venerdì 9 settembre - Phastidio

Tasse piatte che impennano e incentivi immaginari

Tra flat tax parziali e che aumentano la pressione fiscale l'anno dopo, incentivi che non incentivano e soldi del reddito di cittadinanza spesi più volte in altro, si va verso la fine della ricreazione

 

Torniamo su alcune proposte fiscali della destra, solo per aggiornare lo stato dell’arte, o meglio della commedia dell’arte. Dopo la nebbia dei momenti successivi all’annuncio, le richieste di chiarimento da commentatori e avversari politici, l’attività di scavo per riportare alla luce antiche proposte di legge, arrivano alcune puntualizzazioni e interpretazioni autentiche da parte dei proponenti. È un duro lavoro ma qualcuno dovrà pur farlo.

TASSE PIATTE MA NON TROPPO

Sulle flat-tax, siamo giunti ad alcuni punti fermi o quasi. Ad esempio, che quella della Lega per le famiglie (quindi futuribile, diciamo così) è piatta ma solo fino a 70 mila lordi annui, dopo di che tornano le aliquote ordinarie. Non è chiaro quali, visto che nel regime attuale a quel livello di reddito c’è solo quella al 43%. Alla fine, è stato lo stesso Matteo Salvini a segnalare la soglia di vigenza del nuovo regime, giusto per precisare che quindi la misura “non si applica a Berlusconi”.

Riguardo invece alla flat-tax incrementale, che è parte del programma di coalizione e quindi dovrebbe avere priorità nella produzione legislativa, anche qui, dopo lungo travaglio, è arrivata l’interpretazione autentica del responsabile economico di Fratelli d’Italia. Cioè, che

[…] la tassazione al 15% debba riguardare il solo anno in cui l’incremento di reddito si realizza, mentre non sarebbe sensato un trascinamento del beneficio anche negli anni successivi, se non in relazione a eventuali ulteriori incrementi. Inoltre, la nostra proposta parte dal presupposto che il reddito da incentivare vada determinato non per confronto con l’anno precedente, bensì rispetto al reddito annuale massimo dichiarato in un periodo pluriennale di riferimento.

Due considerazioni minimali. Intanto, che vuol dire “se non in relazione a futuri incrementi”? Quelli ci saranno per forza, anche solo a livello nominale. Quindi, che fare? Manteniamo viva la speranza di futuri giochini di questo genere? Ma soprattutto, pensate all’effetto di ripristino della tassazione ordinaria, l’anno successivo all’erogazione, visto che la misura dura un solo anno.

Pensate ai musi lunghi dei contribuenti. Altro che “vogliamo istituire una sorta di premio di produttività nazionale”. Possiamo sempre convincerli che si tratta di una mancetta di insediamento della nuova coalizione che risolleverà l’orgoglio italiano, ma ho qualche dubbio che questo mental coaching funzionerebbe. Già vedo i titoli dei giornali, a fine anno: “Forte preoccupazione espressa da [inserire categoria economica a piacere] per l’aumento di pressione fiscale che scatterà dal primo gennaio. Il paese non può permetterselo, proprio ora“. E così via.

Per fortuna ci sono i paracadute, o meglio l’elastico: non è la media ma il “reddito annuale massimo dichiarato in un periodo pluriennale di riferimento”. Asticella alta, quindi, a meno di colpi di fondoschiena nell’anno di applicazione della misura. Tutto ‘sto casino per cosa?

INCENTIVI CHE NON LO ERANO

Archiviata questa levata d’ingegno, veniamo ad altri aspetti fiscali. Il primo lancio, settimane addietro, fu “più assumi, meno tasse paghi”. Che, detta così, sembrava una taglia sulla produttività. Ora pare ci siano più dettagli. Ad esempio, si punta a

[…] una super-deduzione del costo del lavoro per le imprese che nei tre anni precedenti hanno incrementato il numero di lavoratori: 120% per tutti innalzato al 150% per categorie fragili e nelle zone svantaggiate.

Allora, vediamo. Si deduce dall’imponibile aziendale il costo del lavoro se l’organico è aumentato rispetto alla media del triennio precedente. L’aliquota del 120% mi pare una sorta di “rilancio” sul 110% del Superbonus grillino ma io sono notoriamente malizioso. Vi invito a concentrarvi sulla ratio di questa misura. Secondo voi, è un incentivo a compiere determinate azioni oppure un premio ex post per circostanze che si sarebbero comunque verificate?

Voglio dire: secondo voi, le aziende si metteranno ad assumere per abbattere l’imponibile, anche se non hanno bisogno di nuovo personale, oppure saranno premiate quelle che avrebbero assunto comunque perché la loro attività è in crescita? Nel primo caso, sarebbe pura stupidità o dolo, nel secondo caso sarebbe un premio non necessario.

Di certo, non un incentivo a sostenere l’occupazione. Forse perché l’occupazione si “sostiene” (da sola) quando c’è crescita. Ma sappiamo che i nostri eroi hanno una capacità di invertire i flussi causali che manco uno scrittore di fantascienza.

L’UNICA COPERTURA GIÀ PRONTA

In questo festival di Bengodi, dove le coperture sono il convitato di pietra, noto che alcuni partiti si stanno lanciando affamati sul “tesoretto” della voce di spesa da dirottare altrove: il reddito di cittadinanza. Ho già letto numerose proposte di impiego alternativo di quei fondi. Ad esempio, per aumentare del 50% l’assegno unico per i figli, al costo di 6 miliardi annui. Ma anche per finanziare l’aumento a 100 mila euro della soglia per gli autonomi in regime di flat tax. Aspetto solo che qualcuno chieda di usare quei dieci miliardi per ridurre il costo delle bollette, ma forse la proposta è già stata avanzata e non me ne sono accorto.

Come che sia, la ricreazione durerà ancora quattro settimane. O forse meno, se il prezzo dell’energia proseguirà il suo moto parabolico. Costringendo i nostri eroi, di ogni schieramento, a cambiare spartito e invocare tetti al prezzo del gas, “buoni energia” nel welfare aziendale (qualunque cosa ciò significhi), centrali nucleari “di ultima generazione” (venghino!), da innaffiare in giardino per essere pronte all’uso il novilunio successivo o addirittura microondabili.

Metti il gettone, esce il buffone.




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