mercoledì 15 luglio - La bottega del Barbieri

Taranto, la situazione di ArcelorMittal

La situazione all’ArcelorMittal resta molto grave a fronte di un piano industriale presentato da AM che prevede esuberi strutturali di 3300 operai, cassa integrazione permanente, che per l’appalto portano direttamente a licenziamenti, riduzione del costo del lavoro scaricata sulle condizioni operaie, situazione sempre molto precaria e a rischio gravi incidenti e infortuni in materia di sicurezza e un piano ambientale che è lungi dall’essere d’emergenza e adeguato alle condizioni di inquinamento della città.

 di SLAI COBAS per il sindacato di classe

Da sempre al piano Mittal abbiamo proposto non le favole e la demagogia ma la lotta seria e organizzata per difendere posti di lavoro, condizioni di lavoro e migliorare la situazione in materia di sicurezza e ambientalizzazione.

Questa strada gli operai non l’hanno ancora percorsa. A fronte del piano dei padroni occorreva e occorre una lotta prolungata che deve prevedere diversi scioperi; così come deve prevedere il blocco della fabbrica e della città, come si fa in tutte le realtà di fabbriche e città dove sono in pericolo lavoro e salute.

Ma il sindacalismo in Ilva e l’ambientalismo antioperaio hanno fatto finora molti più danni delle buone parole e delle buone denunce che talvolta fanno. Hanno disarmato i lavoratori, li hanno messi in difesa e alimentano divisioni e favole, che purtroppo trovano consenso tra settori di lavoratori che su parole d’ordine demagogiche e fantasiose ogni tanto si muovono; ma una lotta seria e di classe invece ancora non c’è e gli operai non trovano la strada per farla emergere come alternativa.

Da tempo diciamo che ci vuole una piattaforma seria, autonoma da padroni e governo e autonoma da quella sciagura che sono le Istituzioni locali, da Emiliano e compagnia.

Su una piattaforma seria si lotta per mesi e non una volta per tutte, usando tutte le forme di lotta, facendosi capire dalla città, stabilendo legami con gli altri stabilimenti e alla fine imponendo, o direttamente, o anche le attuali rappresentanze, risultati concreti, anche se parziali, alla controparte.

Anche ora non si può combattere il piano Mittal contando su un governo che prima gli dà il consenso negli accordi segreti e poi dice il contrario e annuncia roboanti promesse che non è in grado di mantenere.

Così come evidentemente i sindacalisti anche di “fama”, da Palombella (Uilm) a Rizzo (Usb), non possono fare i “numeri” senza guardare con serietà alla situazione.

Non è vero che Mittal se ne vuole andare. Lo stabilimento di Taranto è strategico nell’acuta guerra commerciale che si svolge a livello mondiale. Senza Taranto ArcelorMittal perde terreno nel mercato mondiale, già da alcuni mesi non è più il primo produttore mondiale.

Siamo di fronte ad una crisi di sovrapproduzione dell’acciaio, ovvero della sovrapproduzione dell’acciaio per il profitto che caratterizza l’economia capitalista; non certo, quindi, di una produzione eccessiva per i bisogni delle popolazioni, dalle infrastrutture, all’edilizia, alla ristrutturazione di strade, ponti, ecc., per cui invece servirebbe molto, ma molto più acciaio in Italia e nel mondo. Ma questo richiede che la si faccia finita col sistema capitalista in Italia e nel mondo e si lotti per la produzione socializzata, non più in mano ai padroni ma allo Stato proletario.

Intanto, al piano Mittal si deve rispondere rivendicando la riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga, gli esuberi vanno affrontati non con continui ammortizzatori sociali ma con prepensionamenti (per l’amianto, perchè 25 anni bastano…), giustificati dal lavoro siderurgico e dal risarcimento verso i lavoratori di Taranto che hanno pagato un alto prezzo alla gestione capitalista della fabbrica, per 41 anni in mano allo Stato e 19 in mano ai privati.

Certo c’è la pandemia che ha fermato la produzione mondiale, naturale che i padroni in tutto il mondo rivedano i loro piani industriali e che i volumi produttivi previsti non si possono raggiungere. Ma anche qui si risponde al padrone con una trattativa seria che punti a gestire l’unità dei lavoratori che non deve essere ulteriormente divisa e smantellata: l’uso degli ammortizzatori sociali contrattati con indennità al 100%, integrata dallo Stato, e il controllo operaio sulla produzione e la sicurezza, con postazioni ispettive e sanitarie in fabbrica e lotta corpo a corpo perché il padrone non faccia il “furbo”.

I piani di riconversione ambientale della fabbrica NON si fanno chiudendo la fabbrica. Gli ammodernamenti tecnologici, sostenuti dall’eventuale entrata dello Stato nella proprietà, non possono farsi dall’oggi al domani e quindi non risolvono i problemi nè dei volumi produttivi nè dei numeri dell’occupazione, nè di un’immediata ricaduta sul piano ambientale in città.

In questo quadro non ci sono ricette facili nè soluzioni una volta per tutte ma un rapporto di forza, una unità tra lavoratori e masse popolari che solo una struttura organizzata, autonoma e di classe dei lavoratori può realizzare e garantire.

I cosiddetti “Piani di riconversione economica”, poi, sono o pieni di progetti illusori in un sistema capitalista che si butta sulla green economy” solo se dà profitti e permette taglio dei costi, in primis dei lavoratori; o si tratta di attività che già dovevano essere attuate per migliorare una città che è sempre negli ultimi posti nelle classifiche nazionali, e che devono dare lavoro alla massa dei disoccupati, non permettere di buttare fuori dalla fabbrica in lavori precari quasi 15mila operai dell’Ilva/appalto. L’accordo di programma di Genova, tanto esaltato dal Sindaco di Taranto e ambientalisti e Usb, ha signicato trasformare operai siderurgici con una storia gloriosa in Lpu occupati a “spazzare le strade” per i Comuni…

La soluzione “diamo tutto in mano allo Stato” non cambia assolutamente la situazione. Questo Stato al servizio dei padroni come è adesso, gestito da apprendisti stregoni come negli ultimi due governi, non è in grado di farsi carico effettivamente dello stabilimento, o se lo fa dentro al crisi e il sistema capitalistico dovrà fare le stesse cose che vuole fare Mittal.

Non abbiamo altra strada che lottare seriamente contro padroni e governo su una piattaforma operaia, con tutte le forme di lotta necessaria e per tutto il tempo che è necessario.

SLAI COBAS per il sindacato di classe – Taranto




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