lunedì 6 luglio - Phastidio

Tasse | Facciamo come la Spagna? Ma siamo italiani

La pandemia ha colto gli stati in condizioni fiscali molto diverse. La Germania ed i cosiddetti “frugali” (il termine deriva, presumo, dai loro surplus di bilancia commerciale, che spesso fa dire che paesi in queste condizioni vivrebbero al di sotto dei propri mezzi) hanno avuto spazio per un vigoroso impulso fiscale espansivo; altri, tra cui il nostro, giunti all’appuntamento col destino in ben altre condizioni fiscali, sono costretti a sperare in sussidi esterni o improbabili cancellazioni di debito. Ci sono anche paesi giunti alla pandemia con una pressione fiscale relativamente bassa, ed ora devono decidere che fare.

È il caso della Spagna, retta da un governo di sinistra-centro guidato dal socialista Pedro Sanchez. Che ha dichiarato che il paese non può continuare ad avere un sistema di welfare da “nordico” ed una pressione fiscale bassa. Via, quindi, alle riflessioni sulla immancabile “riforma fiscale”.

I cui capisaldi sono oggetto di dibattito pubblico. Pare che orientamento di Sanchez sia quello di irripidire l’Irpef, ma soprattutto l’imposta sul reddito delle società, aumentando quella a carico delle imprese maggiori, senza toccare quella per le PMI.

Io non so se arriveremo ad avere nel mondo o almeno in Europa anche l’Ires progressiva, oltre all’Irpef; di certo, ci sarebbero controindicazioni, non ultime quelle di disincentivo alo sviluppo dimensionale, che tende a correlarsi (in prima approssimazione) a maggiore spesa in ricerca e sviluppo. Più in generale, ogni ipotesi di intervento dovrebbe reggersi su verosimili analisi costi-benefici

Altro intervento fiscale in discussione, almeno prima della pandemia, era quello sull’Iva (devo ripetermi: non si inventa nulla). Aumentare l’aliquota ridotta, che grava su ristorazione e trasporti? Difficile, in questo momento. Allo stesso modo, nessuno tocchi le pensioni, altro caposaldo di politica economica ed elettorale in Europa.

Quindi: più welfare per sanità, educazione, anziani; più imposte su patrimonio, redditi personali e grandi imprese (forse). Il tutto senza perdere di vista la linea guida: il debito va ridotto con la crescita, come stava accadendo negli ultimi anni, prima della pandemia.

Tutto molto interessante, direte, e quindi? Il punto è che la Spagna è un paese che ha pressione fiscale in linea con la media Ocse. In condizioni molto simili a lei si trova il Regno Unito. Se restringiamo la visione al contesto europeo (sia Ue che Eurozona), vediamo che i due paesi mostrano una pressione fiscale decisamente ridotta, rispetto alla media continentale.

Qualcuno potrebbe dire: ottimo, allora c’è ampio margine per alzare le tasse e reggere maggior spesa sociale. È certamente così, almeno a livello contabile. Quello che tuttavia conta davvero è il grado di efficacia ed efficienza di tasse e spesa pubblica.

Ogni paese può porre dove preferisce l’incidenza sul Pil di spesa pubblica e tassazione; la stessa Unione europea non prescrive alcunché al riguardo perché ogni membro deve attuare l’espressione della volontà popolare. Un paese può crescere bene con spesa pubblica e pressione fiscale al 50% e più del Pil ed un altro può essere in pessime condizioni col 30%.

Efficacia ed efficienza di spesa pubblica e tasse sono elementi decisivi per la performance economica e sociale di un paese. Se la Spagna ritiene di essere in grado di crescere in modo soddisfacente (cioè più del costo del suo debito) alzando spesa e imposte, e sia. Allo stesso modo, se un paese ha un settore pubblico che distrugge valore e crescita, qualcuno suggerirà di “affamare la Bestia”. Spesso illudendosi che ciò basti.

Poi ci sono paesi come l’Italia, da sempre caratterizzati da un socialismo surreale ed anarcoide. Quello, per intenderci, che ha come motto “quel che è mio, è mio; quel che è tuo, è mio”. I risultati sono sotto gli occhi di tutti ma è sempre colpa del neoliberismo, sia chiaro.

Un evidente neoliberismo socialista, quello che si è impossessato del nostro sciagurato paese, così ricco privatamente e così indebitato pubblicamente, sempre in attesa della fatale compensazione tra le due dimensioni. Anche olandesi, tedeschi ed altri popoli europei stanno aspettando quella compensazione, sapete?

Ecco perché è del tutto fuori luogo, e più propriamente stupido, sentire quello che sentiremo da noi, soprattutto da sinistra: “facciamo come la Spagna!”. Perché la loro pressione fiscale è comunque di oltre 5 punti percentuali di Pil inferiore alla nostra, e perché (forse) il loro settore pubblico è meno devastato del nostro, pur tenendo conto di criticità come le pulsioni secessioniste ed autonomiste, che rischiano di diventare “italiane”, risolvendosi non in un federalismo adulto e maturo ma in trasferimenti dal centro alla periferia. E tanti saluti a responsabilità fiscale e controllo democratico sulla tassazione.

Forse, azzardo, prima di dare sfogo al proprio provincialismo scimmiottatore, bisognerebbe riqualificare spesa pubblica e imposizione fiscale. Poi, in caso, si potrà discutere dell’incidenza della spesa pubblica su Pil. Nella vita esistono “equilibri multipli”: l’Italia pare perseguire quelli cattivi.

Ma perché perdo tempo a scrivere queste prediche inutili? Non sentite in lontananza il coro “facciamo come la Spagna”? I “ragazzi difficili” eletti dalla democrazia italiana continueranno a proporre di fare cherry picking da tutto il mondo, soprattutto quello dei sogni. E vissero tutti infelici e scontenti.

Photo CC-BY-4.0: © European Union 2019 – Source: EP

 




Lasciare un commento