi a dormire sugli allori dopo che il sistema democratico ha sconfitto Donald Trump. È stata vinta una battaglia, ma la guerra contro i trumpismi sarà lunga e pretende di modificare l'esistente per evitare che siano altri a volerlo "modificare". Ed è evidente che è tutto molto, molto complicato.

Foto: Brett Davis/Flickr




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