Tra arte, numeri e libertà: quando la cultura diventa Costituzione
Si può educare alla libertà lavorando su segno, forma e numero? Alla Casa Circondariale di Caltagirone si provato a rispondere con un seminario sulla simbologia cimiteriale, nella cornice siciliana della Festa dei Morti. Geometrie, rapporto aureo, triangolo 3-4-5: strumenti per leggere l’arte e — un po’ — se stessi. È il cuore dell’art. 27: la pena che rieduca, la cultura come ponte.

Parlare di morte per tornare a parlare di vita. Sembra un paradosso, invece è quello che è successo alla Casa Circondariale di Caltagirone. L’I.O. (Istituto Omnicomprensivo) “C.A. Dalla Chiesa” il 30 ottobre ha portato dentro il carcere il seminario “Tra arte e numeri: letture della memoria nel segno e nella forma”. Nella cornice della “Festa dei morti” siciliana — qui i defunti non si commemorano soltanto, si festeggiano si è provato a trasformare il lutto in una grammatica comune, memoria, bellezza, cittadinanza mediante la lettura dei simboli del Cimitero Monumentale di Caltagirone (croci, cerchi, stelle, clessidre alate, colonne spezzate, palme, allori, rose, melagrane) con le loro basi geometriche e numerologiche. Le relazioni sono state tenute dalla prof.ssa Simona Puglisi, dal prof. Sebastiano Russo e dal prof. Antonio Navanzino.
La Costituzione afferma che la pena deve tendere alla rieducazione (art. 27, c. 3). Oggi però le carceri scoppiano e le cronache parlano troppo spesso di suicidi, tra detenuti e tra agenti della Polizia Penitenziaria. Riportare al centro il “trattamento” non è un lusso, è un’urgenza civile. Portare cultura dentro il carcere è dare corpo a quell’articolo che ci indirizza alla formazione e relazione, riconoscere la persona che impara, cresce, restituisce.
Simbologia cimiteriale e matematica, un binomio che prelude alla pedagogia della profondità. Parlare di morte e di libertà, di memoria e di misura, di segni e di numeri — proprio lì dove il tempo appare rallentato se non fermo — è un atto di fiducia nel recupero umano.

Se “con la cultura non si mangia” come disse un improvvido ministro, con la bellezza si può educare. Si può educare all’attenzione, alla proporzione, al limite. Un rosone ottagonale (8 come rinascita), una croce greca (4 come ordine del mondo), l’equilibrio del cerchio (unità/eternità). La matematica diventa esperienza: rapporto aureo (φ), simmetrie, triangolo 3-4-5. Parole astratte che, nei simboli funerari, si toccano con mano. Così si ricostruiscono autostima e competenze: vedere, nominare, misurare. L’hanno ricordato bene la dirigente Maria Grazia De Francisci — scuola e territorio che si incontrano nel rispetto dei percorsi di reintegrazione — e la responsabile dell’Area giuridico-pedagogica, dott.ssa Marta Pepe, sul valore rieducativo delle esperienze culturali fatte bene.
Il seminario ha messo insieme letteratura e matematica, storia dell’arte ed educazione civica. Con un’attenzione speciale alla “Festa dei morti” siciliana: una memoria che unisce, che dona, che crea legami. La lettura dei simboli del cimitero di Caltagirone — croce latina e croce greca, triangolo, quadrato, cerchio, ottagono, clessidra alata, colonna spezzata, palma, alloro — ha fatto emergere una trama di numeri e significati: 3 (triade/Trinità), 4 (cosmo/terra), 5 (umanità), 7 (pienezza/rito), 8 (rinascita), 12 (ordine/ciclo). Una mappa semplice, potente che dà forma all’emozione e misura al pensiero.
Nel carcere l’abbandono non è solo materiale. È linguistico. Mancano parole, sguardi, orizzonti. La cultura — poesia, formula, fregio in pietra — fa da ponte tra dentro e fuori, tra individuo e comunità, tra passato e futuro. Un ponte che non porta soltanto al reinserimento lavorativo, ma anche a quello culturale: riappropriarsi dei linguaggi della città, delle sue memorie, delle sue architetture, dell’amore per il territorio.
Percorsi didattici come quello dell’I.O. “C.A. Dalla Chiesa” valgono più dell’evento in sé. Sono processi lenti, faticosi, fragili. Ma sono gli unici che contrastano irrilevanza e recidiva. La formazione è spesso la differenza tra una porta chiusa e un varco che si apre.
“Imparare a leggere la matematica nell’arte”, con questo spirito si cerca di legare il fattore emotivo alla razionalità dei numeri. Allenare l’occhio a trovare l’ordine nel caos, riconoscere una proporzione nel rumore, dare un nome a ciò che sembrava muto. Anche questo è recupero. Non solo nozioni, ma rimettere in circolo fiducia, curiosità, responsabilità senza perdere mai di vista che la vera ambizione della Repubblica è riconoscere e promuovere la dignità della persona, proprio dove è più difficile.
Sebastiano Russo
