martedì 2 agosto - UAAR - A ragion veduta

SuperStore

La serie tv Superstore, attraverso le storie a tratti grottesche dei dipendenti di un grande supermercato che vende dalle medicine alle armi, critica le storture della società statunitense – senza dimenticare la religione. Ne ha parlato Micaela Grosso sul numero 3/22 di Nessun Dogma.

Superstore è una serie tv che, confesso, avevo inizialmente snobbato. Pensavo di incappare in una rete di cliché e di sketch sempliciotti e, in realtà, è quanto ho trovato ad attendermi su Netflix. La differenza strutturale con altre sitcom, effettivamente, non è così sostanziale. Quello che ho però apprezzato particolarmente è la deliziosa caratterizzazione dei personaggi, una galleria di fallibili, eccentrici esseri umani accomunati dal loro lavoro. Sono infatti tutti impiegati presso il Cloud 9, un grande supermercato che, da allegoria del capitalismo, vende dalle medicine alle armi; e all’interno del quale, con una certa qual costanza, si verificano situazioni paradossali.

La trama prende il via dall’arrivo di due nuovi dipendenti: Jonah, benestante attivista e petulante sostenitore di qualsiasi causa – ecologica, umanitaria, sociale o progressista – che nasconde ai genitori di non aver terminato gli studi universitari. Insieme a lui è assunto Mateo, omosessuale immigrato clandestinamente dalle Filippine che entra in serrata competizione con Jonah per emergere e tenersi il posto. Tra i vari colleghi, trovano ad accoglierli la supervisor Amy, impiegata veterana e diligente che ha abbandonato le velleità di carriera per mantenere la figlia avuta in giovane età.

I contenuti affrontati da Superstore – che è opera dello stesso sceneggiatore di successi come Scrubs e The Office – sono molti e spesso introdotti dalle azioni e dalla figura dei personaggi. Ad esempio, il Cloud 9 funge da vetrina per parlare di temi quali lo sfruttamento dei lavoratori, che in questo caso non hanno diritto al congedo per maternità né a una pausa pranzo più lunga di 15 minuti, possono andare in bagno una sola volta a turno, sono spiati dai dirigenti, sottopagati e senza assicurazioni sanitarie.

La serie è molto recente, e l’ultima stagione è ambientata nel periodo del Covid-19: la pandemia è sfruttata altresì per denunciare le condizioni pessime in cui versano i dipendenti, oberati e gravati di carichi e responsabilità. Anche la questione razziale è spesso denunciata, con un tono leggero ma incalzante, come nell’episodio in cui Amy e una collega si chiedono se sia moralmente corretto scimmiottare un accento latinoamericano e far leva sulle loro origini per riuscire a vendere più salsa agli sciocchi clienti bianchi, inteneriti dalla loro “genuinità”.

Oltre che di razzismo, il personaggio di Garrett ci parla di disabilità: è un ragazzo di colore sulla sedia a rotelle che conduce la sua vita con cinismo e amoralità e non risparmia commenti sarcastici, arguti e perlopiù impassibili di fronte a qualsivoglia circostanza. Mai la sua condizione di disabile è, però, considerata un elemento di diversità, tanto che nessuno sa il motivo per il quale Garrett sia paraplegico e, cosa assai più importante, a nessuno importa. Nella terza stagione l’interrogativo è sollevato da alcuni colleghi curiosi che, però, rimangono a bocca asciutta né più né meno degli spettatori.

Al vertice della gerarchia ci sono due personaggi diametralmente opposti. Il primo è Glenn, il direttore, che lavora al Cloud 9 da quando, molti anni addietro, la società cui è tanto riconoscente ha distrutto gli affari della ferramenta di famiglia. Sposato con Jerusha, mite casalinga, ha una dozzina di figli adottivi e un carattere dolce e comprensivo. È un devoto cristiano, sempre pronto a porgere il suo aiuto e assiduo frequentatore della chiesa denominata Life’s Works Church. Vista la sua devozione, Glenn non perde occasione per tentare di evangelizzare tutti i dipendenti, manovre che vengono brutalmente respinte da Dina, la sua vicedirettrice.

Questa è un’atea convinta, accanita vegana e zoofila – vive in una casa insieme a dozzine di uccelli. Dina è molto autocentrata, detesta i fronzoli, ha un’indole dura, un’altissima autostima e un forte autocontrollo. Si pone spesso con aggressività, le è impossibile empatizzare, adora l’ordine, le armi e le regole.

Glenn e Dina sono due personaggi in chiara antitesi e rappresentano, rispettivamente, due concezioni eccentriche e assolute della vita che in un modo o nell’altro si rivelano penalizzanti perché li conducono a sanzioni sociali, difficoltà lavorative e, in ogni caso, problemi.

Superstore tocca svariati altri temi di attualità: la sindacalizzazione, la soglia di povertà degli anziani e l’accesso ai programmi pensionistici, le gravidanze teen e la distanza dei genitori detenuti in carcere, la maternità surrogata, l’isolamento sociale, le dipendenze, il maschilismo, le molestie e la violenza di genere.

La critica è, in generale, rivolta agli eccessi dello stile di vita americano, che si manifesta anche nella serie di scene minori, di qualche secondo, che inframmezzano quelle principali e vedono clienti anonimi intenti in ogni genere di attività: ci sono persone che cambiano pannolini nel bel mezzo del supermercato, assaggiano alimenti per poi abbandonarli aperti, piazzano i propri figli sugli scaffali per liberarsi le mani, sporcano dappertutto senza remore e commettono in generale atti di menefreghismo e maleducazione.

Nella cornice della narrazione non manca, naturalmente, la tirata antireligiosa: la chiesa di Glenn (di orientamento apostolico? Pentecostale?) è una congrega di strani esseri la cui liturgia include un bacio rituale sulla bocca e che offre perfino vantaggiosi pacchetti scontati di matrimonio e battesimo. La comunità dei credenti è guidata da uno dei pochi personaggi veramente odiati e odiabili, il pastore Craigg, che è la lampante parodia di un telepredicatore in stile Joel Osteen, artista della truffa religiosa che lucra sulle debolezze (persino sui lutti) dei suoi seguaci, li sfrutta per lavori in casa sua e li spreme alla ricerca di continui contributi economici.

La detestabilità del pastore Craigg è un caso unico perché il suo personaggio non fa direttamente parte della cerchia dei colleghi, i quali hanno un atteggiamento protettivo e vicendevolmente indulgente, all’interno del microcosmo del Cloud 9. C’è chi inscena per mesi una relazione con un capo, autopagandosi consegne di fiori, serenate e carrozze a domicilio, chi intraprende un business di formaggio a base di latte materno e crede che i canguri non esistano, chi dissemina il negozio con una serie di – veri – piedi mozzati.

Una dipendente, Kelly, dichiara in una puntata di credere fermamente agli angeli, la qual cosa non scalfisce l’accettazione della ragazza, che è trattata con il dovuto scetticismo, ma le cui idee sono tuttavia rispettate.

Questo perché il giudizio è sospeso nei confronti delle singole ideologie, mentre a essere realmente valutato è l’aspetto umano.

Si pensi a Glenn: è un uomo pedante e fermamente contrario all’aborto che tiene sermoni in sala mensa, prova a impedire la vendita della pillola del giorno dopo nel suo negozio, è totalmente estraneo al mondo omosessuale. L’accoglienza dei colleghi non è per questo meno comprensiva: le sue gaffe sono tollerate, la sua ingenuità è amata da tutto il team. Non è perfetto, ma è una brava persona e questo basta a renderlo benvoluto. L’umanità di Glenn si concretizza anche nella sua disposizione al cambiamento: in una conversazione con Mateo concorda sul fatto che Gesù sarebbe stato di certo a favore del matrimonio e delle adozioni gay – e il ragazzo afferma che, per quanto ne sa, Gesù stesso avrebbe potuto essere gay.

Tutti i dipendenti del Cloud 9 sono socialmente poco desiderabili e sostanzialmente esclusi dalla collettività. Sono una serie di disadattati sopra le righe che però con la loro unione riescono a costituire qualcosa di simile a una grande famiglia. Per quanto la situazione si configuri puntualmente come grottesca o assurda, ogni puntata va a parare su una nota di calore e di affetto, in un contesto di grande solidarietà umana. Le amicizie si rompono ma si ricostruiscono, persone anche molto distanti finiscono per fare fronte comune e solidarizzare. Questo è il valore e il messaggio: puoi essere strano quanto vuoi, ma stai pur certo che gli amici non ti isoleranno come fa la società e sapranno perdonare anche la tua peggiore stranezza – religiosità inclusa.

Micaela Grosso

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