giovedì 25 settembre 2025 - Fabio Della Pergola

Sulla Global Sumud Flotilla e sull’esito del suo viaggio

Quella della Flotilla è una di quelle manifestazioni emotivamente molto coinvolgenti.

E come tutte le manifestazioni emotivamente molto coinvolgenti interessa e “prende” molte persone di diversa estrazione e opinione politica. La buona fede, cioè la portata realmente emotiva che spinge queste persone a scioperare o a manifestare, non può essere minimamente messa in dubbio. La catastrofe in corso a Gaza è, a buon diritto, un motivo più che valido per farlo.

È chiaro quanto sia discutibile che questo conflitto abbia una rilevanza mediatica così clamorosa a fronte di altri conflitti equivalenti o anche molto più cruenti (Siria, dieci volte di più, Congo 120 volte di più) e durati ben più di questo, che non hanno avuto nemmeno una minima percentuale dell’attenzione dedicata a Gaza. E appare chiaro che questo sia un argomento da approfondire, che non possa essere liquidato solo come “benaltrismo” da strapazzo, perché dietro occhieggia quella che il poeta palestinese Mahmoud Darwish indicava, come elemento centrale del conflitto, la “questione ebraica”.

E tuttavia la particolarità, quale che sia il motivo, del conflitto israelo-palestinese, non cambia le carte in tavola: la gente lo “sente” e reagisce emotivamente, in buona fede non c’è dubbio.

Ciò non toglie che un’analisi del caso Global Sumud Flotilla vada fatta.

E due sono i punti dolenti che impediscono di aderire a cuor leggero a quella emotività. Sono anzi punti dolenti assolutamente determinanti. E divisivi.

Il primo lo mette in evidenza oggi anche Massimo Recalcati (che NON è uno dei miei compagni di strada abituali) in "I corpi invisibili degli ostaggi a Gaza", Repubblica: la totale assenza di ogni riferimento, nelle dichiarazioni e nei proclami degli organizzatori così come nelle manifestazioni "per Gaza", agli ostaggi israeliani, prime vittime di tutto quello che sta accadendo e colpevoli solo di essere quello che sono, israeliani. Strane carenze di memoria. Che poi diventano "assenza" nella testa dei manifestanti.

Carenze che stupiscono tanto più nel momento in cui si attribuisce ad ogni vittima di Gaza la qualifica di essere innocente, annoverando fra le “vittime civili” anche i miliziani islamisti combattenti – spesso conteggiati come “bambini” secondo la logica ONU (Convenzione sui diritti dell'infanzia, art. 1, che definisce così i minori di 18 anni), nonostante che a Gaza possano invece diventare combattenti ben prima di quell’età.

Già questo squilibrio di lettura fra vittime innocenti da ricordare (anche quando non sono affatto “civili”, ma i tagliagole del 7 ottobre) e vittime innocenti da ignorare è più che sospetta.

Il secondo punto è la diffusione, negli slogan sentiti a Venezia nel corso della manifestazione contemporanea alla Mostra del Cinema e poi nei cortei nella giornata dello “sciopero per Gaza”, dell’ormai classico “Palestina libera dal fiume fino al mare”.

È ovvio che suona bene uno slogan del genere, la rima con “mare” viene facile e nessuno è così ottuso da non capire che molti dei ragazzi che lo gridano non veicolano necessariamente una vera “voglia di distruzione”, siamo seri.



E tuttavia gli organizzatori e i più politicizzati fra i partecipanti non possono ignorare che quello slogan traduce esattamente il programma politico di Hamas (e, volendo, anche della Carta nazionale palestinese dell’OLP del 1964 che, a parole, hanno detto di aver modificato proprio nei passi contestati), cioè l’eliminazione di Israele dalle carte geografiche.

L’adesione, più o meno voluta e comunque acritica, ai desiderata di Hamas sulla eliminazione dell’esistenza di Israele e il totale annullamento dell’esistenza degli ostaggi sono i due punti dirimenti che spiegano il mio totale rifiuto di una posizione che non è “pacifista”, al di là dell’emotività palese e comprensibile, ma che veicola, anzi, contenuti decisamente violenti.

In altri termini non basta definirsi nonviolenti se nei fatti si attuano annullamenti di questo tipo.

Volendo si potrebbe aggiungere inoltre che il claim (il lancio pubblicitario) della Flotilla - “quando il mondo tace noi salpiamo” – è quanto meno incomprensibile.

Mai si è parlato tanto come di questa guerra – se non, forse, ai tempi del Vietnam, oltre mezzo secolo fa. Mai prima sindacati hanno proclamato giornate di sciopero, cortei hanno invaso o tentato di invadere aule universitarie e manifestazioni letterarie come il Salone del Libro, professori non graditi sono stati insultati, ostracizzati, contestati e talvolta schiaffeggiati, mai prima d’ora la guerra è sulle prime pagine di ogni quotidiano, ogni giorno da due anni. E mai se ne è parlato in ogni singolo telegiornale di ogni singola emittente più volte al giorno, ogni giorno, da due anni. Mai prima d’ora cantanti, attori, registi, comici, sportivi, intrattenitori, docenti, letterati, opinionisti da bosco e da riviera si sono espressi così tanto, da ogni tappeto, da ogni podio, da ogni palcoscenico, in ogni occasione pubblica come per questa guerra. Mai tanti sindaci si sono attivati per esporre bandiere palestinesi (che sono, ahiloro, anche le bandiere dei tagliagole islamisti). Senza parlare dei social.

La differenza enorme di potenza militare tra l’esercito israeliano e le organizzazioni combattenti palestinesi e la spietata determinazione del governo israeliano spiegano molto di questo exploit comunicativo, è evidente. 
E tuttavia mai prima d’ora si è visto eclissare tanto velocemente la responsabilità prima di chi questa guerra l’ha scatenata: i palestinesi di Hamas e della Jihad islamica.

Non si sa come finirà la navigazione della Flotilla finalizzata a violare il blocco navale israeliano su Gaza, ma va ricordato il tentativo di sfondare la “zona rossa” di Genova nel 2001 che tanto gli somiglia. Come finì quello si sa. E determinò anche la fine dell’intero movimento no-global in Italia.

Se dovesse finire nello stesso modo l’avventura della Flotilla si acuirà invece, terribilmente, il clima già pesante che vede nel nostro paese interpretazioni contrastanti del secolare contenzioso israelo-palestinese. Ed è possibile che quel conflitto venga importato diventando un nuovo paradigma dello scontro sociale in atto. Con esiti imprevedibili.

In sintesi, niente di buono sotto il sole.

Foto Wikimedia




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