giovedì 30 settembre 2021 - La bottega del Barbieri

Stato-mafia: la storia, la magistratura e i giornalisti

L’adesione all’ideologia della magistratura da difendere sempre e comunque è un obbrobrio, indice di decadimento culturale che infesta l’Italia da tre decenni almeno. Di questo obbrobrio sono complici molti giornalisti che hanno trasformato il racconto dei fatti in fotocopia acritica delle convinzioni dei magistrati. 

Non si può dimenticare, soltanto per restare in ambito di mafia, l’incredibile vicenda del processo per la strage di via D’Amelio con dei colpevoli costruiti a tavolino da poliziotti infedeli e convalidato dalla magistratura, compreso un magistrato icona dell’antimafia poi finito al Csm, oggi oggetto di un altro processo con altri imputati a quasi 30 anni dai fatti. Basterebbe questo per capire che una delega in bianco alle procure per accertare la verità sulle stragi degli anni 90 è la negazione stessa della ricerca storica. Stefano Rodotà riassunse così il problema: “Vi è una violenza della verità che la democrazia ha sempre cercato di addomesticare, per evitare che travolga le stesse libertà democratiche”. E aggiunge il collega Nicola Biondo: “La lotta alla mafia è ammaliata da uno strano sortilegio, non consente a nessuno di rimanere immacolato, immune dalle fiamme. E’ il destino di tutte le guerre sporche dove le divise dei contendenti si mischiano, i confini tendono a sparire, i metodi vanno tenuti segreti e non si tende ad una vittoria, ma ad un nuovo equilibrio”.

Come cittadino di questo Paese non m’interessa mandare o meno in galera le persone ma sapere cosa è successo. E quello che è successo, completamente accertato e asserito dagli stessi protagonisti, è che uomini dei Ros dei carabinieri hanno proposto al mafioso Vito Ciancimino di fare da intermediario con la mafia di Riina per fermare le stragi, la mafia ha chiesto in cambio un allentamento del regime di carcerazione del 41bis e il ministro della giustizia di allora lo ha concesso per trecento detenuti e sono finite le stragi. Due le domande che ne scaturiscono: a) è lecito penalmente? b) è lecito moralmente?

Tra i motivi per cui la magistratura non è attendibile come fonte storica ci sono le diverse sentenze su uno stesso fatto. La trattativa ritenuta penalmente reato in primo grado non lo è in appello; la sentenza per la strage di via dei Georgofili a Firenze asserisce invece il contrario della sentenza di ieri; gli imputati politici della trattativa giudicati a parte, Nicola Mancino e Calogero Mannino, sono stati assolti; la sentenza di ieri condanna i mafiosi Bagarella e Cinà per un reato che non ha più una controparte nelle istituzioni. Ognuno può prendere un pezzetto di queste sentenze e costruirci sopra intere teorie se è interessato a fare il tifo per una Procura o per l’altra, e questo non sembrerebbe un grande apporto alla giustizia. Alla fine il punto della questione era diventato se chi ha fatto il lavoro sporco, i Ros dei carabinieri, nel farlo ha violato la legge. La sentenza di ieri ha detto di no.

Appurato che per la legge non si è consumato nessun reato resta la questione etica. Davvero pensiamo che Giulio Andreotti non sia stato colluso con la mafia perchè una sentenza pone un limite temporale a una collusione accertata per gli anni precedenti ma prescritta per legge e solo per quello lo assolve? Davvero pensiamo che non perquisire il covo di Riina subito dopo l’arresto sia solo il frutto di una distrazione e una sottistima operativa dei Ros? Davvero pensiamo che arrivare davanti al covo di Provenzano e poi evitare di entrarci e prendere il boss sia soltanto incapacità? Davvero pensiamo che un magistrato che collabora con Falcone e Borsellino e si gioca in una bisca della mafia centinaia di milioni delle vecchie lire sia sereno nella sua attività? Davvero pensiamo che sia garantismo quello per cui carabinieri, poliziotti e magistrati autori del depistaggio per la strage di via D’Amelio sono ancora in servizio?

I fatti non hanno padroni e alcuni fatti che lo si voglia o no sono storia: quella sì, non soggetta a sentenze che vanno comunque rispettate, volendo trovarci una coerenza che non hanno, ma che in base ai molti e disattesi articoli della nostra Costituzione è lecito commentare. Ha ragione il compianto Rodotà, la verità assoluta mette a rischio l’esistenza stessa della democrazia, se i cittadini fossero a conoscenza di tutte le zozzerie commesse dalla Stato in nome di un presunto bene supremo metterebbero in atto comportamenti forcaioli; già in parte questo avviene fin dai tempi di “Mani pulite”, che con la giustizia sociale e penale poco hanno a che vedere. Ma se guardiamo alla verità storica sulla vicenda della trattativa non possiamo che concordare con quanto affermato da Paolo Borsellino poco prima di morire: “Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo”. E quel che è certo – che sia reato o no – è che si misero d’accordo.




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