sabato 26 agosto - Oggiscienza

Smart tags: le etichette che scovano i composti nocivi (ma anche quelli utili)

Entrata in contatto con il campione, cambia colore e mostra la presenza e l'entità della contaminazione. L'etichetta presentata al meeting dell'American Chemical Society.

di Eleonora Degano

L’estate è il momento di un grande dilemma: posso ancora usare la crema solare comprata l’anno scorso e mai finita? Sarà ancora efficace, sarà contaminata? Basandoci sul PAO (period after opening) riportato in etichetta sappiamo che dopo un tot di mesi il produttore non garantisce più l’efficacia di un prodotto, ma anche che nella pratica non sempre è il caso di gettarlo in pattumiera. Il dilemma sulla contaminazione, per queste creme come per altri prodotti della cosmesi e per il cibo, resta però un po’ più difficile da districare.

Chi non ha mai messo le uova in acqua per vedere se galleggiassero o meno, o annusato diffidente un cartone di latte inquilino del frigorifero da tempi sospetti? Oltre alla sicurezza, entra in gioco anche lo spreco alimentare.

Per questo molti ricercatori lavorano alle smart labelsetichette“intelligenti” che a contatto con il cibo possono dirci subito se una crema o un alimento non sono più sicuri e andrebbero buttati. Per essere intelligenti davvero, l’obiettivo è renderle economiche, semplici, veloci nell’analisi e alla portata di tutti, industria e uso domestico.

Perché una grossa porzione dello spreco avviene tra le mura domestiche: secondo la campagna “Spreco Zero” il 76% degli italiani incolpa la filiera di produzione-distribuzione e i servizi di ristorazione, ma più della metà dello sperpero annuo di cibo nel nostro Paese (ma non solo) riguarda l’utilizzo casalingo.

Alcuni dei nuovi progetti fanno parte degli oltre 9000 appena presentati all’ultimo meeting dell’American Chemical Sociey; qui il gruppo della ricercatrice Silvana Andreescu ha portato il suo sensore, letteralmente un pezzetto di carta con incorporati i reagenti necessari a individuare contaminanti come i radicali liberi ma anche sostanze “positive”, come gli antiossidanti.

La vera novità del sensore, spiega Andreescu, sono le nanostrutture usate per catturare i contaminanti e legarli; non c’è niente da aggiungere, basta posizionare sull’etichetta il campione di cibo o prodotto cosmetico da valutare. Le particelle legano i contaminanti target e cambiano colore: l’intensità del colore dice quanto è concentrata la sostanza individuata.

La capacità di individuare anche gli antiossidanti – le celebratissime sostanze che contrastano i radicali liberi, le specie reattive dell’ossigeno – amplia le possibili applicazioni dell’etichetta: come spiega la ricercatrice, potrebbe essere usata per test di autenticazione su vini e tè, entrambi dotati di una sorta di impronta digitale di antiossidanti che li rende riconoscibili. O ancora, viaggiare negli zaini degli scienziati che partecipano a missioni nelle foreste pluviali e in ambienti inospitali alla ricerca di piante dalle caratteristiche interessanti. Li si mette a contatto con l’etichetta ed ecco che questa restituisce l’eventuale contenuto di antiossidanti.

Ora il lavoro sull’etichetta punta a renderla sensibile ad altri contaminanti d’interesse come l’ocratossina A, una micotossina che spesso si trova in prodotti d’uso comune come il caffè e i cereali, o l’Escherichia coli e la salmonella.

Il campo delle smart tags è in continuo divenire: nel 2014 avevamo parlatodel brevetto del gruppo di ricerca di Chao Zang, la cui etichetta (brevettata) era grande quanto un chicco di grano e rivelava sempre attraverso il colore le condizioni di conservazione del cibo. Dal rosso acceso, perfettamente edibile, al verde, 100% guasto. Poco intuitivo, già, ma efficace. Zhang e colleghi avevano lavorato proprio sull’E. coli, monitorando la crescita del batterio nei campioni analizzati via via che il colore dell’etichetta cambiava.

@Eleonoraseeing




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