lunedì 22 giugno - Phastidio

Stati Generali: la consultazione pubblica che non lo era

di Vitalba Azzollini

Si è parlato molto degli Stati Generali, ma c’è una domanda che resta senza risposta: cosa sono gli Stati Generali? Più specificamente: in quale categoria di attività “istituzionali” vanno inquadrati, dato che si tratta di incontri ufficiali con componenti della “istituzione” Governo? 

La risposta non sta nelle fantasiose rappresentazioni che ne ha dato chi li ha voluti, il Presidente del Consiglio (il quale – come i suoi predecessori – ha il vezzo di spacciare come motivo di vanto ogni proprio atto). La risposta dovrebbe trovarsi nelle fonti che regolano le attività delle istituzioni, appunto. E sono proprio le fonti a dimostrare che, al di là di ogni (discutibile) opinione, sul piano “istituzionale” – l’unico che conta, quando si tratta di istituzioni – gli Stati Generali sono il nulla scenograficamente declinato. 

Per spiegare, si può partire dalla definizione che ne ha dato Conte, il quale ha definito l’evento «non…una passerella, ma un confronto su progetti specifici». Ovviamente, è un confronto che avviene nell’ambito delle funzioni che Governo e Presidente del Consiglio esercitano, ai sensi della Costituzione e della legge di riferimento, nelle materie di competenza.

Ma Conte dovrebbe sapere che il “confronto”, cioè il processo di consultazione pubblica con gli interessati, va svolto non secondo lo schiribizzo del vertice dell’Esecutivo di turno, ma seguendo criteri precisi. E dovrebbe saperlo bene, dato che è stata la stessa Presidenza del Consiglio, mediante il Dipartimento della funzione pubblica, a definire quei criteri con «Linee guida sulla consultazione pubblica» (2017): si tratta di indicazioni «ispirate alle raccomandazioni e alle migliori pratiche internazionali» circa i «principi generali affinché i processi di consultazione pubblica siano in grado di condurre a decisioni informate e di qualità e siano il più possibile inclusivi, trasparenti ed efficaci».

Le consultazioni presso Villa Pamphilj rispondono ai principi previsti in tali Linee Guida? Se ne può dubitare. Ad esempio, uno di questi è la «chiarezza», per cui – tra le altre cose – «gli obiettivi della consultazione, così come l’oggetto, i destinatari, i ruoli e i metodi (…) gli indicatori quantitativi e qualitativi e le metodologie per la valutazione finale della consultazione sono definiti chiaramente nella fase iniziale e resi pubblici».

C’è stato qualcosa di tutto questo a Villa Pamphili? La domanda è retorica, e non solo per gli Stati GeneraliChi scrive, così come altri (pochi, invero), evidenzia da tempo immemore che «per conoscere la realtà bisogna misurarla. Occorre stabilire obiettivi quantificabili e osservare l’evoluzione delle variabili di interesse nel tempo». Altro che la vaghezza esposta in scenari bucolici di ville romane. 

Un requisito ulteriore delle consultazioni è la “trasparenza”, in base a cui, tra l’altro, «tutte le fasi, gli aspetti e i costi del processo di consultazione sono resi pubblici, non solo per la platea dei diretti interessati alla materia oggetto di consultazione, ma per tutti i cittadini», precisando i motivi per cui le posizioni espresse dai partecipanti «influenzeranno la decisione finale e/o (…) non potranno essere accolte».

Circa l’evento di Villa Pamphilj la trasparenza latita del tutto. Oltre a non sapere quanto l’evento sia costato – “dettaglio” non irrilevante in questi tempi grami – gli incontri avvengono a porte chiuse, senza giornalisti, e si sa solo quanto filtra da dichiarazioni del governo e degli invitati. Dunque, a Villa Pamphilj si stanno valutando decisioni destinate – secondo le intenzioni – a essere recepite in azioni di Governo che avranno impatti sulle persone, eppure le persone sono escluse da quanto ivi si discute: non si consente loro essere informate su ciò che accade nelle “segrete stanze”, ove hanno accesso solo alcuni “privilegiati”.

Insomma, il “Casino del Bel Respiro” non è la “casa di vetro” dell’Amministrazione pubblica vagheggiata dall’onorevole Turati all’inizio del secolo scorso. A dire il vero, sul sito web del Governo si trovano video di sintesi, della durata di pochi minuti, che però non danno conto di niente; peraltro, “trasparenza” non è solo e tanto lo streaming o i video pubblicati ex post, come spiegato più volte. E attenzione al versante del principio di trasparenza inerente ai feedback che andrebbero resi ai partecipanti circa l’accoglimento o il rifiuto delle loro proposte: per Conte l’effetto boomerang è dietro l’angolo.

Perché se è vero che talora gli ospiti di certi eventi reputano sufficiente l’invito alla passerella, altre volte, invece, essi vogliono avere una qualche certezza sul fatto che poi si terrà utilmente conto dei contributi forniti. Specie chi è abituato a operare nella concretezza potrebbe reputare superfluo il red carpet, essendo più interessato a sapere se le proprie proposte saranno effettivamente valutate, nonché come e in quale misura avranno eventualmente concorso alla decisione finale. Quindi, in mancanza di un riscontro circa il fatto che il dispendio di tempo ed energie profuso sia davvero servito, Conte rischia di rendere palese – più di quanto già non sia – che le simil-consultazioni a Villa Pamphilj rappresentano un mero pro-forma, ossia un atto di politica fittizia; inoltre, alzando il livello delle aspettative a seguito delle “ospitate”, rende il rischio ancora più elevato. 

Quanto alla «inclusività», un’altra delle caratteristiche richieste, può solo rilevarsi che non si sa perché alcuni – le «menti brillanti» (i non-presenti sono le menti ottuse?) – siano stati invitati all’evento, mentre altri ne siano stati esclusi. Eppure, secondo le citate Linee Guida, la consultazione «accoglie i bisogni di tutte le categorie dei potenziali interessati e prevede le opportune misure per permettere la loro partecipazione, riconoscendo il valore intrinseco di ciascun contributo»: sarebbe stato, pertanto, necessario spiegare con “chiarezza” e “trasparenza” (i principi delle consultazioni si tengono l’uno con l’altro) i criteri utilizzati per decidere i partecipanti. 

Se gli incontri presso Villa Pamphilj non sono qualificabili come consultazioni ai sensi delle citate Linee Guida, data l’assenza di requisiti essenziali, a maggior ragione non rientrano in quelle disciplinate – da un apposito regolamento (2017) e da una direttiva della Presidenza del Consiglio – come fase specifica dell’analisi di impatto della regolazione (AIR). Si sarebbe potuto forse parlare di consultazioni “pre-Air”, considerate necessarie dal Consiglio di Stato al fine di «definire meglio l’ambito e gli aspetti essenziali del contesto nel quale eventualmente calare le normative»: peccato non siano state previste nel citato regolamento, reputando non servissero.

Ma se non sono attività “istituzionali”, cosa sono questi Stati Generali, oltre che un “brain storming de’ noantri”? Forse sono il modo attraverso cui il Presidente del Consiglio sta provando ad accreditarsi presso personalità dell’Unione Europea, nonché presso coloro i quali più contano nel Paese (allora l’esclusione di alcuni soggetti dagli incontri a Villa Pamphilj dipende dal fatto che non sono giudicati troppo rilevanti sul piano del consenso elettorale?), in vista del proprio futuro politico.

Del resto, qualcuno ha definito gli Stati Generali, come la Leopolda, il palcoscenico dell’«ultimo dei narcisi (in ordine di apparizione)», anzi il Papeete di Giuseppe Conte: ognuno ha il proprio pubblico di riferimento, dinanzi al quale mette in scena la propria performance cafona. Oppure gli Stati Generali sono il modo in cui esponenti dell’Esecutivo vogliono (ufficialmente) condividere la responsabilità delle scelte da compiere in prosieguo, così da avere poi l’alibi (ufficioso) per condividere anche le colpe conseguenti: forse fingono di dimenticare che la responsabilità delle decisioni è e resta solo del Governo

Non sarà che gli Stati Generali rappresentano la sede in cui si raccolgono i “desiderata” circa la destinazione della «fracassata di soldi» che l’Italia sta per ricevere dall’Europa, grazie alle «sfighe»? In mancanza di definizioni istituzionali, non ci resta che l’ironia.

 

Per #CrozzaConte si può migliorare solo in un modo: con la sfiga! </p style='max-width: 768px; max-height: 100000px'




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