lunedì 13 ottobre 2025 - Fabio Della Pergola

Trenta anni perduti

Chiunque abbia seguito almeno gli ultimi trent’anni del conflitto israelo-palestinese sa che avrebbe potuto terminare (se non nel 1947) almeno ai tempi di Oslo, o anche nel 2000 (proposta Barak), e poi anche nel 2008 (proposta Olmert).

Displacement of Gaza Strip Residents During the Gaza-Israel War 23-25.

E se ho parlato di trent’anni è perché mi riferivo all’assassinio di Yitzhak Rabin (1995) per mano di un estremista della destra religiosa israeliana, ma avrei potuto riferirmi invece al 1988 quando Hamas rese pubblico il suo statuto dove definiva waqf tutto il territorio fra il fiume e il mare, cioè “terra islamica affidata alle generazioni dell’islam fino al giorno della resurrezione” della quale non è “accettabile rinunciare ad alcuna parte”.

In sintesi parlo di quel percorso decennale che ha portato le due estreme speculari del ventaglio politico, fortemente connotate di religiosità fanatica – i coloni messianici che sognano la Grande Israele e gli islamisti radicali per i quali tutto il territorio è incedibile – a diventare soggetti politici determinanti. Sono le estreme che hanno combattuto, boicottato, impedito ogni possibilità di accordo basato sulla spartizione della terra.

Per loro la terra è sacra e proprietà divina. Perciò incedibile. E ogni trattativa finalizzata a un accordo che la divida è equivalente a un insulto verso il rispettivo dio e la rispettiva religione.

Queste due forze contrapposte e ostili fino a proporsi la totale eliminazione dell’altro – “porre l’entità sionista nel nulla” è scritto nello statuto di Hamas e sono certo che si possono trovare scritti o discorsi equivalenti nel campo del sionismo religioso – sono quelle che hanno portato, per iniziativa di Hamas, all’ultimo conflitto, le cui rovine scorrono sotto gli occhi di chiunque guardi oggi un telegiornale.

Tuttavia una differenza fra queste due ali estreme e confliggenti c’è ed è importante. Non risiede in loro, ma nel contesto in cui vivono rispettivamente.

Il fronte degli oltranzisti del sionismo religioso vive in quella che è ancora una democrazia. Gli altri hanno dato vita a un sistema di governo (nella Striscia di Gaza) dittatoriale.

Non vorrei essere frainteso, non sto parlando (anche se sarebbe lecito farlo) delle meraviglie della democrazia a fronte dell’orrore di una dittatura. Sto parlando delle opportunità o meno che i due sistemi diversi offrono a chi si oppone ai due diversi fronti intransigenti.

Il primo, quello della destra israeliana, può teoricamente essere sconfitto democraticamente alle elezioni, una volta sfiduciato questo governo o, al più, nel prossimo autunno a scadenza naturale.

Il secondo non poteva essere affrontato che militarmente, posto che ogni trattativa – e perfino un occhio di riguardo del governo israeliano nel far transitare oltre frontiera le valige piene di soldi qatarini indispensabili per tenere in piedi il sistema clientelare di Hamas e Co. – ogni trattativa politica, ha mostrato la sua totale inconsistenza davanti al massacro indiscriminato del 7 ottobre. E non esisteva alcuna possibilità interna di minarne il potere.

Si aprono perciò nuove prospettive proprio nel momento in cui Hamas è ridotto ai minimi termini, con una leadership decapitata e isolato dai suoi storici alleati libanesi, siriani o iraniani, oltre che isolato politicamente nell’intero mondo arabo e islamico.

Se il fronte islamista è stato messo nelle condizioni di non nuocere, è evidente che la palla è ora – ma non lo era prima d’ora per impossibilità di trattare ­– passata nel campo israeliano. Dove il governo è “di minoranza”, ancora sostenuto dai due partitini dell’estremismo dei coloni, ma non più dai partiti religiosi. E sta entrando in fibrillazione se è vero che le trattative in corso, imposte da Trump dopo l’attacco israeliano a Doha, con lo scambio ostaggi-prigionieri palestinesi (fra cui 250 ergastolani) stanno facendo infuriare proprio i due leader dell’estrema destra. Cioè gli ultimi sostegni alla tenuta del governo.

È quindi possibile che adesso – ma non sarebbe stato possibile prima di adesso con la presenza pericolosa di Hamas ancora in essere – Netanyahu si trovi nella necessità di ribaltare il tavolo, e pragmaticamente cinico come è potrebbe farlo pur di salvarsi dai processi in corso cercando un appoggio nell'attuale opposizione di centro-centrosinistra, mandando Smotrich e Ben Gvir a pascolare cammelli.

Verrebbe così a crearsi la condizione in cui le due ali estreme perdono contemporaneamente peso politico e la capacità di interdizione che hanno avuto per trent’anni e più. Una per disfatta militare, l’altra per sconfitta politica.

In questa nuova situazione il paradigma religioso che impediva di spartire il territorio verrebbe a mancare a favore di un ritorno al pragmatismo laico da primi anni Novanta. In cui ci si può accordare, nonostante il massacro, la guerra, decine di migliaia di morti e immani distruzioni, per una spartizione concordata, un confine (finalmente) concordato e un trattato di pace reale e definitivo. O almeno tornare su quella strada trattativista che negli ultimi trent’anni è stata ostacolata in tutti i modi.

Dopo trent’anni perduti e un numero di vittime impressionante forse si comincia davvero a intravedere qualcosa.

Foto Wikimedia




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