lunedì 2 novembre - UAAR - A ragion veduta

Stato e chiesa non sono ancora separati

Vi proponiamo un articolo dal n.4/2020 del bimestrale dell’Uaar, Nessun Dogma – Agire laico per un mondo più umano

Solo uno stato che non demanda alla chiesa la tutela dei diritti è realmente sovrano e indipendente dalla chiesa

Il mio racconto non pretende di essere in alcun modo esaustivo, ma vuole solo rappresentare fatti, a mio avviso essenziali, per dimostrare in sintesi la sostanziale inesistenza di una separazione, anche apparente, tra stato e chiesa.

In uno stato dominato per lunghissimo tempo dalla Democrazia cristiana la quale, come tutti i partiti unici o aspiranti tali, conosceva solo la libertà di obbedire alle direttive della chiesa, tentare di comprendere i modi attraverso i quali quest’ultima è riuscita a risorgere dopo gli eventi dell’800 diventa di estrema importanza.

Per i vertici della chiesa il potere spirituale non può essere considerato disgiuntamente da quello temporale ed è quindi “naturale”, dopo la breccia di Porta Pia (20 settembre 1870), che la chiesa inizi a progettare la propria resurrezione in funzione di questo principio. Grazie alla legge delle guarentigie del 1871, il Regno d’Italia, secondo il papa Pio IX violatore di diritti «imprescrittibili», contribuì, suo malgrado, al raggiungimento dell’obiettivo.

Ottenuta «pace e sicurezza» per legge del Regno, la chiesa non perse tempo e il papa, pur avendo emanato nel 1868 la disposizione «non expedit» che di fatto impediva la partecipazione attiva alle elezioni politiche (non a quelle amministrative) da parte dei cattolici, iniziò a promuovere la fondazione di un movimento politico chiamato “Opera dei congressi”. L’Opera dei congressi nacque con «scopi religiosi», «a difesa dei diritti della chiesa nei confronti dello stato laico-liberale».

In poco più di vent’anni la rete organizzativa e propagandistica era ormai strutturata e composta da svariati comitati diocesani, comitati parrocchiali, sezioni giovanili e circoli universitari. Da essa dipendevano cooperative agricole, di lavoro e di consumo, associazioni operaie, casse rurali, le società di mutuo soccorso, le unioni professionali, le società di mutua assicurazione, le banche.

Nonostante lo scioglimento dell’Opera dei congressi, nel 1904, il Movimento cattolico sociale, parte conservatrice e clericale nata dalle sue stesse ceneri, mantenne il controllo dell’economia sociale cristiana, permeando ancor di più il tessuto sociale della penisola e realizzando una notevole penetrazione sindacale cattolica.

Per Pio X divenne difficile e poco saggio continuare a impedire ai cattolici l’attivismo politico e nel 1904, con l’enciclica Il fermo proposito, accordò ufficialmente ai vescovi la possibilità di decidere caso per caso per la salvezza dei «supremi beni sociali».

Era fuori di dubbio che gli eletti, fino al patto Gentiloni (1913), sarebbero stati, a conferma del rifiuto della chiesa di riconoscere il Regno d’Italia, «cattolici deputati e non deputati cattolici».

L’ambiente politico di maggioranza laica e liberale non avrebbe più potuto ignorare che la crescita esponenziale dell’organizzazione ecclesiastica e delle numerose istituzioni sociali cattoliche e associazioni cattoliche, tutte sotto il controllo dell’Azione cattolica, era già determinante per l’esito elettorale.

Il tavolo del 1929 (Patti lateranensi), apparecchiato con il fascismo a risolvere la questione romana, consentì alla chiesa cattolica di tornare a essere “stato” e unico riferimento religioso del paese, aumentando privilegi economici e diritti, ma senza piena restituzione del proprio potere temporale.

A questo pensò quasi vent’anni più tardi la “democrazia” con l’introduzione dei Patti lateranensi (articolo 7) in Costituzione. Fu l’inizio e la fine dello stato laico.

La strategia della chiesa è immutevole come la “verità” che intende rappresentare, forte della fitta rete di potere, del peso elettorale e dell’influenza morale sull’individuo: mentre da un lato finge di aprirsi alle istanze civili, dall’altro, mediante il sapiente controllo delle “anime” sedute nelle istituzioni, determina le scelte economico-sociali dello stato.

Se da un lato l’indagine dell’Uaar su I costi della chiesa ben descrive, per quanto può, i miliardi annui che transitano in vario modo dallo stato alla chiesa, dall’altro essa non riesce a rappresentare fino in fondo la realtà dei fatti che è ben più complessa e grave. L’indagine infatti non è in grado ad esempio di quantificare i privilegi “indiretti”, quelli cioè riconosciuti anche mediante le politiche sociali dello stato e centrali per l’equilibrio del proprio bilancio, tese ad avvantaggiare a discapito dell’interesse pubblico, quell’ambito privato in cui la chiesa è sempre più attrice protagonista dal 1875: istruzione, edilizia, lavoro, terzo settore, sanità, cultura…

A prova di questo si potrebbero portare decine di esempi; ne esiste uno però per così dire “minore” che, per epoca e natura, mi piace rappresentare.

Il 6 maggio del 1950 Emilio Battista, sottosegretario per i trasporti nel VI governo De Gasperi, risponde all’interrogazione n. 1351, presentata dall’onorevole Luigi Preti.

Con l’interrogazione Preti chiede perché la riduzione ferroviaria concessa in occasione dell’anno santo sia stata subordinata al rilascio, da parte degli uffici parrocchiali, di una tessera del pellegrino accompagnata da un libretto del costo complessivo di 500 lire (costo di produzione 50 lire) per un introito a favore degli uffici parrocchiali di circa un miliardo, dato che visiteranno Roma circa due milioni di persone.

Alla generica risposta del sottosegretario che così venne deciso per «evitare abusi», l’onorevole risponde che il tesserino viene rilasciato a tutti, «anche ai non cattolici e agli scomunicati», che riescono a viaggiare così più volte, con lo sconto, a spese dello stato. Se lo scopo della norma era quello di evitare abusi, la norma aveva fallito.

Il parlamentare rileva come il provvedimento risulti oneroso per l’amministrazione ferroviaria e, per contro, molto vantaggioso per il comitato per l’anno santo.

L’onorevole Preti dubitò pubblicamente che lo stato si sarebbe potuto muovere in questo senso, facendo notare, nel mentre, che nello stesso anno a Roma «era aperta la mostra della ricostruzione», e chiedendo se i visitatori, per ottenere lo sconto, dovessero anche loro acquistare la tessera fingendosi pellegrini.

Soprattutto fino al concordato del 1984, fino a quando quindi la religione cattolica è religione di stato, è tutto un proliferare di leggi e interventi ministeriali, di delibere comunali, ordinanze… la solita serie di elargizioni a favore della chiesa.

A giustificazione della maggior parte di queste elargizioni, il servizio indispensabile erogato dalla chiesa per la “cura delle anime”: anime che necessitano di assistenza negli ospedali, anime che necessitano di un tetto in cui vivere e pregare, anime povere che necessitano di assistenza, anime da istruire, anime da accudire, anime che necessitano di privilegi fiscali.

Quel che accade, in estrema sintesi, è che lo stato, a poco a poco, cede al potere cattolico la cura dei diritti sociali ed economici delle “anime del paese” fino ad arrivare nel 2001 a introdurre addirittura il principio in costituzione (vedi sussidiarietà, modifica dell’articolo 118).

Se sotto un certo punto di vista può risultare comprensibile che «lo stato di religione cattolica» non potesse essere immune alle pressioni della chiesa per quanto di competenza, è inaccettabile che lo stato ne sia completamente succube anche all’indomani del concordato craxiano. A ben vedere però, proprio ricostruendo a ritroso il percorso di formazione del concordato, è facile comprendere come l’apparenza, la propaganda, siano in realtà parte integrante, talvolta essenziale, della politica della chiesa.

Dal dopoguerra in avanti le anime che la chiesa pretende di dover curare, iniziano in gran parte a mutare, pretendono più libertà individuali, libertà di coscienza, libertà di scelta, libertà religiose, negate completamente dai Patti lateranensi.

Nel 1962, durante il Concilio vaticano in cui si «approfondisce ed espone» la «dottrina certa e immutabile» della chiesa, i vertici del cattolicesimo discutono le istanze civili trovando in fondo al percorso di analisi un «collegamento […] dei valori umani e temporali con quelli propriamente spirituali, religiosi ed eterni: [la chiesa] sull’uomo e sulla terra si piega, ma al regno di Dio si solleva».

Il significato di queste apparenti “aperture” alle libertà individuali viene dai più frainteso; la concessione di libertà individuali da parte della chiesa oltre che fittizia non è nemmeno gratuita.

Il costo economico e sociale verrà ben compreso ad esempio dal laico Lelio Basso nel 1976, 11 anni dopo aver presentato la mozione che aprirà la strada alla modifica del concordato: «Quando nel 1965 credetti che il Concilio avesse contribuito a far maturare i tempi, presentai una mozione alla Camera [mozione per la modifica del concordato] (…) Il primo testo non presenta quasi nessuna modifica di sostanza, neppure la rinuncia alla religione cattolica come religione ufficiale. Questa fu una conquista del secondo testo; ma in realtà, era solo il riconoscimento di una conquista che il popolo italiano aveva fatto da sé con il referendum del 2 giugno e con la costituzione repubblicana. La chiesa in realtà in quel secondo testo non dava assolutamente nulla; mancava il do ut des, mancava il carattere fondamentale di ogni patto tra uguali che è uno scambio di equivalenti».

A conferma dell’asimmetria dei rapporti in questione è bene ricordare il 25 novembre 1976, data nella quale il presidente del Consiglio Andreotti intervenendo alla Camera per comunicazioni relative ad alcune mozioni sui Patti lateranensi, informa l’aula di aver nominato una commissione per avviare trattative con la santa sede.

La commissione era composta da tre esperti a cui si sono aggiunti tre rappresentanti della chiesa cattolica; quel che Andreotti non disse fu che di questi cinque erano cattolici e che l’esito dell’accordo era scontato. Un conto però è la forma, altro è la sostanza. Se cioè stato e chiesa devono addivenire necessariamente a «patti giuridicamente vincolanti», non è affatto detto che il riconoscimento da parte della chiesa della sovranità dello stato e della sua indipendenza siano reali. Da quella informativa ai giorni nostri, anche culturalmente, è cambiato davvero poco, anzi.

Per sostenere il contrario dovremmo infatti ignorare le reali e sistematiche interferenze quotidiane, nella politica dello stato italiano, compiute attraverso le autorità religiose che beneficiano dei privilegi concordatari, ignorare l’intervento dell’autorità religiosa in ogni elezione politica o amministrativa o referendum, ignorare le pretese economiche della chiesa per tutte le sue ramificazioni.

Ciò può solo dimostrare che stato e chiesa anche oggi non sono indipendenti e sovrani ciascuno nel proprio ordine (articolo 1 del concordato).

Opporsi a questo stato di cose non è semplice, ma è necessario a mio avviso comprendere la reale portata politica della concessione di diritti civili, concessione che, proprio perché non comporta oneri e costi per lo stato, rischia di non essere la vera battaglia per la laicità dello stato.

Una classe politica culturalmente prona e storicamente pavida nei confronti della chiesa ha facilmente acconsentito alla loro affermazione ingenerando in molti (e forse anche nell’associazione) la convinzione che la battaglia per la loro conquista fosse la sola battaglia per la laicità, con il fine ultimo di realizzare un’idea comune di paese economico sociale contro gli interessi dello stato.

Solo uno stato che non demanda alla chiesa la tutela dei diritti al lavoro, all’istruzione pubblica, all’abitazione, a un tenore di vita adeguato, alla salute, eccetera è realmente sovrano e indipendente dalla chiesa e può consentire la libera conquista e il libero esercizio dei diritti civili.

Per farlo servirebbe una classe politica che non deprima il proprio ruolo istituzionale cercando occasioni per prostrarsi pubblicamente dinanzi a papa, vescovi e cardinali, servirebbero uomini che al di là della loro fede, impongano con coraggio la propria indipendenza.

Roberto Vuilleumier


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