mercoledì 2 agosto 2023 - Valerio Mirarchi

Silvio Berlusconi come primo oligarca italiano

In questo periodo in cui va così tanto di moda il termine “oligarca”, è strano che quasi nessuno lo abbia utilizzato in occasione della morte di uno dei maggiori protagonisti della Seconda Repubblica. 

A quasi due mesi dalla morte di Silvio Berlusconi, è forse ora di dire che non si può capire la sua figura se non si inquadra bene il fatto che sia stato il primo e il più grande oligarca italiano. La sua fortuna economica si fonda interamente sui suoi rapporti con la politica e con il potere in generale. La sua stessa carriera di imprenditore si fonda su un episodio di raccomandazione informale: l’acquisto di un terreno in via Alciati a Milano, per 100 milioni di lire ottenuti grazie alla fideiussione di Carlo Rasini, banchiere, che altri non era che il datore di lavoro di suo padre.

Ma l’episodio più paradigmatico risale al 1984. Quando i pretori fecero sequestrare gli impianti delle reti Fininvest perché le trasmissioni private in interconnessione su tutto il territorio nazionale violavano la legge, Craxi si affrettò subito a varare un decreto che legalizzava la situazione, consegnando di fatto a Berlusconi metà del duopolio televisivo italiano. Ovviamente Craxi fu ricompensato a dovere. Una curiosità storica è che nel 1998 Berlusconi arrivò a corrompere persino Arafat per dire che i 10 miliardi di lire che aveva inviato a Craxi erano stati versati per finanziare l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Il leader del Partito Socialista era il principale referente politico di Berlusconi e lo favorì in una maniera analoga a quella in cui nei paesi dell’Est i governi favoriscono i cosiddetti oligarchi. Quando Craxi fu eliminato dalla scena politica, Berlusconi rischiava il fallimento delle sue aziende e condanne giudiziarie. Per evitare tutto ciò capì che l’unico modo per uscire da questa situazione era quello di diventare il referente politico di sé stesso, ottenere il potere. E così imbastì una narrativa su una rivoluzione liberale che non avverrà mai (ma a cui molti hanno creduto sicuramente in buona fede) e sul terrore dei “comunisti” che nel ‘94 già non esistevano più. Nei suoi governi varò innumerevoli leggi che favorivano le sue imprese, Mondadori, il Milan e soprattutto Mediaset, anche penalizzando o sbarazzandosi della concorrenza (si pensi a Europa 7, canale che legittimamente avrebbe dovuto prendere il posto di Rete 4 e che invece fu sostanzialmente estromesso). Oltre a questo, depenalizzò parzialmente i reati di cui era accusato per non essere condannato, accorciò i termini della prescrizione per essere prescritto e tentò di aggiudicarsi un’immunità pressoché totale in quanto Presidente del Consiglio. In tal modo riuscì ad evitare di essere condannato in tutti i suoi processi tranne uno, per il quale ricevette comunque la pena più lieve possibile. Tutte le volte che la magistratura lo chiamò per fare finalmente chiarezza sulla sua storia (cosa che vorrebbe fare qualsiasi innocente finito in una persecuzione giudiziaria), Berlusconi si avvalse della facoltà di non rispondere.

Dall’inizio della guerra Russia-Ucraina, la parola “oligarca” ha assunto un significato sempre più negativo. Gli oligarchi sono il prodotto malato di regimi (Russia) o democrazie incomplete (Ucraina, Ungheria, Polonia) in cui non esiste una separazione netta tra potere politico e potere economico, separazione essenziale per qualsiasi società libera. Forse anche noi italiani dovremmo cominciare a riflettere su quanta parte dell’economia italiana sia controllata dalla politica. Finché la classe politica possiede direttamente o controlla indirettamente imprese di enorme importanza economica e decide la destinazione di più della metà del PIL prodotto dai cittadini, l’Italia sarà sempre una democrazia imperfetta.

Foto Wikimedia




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