Tatiana Trouve a Palazzo Grassi
Si sta concludendo la possibilità di vedere la mostra dell’artista naturalizzata francese, mentre si è conclusa quella di Thomas Schutte a Punta della Dogana
François Pinault (1936), uno tra i maggiori collezionisti di arte contemporanea del mondo, ha sviluppato la sua “Pinault Connection” fino a un punto tale che oggi è arrivata a un insieme di oltre 10 mila opere di arte contemporanea, dagli anni ‘60 ad oggi.
Ma qual è il progetto culturale del magnate francese – che a Venezia ha acquisito, nell’ordine, Palazzo Grassi (2005), inaugurato nel 2006 ; Punta della Dogana, inaugurata nel 2009 ; il Teatrino, inaugurato nel 2013 - ? Quello di condividere la sua passione per l’arte del nostro tempo con il maggior numero di persone, articolandosi intorno a tre assi : l’attività museale ; un programma espositivo extra muros in diverse sedi ; iniziative di sostegno agli artisti e di promozione della storia dell’arte moderna e contemporanea.
A Punta della Dogana ha incontrato un confortevole successo di pubblico Genealogies, la prima grande retrospettiva in Italia di Thomas Schutte, artista tedesco nato a Oldenburg il 16 novembre 1954, che nel 2005 ricevette il Leone d’Oro alla 51-esima Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia.
Il suo lavoro, difficile da classificare, mescola tecniche e generi. Dalla fine degli anni ‘70 sculture, modelli architettonici, fotografie, disegni e incisioni costituiscono un repertorio in costante evoluzione.
Il percorso della mostra, curato da Camille Morineau e Jean-Marie Gallais, delinea l’evoluzione di alcuni temi ricorrenti nel suo lavoro : dalle rappresentazioni maschili a quelle femminili, passando dalle figure più astratte, ai modelli architettonici e alla relazione con lo spazio. Inoltre Schutte è molto interessato al rapporto tra sculture, disegno e teatralità.
Nelle sale di Punta della Dogana la dimensione tridimensionale delle sculture è sempre in dialogo con quella bidimensionale dei disegni, delle stampe e degli acquarelli. Questi ultimi l’artista raramente gli espone perché li considera una parte privata e segreta del suo lavoro, non necessariamente destinata a essere vista. E’ qualcosa che sceglie di non mostrare, ma per “Genealogie” ha accettato di farlo.

Il visitatore, lungo il percorso espositivo, è indirizzato alla scoperta delle principali tipologie delle sue rappresentazioni, come le teste singole, doppie o congiunte ; le figure in piedi intrappolate nella materia ; i busti imponenti e quasi satirici ispirati agli antichi busti romani e al clima politico e sociale contemporaneo ; le sculture di corpi femminili distese che richiamano la storia dell’arte ; i visi senza identità di genere ; la riflessione sul monumentale.
Caricaturale, talvolta maltrattata, sempre commovente, la figura umana indagata da Schütte, centrale nell’importante nucleo di opere della Pinault Collection, prende vita attraverso l’argilla, la cera, la ceramica, il vetro, l’acciaio o il bronzo, nelle figure intere o nelle teste di personaggi, sempre in relazione con il disegno e il ritratto in due dimensioni. Combinando violenza e ingegno, intimità e teatralità, serietà e umorismo, il singolare universo dell'artista lo ha consacrato come una delle figure di spicco dell'arte contemporanea.
C’è ancora tempo invece – fino al 4 gennaio 2026 – per visitare a Palazzo Grassi La strana vita delle cose, un’importante mostra personale di Tatiana Trouvé, nata il 4 agosto 1968 a Cosenza da madre italiana e padre francese, architetto, ma cresciuta per sette anni a Dakar, la capitale del Senegal, per poi, 17-enne, iniziare a studiare a Nizza e nei Paesi Bassi, fino a stabilirsi a Parigi nel 1995. Oggi vive e lavora a Montreuil.
Bruno Racine, Amministratore delegato e Direttore di Palazzo Grassi – Punta della Dogana, nel corso della presentazione alla stampa aveva ringraziato Tatiana perché, constatata la difficoltà che presenta una mostra così grande, si era concentrata per due anni. L’artista aveva sottolineato allora di aver impiegato un mese e mezzo per l’allestimento, concludendo con queste parole il suo intervento, rivolte ai presenti : Buona passeggiata nei miei mondi!
Nella mostra, Tatiana trasforma il grandioso interno di Palazzo Grassi in un vasto labirinto di spazi fisici e immaginari popolato da opere scultoree, a partire dalla grande scultura, Hors - sol che ha concepito per l’atrio, del quale ha ricoperto l’elaborato pavimento in marmo con una nuova scultura che combina, in un terreno asfaltato, elementi comunemente presenti sulle strade delle città moderne, per creare una sorta di mappa cosmologica.
Nell’asfalto nero sono incorporati calchi, fusi in metalli diversi, di tombini e piastre di copertura delle tubature di servizio recuperati dall’artista in varie città sparse per il mondo, tra cui Parigi, Londra, Roma, Venezia e New York. Suggeriscono una mappa immaginaria di un reticolo sotterraneo attraverso cui scorrono acqua ed energia.
Anche Venezia, come le altre città, era un tempo al centro di un potente impero, fondato sul dominio del Mediterraneo, ed è come se tutte le acque del mondo convergessero nella scultura di Trouvé, qui a Venezia, sotto i nostri piedi. Se i tombini sono portali verso altre dimensioni, acquatiche e psichiche, il pavimento asfaltato, visto dai piani superiori, diventa una mappa del cielo notturno, di quelli utilizzati per millenni dagli esseri umani come guida durante i viaggi per terra e per mare. La costellazione suggerisce una serie di coordinate diverse che sono utili ai visitatori per orientarsi nei mondi spaziali e temporali creati da Tatiana nell’ esposizione.
Troviamo anche disegni e installazioni che reinterpretano le coordinate dello spazio e del tempo su piani naturali e psichici .
In alcune delle sculture e delle opere su carta (settanta, mai esposte prima) più recenti è evidente la traccia che hanno lasciato nell’artista alcuni eventi drammatici, come le rivolte civili nelle strade vicino al suo studio a Montreuil in Francia nell’estate 2023 o il trauma della pandemia.
Nei primi mesi del virus è rimasta isolata nello studio di Montreuil, con la sola compagnia del suo cane. Il 15 marzo 2020, due giorni prima dell’inizio del lockdown in Francia, l’artista ha stampato la prima pagina del quotidiano Libération che titolava Coronavirus : le jour d’avant [Coronavirus: il giorno prima] e usandolo come base per un disegno. Ogni giorno, per le otto settimane successive, ha ripetuto la stessa azione sulla prima pagina di un diverso quotidiano nazionale di un’altra parte del mondo—“El País”, “La Repubblica”, “The New York Times”, “The Guardian”, il “South China Morning Post”…
From March to May è una testimonianza della storia collettiva di quel periodo; una cronaca della paura, della disperazione, della confusione, della rabbia e della speranza provate in tutto il mondo. In molti dei disegni Tatiana ha giustapposto lo spazio privato del suo studio a un reportage drammatico di un momento in cui la realtà sembrava superare la finzione. In altri ha disegnato alberi, animali, orologi, globi e illustrazioni mediche sopra titoli funesti e immagini crude. I disegni restituiscono il senso di isolamento e la minaccia esistenziale che hanno caratterizzato la pandemia. Su una prima pagina del “Times of India”, ha raffigurato un pipistrello, la probabile origine del coronavirus. Un disegno del suo cane Lulù racchiude la fotografia di una fila di persone socialmente distanziate in coda per comprare del cibo, e un viticcio di foglie cresce attorno a un titolo del quotidiano keniota “The Star” che parla di una possibile cura a base di erbe. I disegni di Trouvé suggeriscono che tutto è collegato, tutto è intrecciato: pubblico e privato, individuale e collettivo, dalla mutazione dei geni in un pipistrello al destino dell’umanità.
Nel 2013, Tatiana ha iniziato una serie di sculture intitolate The Guardians. Ogni Guardian è unico, ma condivide alcuni elementi con le altre opere dello stesso gruppo. C’è sempre una sedia o una panchina, e alcuni oggetti personali: vestiti, un paio di scarpe, una coperta, un cuscino, una borsa, una valigia, libri e ricordi. Vari Guardians sono disposti come sentinelle nelle sale della mostra. Le opere, che comprendono parti scolpite in diverse pietre tra cui il marmo, l’onice e la sodalite, e oggetti fusi in bronzo e ottone, fungono da surrogato dei guardiani e delle guardiane del museo che sorvegliano la mostra tenendo per sé i propri pensieri. I titoli dei libri di pietra che fanno parte di molte sculture spaziano su un’ampia gamma di argomenti: scienze naturali e fantascienza, antropologia e anarchismo, i mondi onirici dei popoli indigeni e la coscienza delle piante. Offrono uno sguardo sull’interesse di Tatiana per i sistemi alternativi di conoscenza rispetto a quelli che hanno plasmato la società occidentale dall’Illuminismo a oggi. I Guardians sono custodi della cultura e portatori di credenze in un futuro diverso. Molti di questi libri sono stati scritti da donne.
Tatiana considera il suo lavoro come un ecosistema in cui circolano vari elementi, configurati in una comunità di forme a generare diverse narrazioni possibili.
The Residents esemplifica questo aspetto della pratica dell’artista. Un gruppo di sculture è stato riunito, sospeso nel tempo e nello spazio, in attesa che il visitatore vi giri attorno. Su uno dei palett si trova una forma forse antropomorfa, apparentemente realizzata con fango (di bronzo) raccolto in diversi secchi.
Alcuni degli elementi di The Residents sono stati installati per la prima volta nel 2021 sulla costa orientale dell’Inghilterra, all’interno di una struttura abbandonata e sommersa dall’acqua, un tempo utilizzata come sito per i test nell’ambito del programma britannico per le armi nucleari avviato nel dopoguerra.
A Venezia, le sculture sono state riconfigurate con altri elementi, per suggerire uno scenario in cui l’opera rimane incompiuta. Chi potrebbero essere questi residenti? A quale società, a quale sistema di credenze potrebbero appartenere? Quale sarebbe la funzione della scultura che stanno realizzando?
Nel corso della mostra, oggetti e immagini transitano tra la bidimensionalità e la tridimensionalità, apparendo e riapparendo in scenari diversi. Creando un andirivieni tra un passato lontano, un presente turbolento e futuri possibili, il lavoro di Tatiana porta il visitatore in una fisarmonica di mondi spaziali, mentali e temporali in cui, come ha dichiarato nel 2008, tutti gli elementi che compongono questi mondi si connettono tra loro attraverso affinità, echi, reminiscenze, e questi rapporti disegnano/tracciano un vagabondaggio condiviso, senza origine né fine, in un ecosistema completamente aperto”.
L’ecosistema creato da Tatiana attinge a una grande riserva di immagini, scritti e ricordi; a un ampio repertorio di tecniche che comprendono la colata e la fusione, la sbiancatura e il disegno, l’intaglio e la filettatura; a una straordinaria gamma di materiali, dall’asfalto al marmo, dal bronzo alla canapa, dal vetro agli specchi. L’artista li applica a una straordinaria varietà di oggetti, tra cui rocce e fiori, valigie e scarpe, lucchetti e chiavi, radio e registratori, coperte e libri, per costruire, nelle sue sculture e nei suoi disegni, mondi che sono allo stesso tempo disorientanti e ipnotici, inquietanti e affascinanti.
Per coloro che non fossero riusciti a vedere una o entrambe le mostre, Marsilio Arte ha edito due cataloghi approfonditi : 300 pagine, con 120 illustrazioni a colori, per Tatiana Trouvé ; 304 pagine con 350 illustrazioni a colori e in bianco e nero, per Thomas Schutte.
Da ricordare infine nei primi giorni espositivi una performance mattutina, durata circa 40 minuti, nell’atrio di Palazzo Grassi del musicista e compositore australiano Warren Ellis (Ballarat, 14 febbraio 1965), trasferitosi in Francia nel 1998.
Si è ascoltata una serie di improvvisazioni al violino, che spaziavano da cadenze in stile barocco a un Country di ispirazione irlandese. Molta la gestualità in atto. A un certo punto ha gettato il cappello a terra, per poi riprenderselo, mentre in precedenza si era tolta la giacca.
Curioso un episodio di circa sette minuti, durante il quale ha suonato lo strumento come fosse un mandolino, invitando gli astanti a gridare Yeah ad ogni accordo e a battere le mani a tempo per scandire i quarti di ogni battuta.
Conclusione affidata ad Amazing Grace, un inno cristiano scritto nel 1772 dal pastore anglicano, abolizionista (della schiavitù) e poeta inglese John Newton (1725 – 1807).
Ellis la interpreta dondolandosi e poi invita i presenti a cantarla in coro.
Infine si stende a terra, si rimette la giacca e firma gli LP che i fans gli avvicinano.
Uno sguardo al 2026
Per la prima volta due artisti occuperanno ciascuna delle sedi espositive veneziane : a Palazzo Grassi dal 29 marzo 2026 al 10 gennaio 2027 ; a Punta della Dogana dal 29 marzo al 22 novembre 2026.
A Palazzo Grassi l’artista keniota-britannico Michael Armitage, nato in Kenya nel 1984, presenta attraverso la mostra The Promise of Change un nucleo di oltre centocinquanta opere tra lavori storici e nuove produzioni che rivelano il suo linguaggio pittorico, ricco e sensibile, e mettono in scena figure e composizioni complesse con una notevole intensità cromatica, unendo diversi canoni estetici. La scelta dei soggetti e le allusioni interpretative condividono in lui la stessa forza espressiva. Il pittore non esita ad affrontare temi violenti e difficili, ritenendo che l’arte non possa ignorare la realtà ma debba al contrario impadronirsene: le conseguenze delle guerre, la corruzione e l’instabilità nelle regioni equatoriali, la crisi migratoria, il peso dello sguardo altrui o ancora gli abusi di potere costituiscono lo sfondo di alcune sue opere particolarmente toccanti.
Le opere sono dipinte a olio su un tessuto ricavato dalla corteccia di alberi secondo le tradizioni ugandese e indonesiane, liberandosi così dalla tela convenzionale occidentale. Le irregolarità naturali di questo materiale — fori, pieghe e una texture ruvida — influenzano direttamente le composizioni visive, spesso molto elaborate, dell’artista. Eseguite con una tavolozza lussureggiante e sensuale, le pitture di Armitage sono il risultato di un processo di sovrapposizione e stratificazione: la pittura viene applicata, raschiata, poi nuovamente applicata, dando vita a un’immaginazione evocativa e singolare. La pratica del disegno, cui è dedicata una vasta sala all’interno della mostra, rivela inoltre l’attenzione che l’artista riserva ai dettagli, alla composizione e agli studi preparatori.
Nelle sale del secondo piano di Palazzo Grassi Amar Kanwar presenta un’installazione The Torn First Pages (2004-2008), che documenta la complessità della lotta per la democrazia in Birmania.
L’opera rappresenta la pratica di Kanwar di raccogliere, sintetizzare e reimpiegare documenti d’archivio. Il titolo dell’installazione rende omaggio a un gesto di protesta del libraio Ko Than Htay, che strappava la prima pagina di ogni libro che vendeva — la pagina che, per obbligo di legge, conteneva le dichiarazioni degli obiettivi politici della dittatura militare. Attraverso materiali stampati e video proiettati su fogli di carta, l’artista attira l’attenzione sulle atrocità del regime, così come sulla forza della protesta politica in Birmania e nel mondo.
Immersa nell’oscurità viene presentata anche l’opera più recente dell’artista, The Peacock’s Graveyard (2023), una riflessione contemporanea sulla morte, l'impermanenza e il ciclo della vita. Sette schermi invisibili, contenendo immagini o testi, tessono una coreografia fluttuante che evoca la magia del proto-cinema. Un raga (musica classica indiana melodica basata sull’improvvisazione) potente e vibrante eseguito dal pianista Utsav Lal impone un ritmo lento che evolve in una trance. In 28 minuti sfruttando appieno il potenziale di questa narrazione multifocale, Amar Kanwar non filma figure né usa voci, ma il testo è accompagnato da immagini metaforiche e astratte.
Nato nel 1964 in India, Kanwar si è distinto a partire dagli anni Novanta per i suoi film e le opere multimediali che esplorano la politica del potere, della violenza e della resistenza.
Concepita da Jean-Marie Gallais, curatore della Pinault Collection, la mostra, intitolata Co-travellers crea un dialogo tra due opere create a vent’anni di distanza, invita i visitatori a immergersi nell’insieme di dispositivi visivi e narrativi del regista e stimola una meditazione poetica e politica sulla natura umana, sulla giustizia e l’ingiustizia, sulle conseguenze dell’arroganza della nostra specie, come cita l’artista.
A Punta della Dogana l’esposizione Third Person di Lorna Simpson (USA, 1960) offre per la prima volta in Europa un’ampia rassegna dedicata a oltre un decennio della sua pratica pittorica. Realizzata in partnership con il Metropolitan Museum of Art di New York, dove nella primavera del 2025 è stata presentata una versione dal titolo “Source Notes” a cura di Loren Rosati, la mostra a Venezia rinnova il percorso espositivo riunendo circa cinquanta opere – dipinti, collage, sculture, installazioni e un film – provenienti da collezioni private, istituzioni internazionali e dallo studio dell’artista e opere inedite create specificatamente per la mostra a Punta della Dogana.
Rivelatasi già a metà degli anni Ottanta per il suo approccio innovativo alla fotografia concettuale, la Simpson non ha mai smesso di esplorare in modo critico i meccanismi di costruzione delle immagini. Dalla metà degli anni 2010, la pittura si è imposta come un campo di esplorazione particolarmente fecondo del suo lavoro, attraverso il quale prolunga e approfondisce le grandi questioni che attraversano la sua opera: l’erosione e la ricomparsa della memoria, le falle della rappresentazione, l’instabilità dei racconti.
Algebra è una grande mostra personale dell’artista brasiliano Paulo Nazareth (Belo Horizonte, 1977), collocata al piano superiore di Punta della Dogana.
Una spessa linea di sale attraversa ogni sala, segnando una soglia tra ciò che è visibile e ciò che resta sommerso. Per i visitatori più attenti, questa linea rivela lentamente la geometria di una nave fantasma — un tumbeiro, il termine portoghese per le navi negriere che attraversavano l’Atlantico. La sua architettura della sofferenza riaffiora in frammenti all’interno delle stanze, una presenza spettrale che sottende l’intera mostra. Il sale funziona sia come metafora sia come agente materiale: guarisce, corrode, si accumula. La mostra non presenta né un approccio cronologico né tematico, ma stazioni in un continuum, una distillazione lungo il percorso espositivo di una performance arte-vita in corso. Centrale tra queste è Notícias de América, che condensa i dieci mesi di cammino di Nazareth dal Brasile a New York. Fotografie, testi e Havaianas consumate tracciano momenti in cui identità e confini si scontrano, offrendo una testimonianza diretta della migrazione come esperienza vissuta e come finzione costruita.
