giovedì 5 novembre - Luca Nascimbene

Tra intercettazioni e talk show: la lente d’ingrandimento sull’infinita soap di Garlasco

Che cos’è rimasto del delitto di Garlasco? A quasi vent’anni dal tragico omicidio di Chiara Poggi, la sensazione sgradevole è che la verità processuale sia diventata un dettaglio accessorio, sommersa dal frastuono di una soap opera giudiziaria a puntate quotidiane che non vuole (e non può) finire mai.

L’ultimo atto di questa infinita rappresentazione va in scena in questi giorni di ottobre 2026. Fra studi televisivi trasformati in aule bunker da prima serata, avvocati promossi a star del palinsesto e un rimbalzo continuo di perizie e intercettazioni, il sistema giustizia-media continua a mostrare il suo volto più grottesco.

Intercettazioni, rilanci e il finto finale di partita

Proprio in queste ore, i legali di Andrea Sempio sono tornati alla carica annunciando di aver completato l’ascolto di intercettazioni definite "importanti", utili a scrollare di dosso al loro assistito l'ombra di un'indagine infinita e a rivendicare – paradossalmente – un rinvio a giudizio pur di uscire dall'imbuto di un'incriminazione perenne. Dall'altra parte, il dibattito si scalda sui dettagli storici ridiscussi in TV: verbali mai scritti, scarpe consegnate "volontariamente", perizie informatiche ripescate dal 2007 e persino la messa in discussione dei vecchi protocolli operativi del RIS.

Mentre la Procura di Pavia naviga da mesi tra capitoli riaperti, sospetti di corruzione di contorno e battaglie scientifiche sul DNA, la sensazione è che il processo non si celebri nelle sedi opportune, ma venga scandito dal minutaggio dei talk show.

Il morbo della giustizia pop

Il vero dramma del caso Garlasco non è soltanto la lentezza o la fallibilità degli accertamenti d'epoca; è il modello culturale che ha inaugurato. Garlasco è stato il vero apripista del "True Crime" all'italiana, dove il dolore di una famiglia e la privazione della libertà diventano format.

Siamo arrivati al punto in cui legali ed esperti di parte usano la pressione mediatica come leva tattica, sapendo che l'opinione pubblica non cerca giustizia, ma tifoseria. Da una parte i "colpevolisti ad oltranza" di Stasi, dall'altra gli "innocentisti della riapertura" che sventolano ogni nuovo file audio come la prova del secolo. In mezzo, la figura di una giovane vittima il cui ricordo viene puntualmente rievocato solo per fare da sfondo alle diatribe tra periti e conduttori.

Un Paese condannato all'ergastolo mediatico

Se dopo quasi due decenni una sentenza passata in giudicato scricchiola under le soffiate di nuove analisi biostatistiche o l'ascolto tardivo di tracce audio, la domanda da farsi non è più solo "Chi ha ucciso Chiara Poggi?", ma "Come funziona la giustizia in questo Paese?".

Un sistema che lascia le indagini aperte all'infinito, che demolisce e ricostruisce certezze in base all'umore dei salotti TV e che vive nell'incapacità cronica di mettere una parola "fine" definitiva, condanna tutti all'ergastolo. Non solo chi è in carcere o chi si ritrova indagato per anni, ma l'intero Paese, costretto a guardare lo stesso delitto in loop, mentre l'unica certezza rimane il vuoto lasciato da chi non c'è più.




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