venerdì 24 settembre - La bottega del Barbieri

Si vota a Milano dove la politica non vede le file di poveri (vecchi e nuovi)

Un testo di Teresa Noce con una premessa della “bottega”

UNA BREVE NOTA DELLA “BOTTEGA”

Elezioni comunali in una Milano sempre più dominata dal liberismo finanziario-immobiliare e vuota di progetti mentre file lunghissime di persone – vedi la foto qui sotto – chiedono un sacchetto di cibo… Siamo nell’anno 2021 ma in triste continuità con la povertà del passato: come la Milano del tragico dopoguerra dove però c’era chi si mobilitava con un progetto in testa. Lo raccontò Teresa Noce nel testo (grazie a Turi per avercelo segnalato) che riproponiamo.

I bambini di Milano alle soglie dell’inverno del dopoguerra (*)

Alle soglie dell’inverno 1946, di un inverno che sarebbe stato molto duro, forse più duro degli inverni di guerra trascorsi, i bambini di Milano, specialmente i più piccoli, erano in pericolo. Deboli, malnutriti per le privazioni già sopportate, come avrebbero resistito a un altro inverno di fame e di freddo? Noi donne comuniste cosa potevamo fare per i bambini di Milano, per i “nostri” bambini?

Dopo molto discussioni decidemmo di chiedere aiuto ai compagni delle regioni più fortunate dal punto di vista alimentare: quindi in primo luogo ai compagni della fertile Emilia. Fra le compagne che accettarono di collaborare c’era Daria Banfi che era emiliana e aveva conservato molti legami con la sua terra d’origine. Avrei scritto ai compagni di Reggio Emilia che era anche la sua città e la pregai di fare altrettanto. Accettò subito.

I compagni dirigenti non erano d’accordo e si dimostrarono scettici sulla riuscita della nostra iniziativa. Dicevano che i compagni di Reggio avrebbero potuto prendere a loro carico soltanto i nostri, cioè o figli dei compagni che avevano sofferto le maggiori privazioni nei lunghi anni di guerra: doveva essere una cosa interna, di partito.

Neppure questa volta mi trovai d’accordo. Avevo la massima fiducia nei compagni emiliani e sapevo che essi si sarebbero impegnati per darci il maggior aiuto possibile. D’altronde non mi pareva giusto pensare solo ai figli dei compagni. Vi erano certamente a Milano bambini che avevano sofferto quanto i nostri. Ma per il momento era inutile intavolare discussioni.: bisognava prima attendere la risposta dei compagni di Reggio.

La risposta tardava e la mia speranza cominciò ad affievolirsi. Forse avevano ragione i compagni scettici. Stavo proprio per perdere la speranza quando una mattina mi si annunciò che erano arrivati due compagni di Reggio che volevano parlare con me. Mi precipitai a incontrarli. Erano una compagna e un compagno che non conoscevo. La compagna cominciò: “Sai la questione è stata un po’ difficile da risolvere anche per noi. Abbiamo dovuto fare molte riunioni, rivolgerci a molta gente, non solo compagni. Ma speriamo di avercela fatta e che sarete contenti di noi.”

Riuscii a balbettare “Ma … qu … quanti?”. Rispose stavolta il compagno: “Per adesso non abbiamo ancora potuto fare molto ma speriamo di fare di più in seguito. Per ora forse duemila!”. Duemila! Le mie speranze non erano mai arrivate a tanto. Mi buttati al collo dei compagni e li abbracciai e li baciai ripetendo “Grazie, grazie per tutti i bambini”.

Ero commossa per quei compagni di Reggio così bravi e inoltre riconoscente a Daria Banfi che si era interessata del problema. Dovevo correre a dirlo ai compagni. Non mi importava che fossero in riunione. Entrai come un uragano tirandomi dietro i due reggiani e urlando: “Avete visto? Possiamo mandare duemila bambini a Reggio e poi forse di più”.

Bisognava che ci mettessimo subito al lavoro tutti., perché la cosa non sarebbe stata facile da organizzare. Sapevo che l’espressione “al lavoro tutti” era un eufemismo. Sarebbe toccato soprattutto alle compagne lavorare. Ma avremmo fatto in modo di mettere all’opera anche gli uomini.

Appena i due compagni di Reggio si furono rifocillati, ci riunimmo per prendere i primi accordi urgenti. Dovevamo radunare duemila bambini, i più bisognosi e denutriti che ci avrebbero indicati i compagni e le compagne dei diversi rioni popolari. Non dovevano essere troppo piccoli: il viaggio, il cambiamento d’aria e di abitudini avrebbero potuto far loro male. Almeno dai tre anni in su. Si sarebbe dovuto farli visitare dai medici, per non mandare ammalati che rischiassero di contagiare gli altri e raccogliere un minimo di corredo. Dovevamo poi accertare che scuole avessero frequentato perché potessero continuare gli studi nel reggiano.

I compagni si informarono del modo in cui era stata organizzata l’ospitalità a questi bambini di Milano. In tutti i paesi della provincia reggiana, famiglie di compagni e di lavoratori si erano messe in lista per accogliere persino tre piccoli milanesi. I compagni del posto avrebbero provveduto al trasporto dalla città ai paesi, ma era compito nostro portare i bambini fino a Reggio. Speciali commissioni di compagne e compagni si sarebbero recate tutte le settimane a visitare i piccoli e controllare che stessero bene in salute, che scrivessero a casa e ad accertarsi di loro eventuali bisogni particolari.

Tute le compagne si misero al lavoro. Nel mio piccolo ufficio era un via via continuo di donne, uomini, bambini. Arrivavano richieste da ogni parte. I bambini affamati erano tanti. Casi pietosi erano molti… moltissimi. Bambini che dormivano in casse di segatura per avere meno freddo, senza lenzuola e senza coperte. I bambini rimasti soli o con parenti anziani che non avevano la forza e i mezzi per curarsi di loro. Bambini ammalati che per il momento dovevamo escludere dalla lista e cercare di far ricoverare in ospedale. Bambini lerci, pieni di croste e di pidocchi.

Le nostre compagne, tutte, avrebbero meritato un monumento. Riuscirono a trovare i medici per far visitare, curare, vaccinare i bambini; riuscirono a raccogliere da privati, enti e commercianti una quantità di indumenti, biancheria, calze e scarpe; organizzarono sedute di taglio dei capelli e di eliminazione dei pidocchi. E tutti ci aiutavano: Comune di Milano, CLN, enti diversi, cittadini privati. Ci rivolgevamo a tutti e tutti davano il loro contributo. Nessuna delle nostre compagne aveva una specifica esperienza di questo immane lavoro di cui ci eravamo caricate, ma le cose si svolgevano ugualmente bene, senza che dovessimo lamentare il minimo incidente.

Quando tutto fu pronto e comunicammo ai compagni di Reggio che i bambini sarebbero arrivati entro poco tempo, ci fu un grosso inciampo. Le Ferrovie avrebbero messo un treno a nostra disposizione ma dovevamo pagarlo un milione. Dove avremmo potuto trovare i soldi? Alla fine pensammo che in Italia dopotutto erano ancora gli Alleati a comandare e decidemmo di rivolgerci a loro.

Riuscimmo ad ottenere il treno, con l’accordo di pagare quando le nostre possibilità ce l’avessero permesso. Ricevemmo inoltre duemila razioni di viveri per il viaggio, ossia biscotti, formaggini, cioccolato. Ricordo il comportamento dei bambini più piccoli di fronte al cioccolato che non avevano mai conosciuto, mai gustato: qualche leccatina diffidente a quella “cosa” scura, mentre si trovavano ancora alla stazione, prima della partenza; poi alcuni se lo cacciavano ingordamente in bocca mentre altri si sporgevano dai finestrini per farlo assaggiare anche alla mamma o al fratellino e alla sorellina che, meno fortunati, non partivano.

I bambini dovevano essere assistiti nel viaggio dalle compagne più idonee a questo lavoro. Ma per quel lungo treno con circa duemila bambini accompagnatrici ce ne volevano molte e occorrevano anche alcune infermiere e almeno un medico. Inoltre doveva esserci un compagno responsabile di fronte agli Alleati e al compagno Montagnani, che non solo era vicesindaco di Milano, ma aveva diretto la Resistenza proprio nel reggiano sotto il nome di Marelli (che ottenne poi di poter aggiungere al suo). Quando autobus e tranvai messi a disposizione dal Comune ci scaricarono alla stazione centrale trovammo una squadra di “ghisa” che ci aspettava. Rivedo ancora, nei miei ricordi, un “ghisa” alto quasi due metri con due bambini in braccio e altri due attaccati ai calzoni. Fece non so quanti viaggi tra l’atrio della stazione e il treno, sempre carico di bambini.

Ci vollero quasi due ore per imbarcarli tutti. Mentre le compagne che venivano fino a Reggio avevano il loro da fare con i bambini in partenza, le altre dovevano calmare, coccolare, consigliare le mamme e i parenti che vedevano partire i loro piccoli. E ancora una volta le nostre compagne furono meravigliose, tutte. Ricordo Giovanna Ermini, Mariolina, Maria Maddalena Rossi, Giovanna Barcellona, Luciana Viviani, Gisella Floreanini, Stellina Vecchio e molte molte altre.

Il treno finalmente partì. La maggior parte dei bambini non aveva mai viaggiato per ferrovia e tutti erano eccitatissimi. A un certo punto sentimmo uno scossone e il treno si fermò in aperta campagna. Accorse il capotreno: uno dei bimbi aveva tirato il campanello di allarme. Dovemmo fare il giro di tutte le carrozze e spiegare che non si doveva tirare quel campanello altrimenti il treno si sarebbe fermato e poi li avrebbe riportati a Milano. Il capotreno voleva minacciarli di tutte le sanzioni, ma bastò quella spiegazione.

Avevamo avvisato le compagne di Piacenza perché provvedessero a rifocillare i piccoli viaggiatori. Arrivammo a Piacenza verso mezzogiorno: il treno si fermò lungo il marciapiede, ecco le nostre compagne con calderoni fumanti di latte zuccherato, con panini e frutta. La gente che transitava per la stazione di Piacenza osservava stupita e chiedeva chi mai ci fosse su quel treno. A Milano ormai lo sapevano tutti ma a Piacenza la nostra iniziativa era una novità. Quando spiegai di cosa si trattava a una signora incuriosita, questa mi disse: “Quello che state facendo voi comunisti è molto bello. Io non sono comunista ma siccome possiedo una grande villa e penso che tutti devono fare qualche cosa per i bambini, se volete la metto a vostra disposizione. Ecco il mio nome e indirizzo”. Ringraziai la signora e passai il suo biglietto alle compagne di Piacenza.

Prevedevo fin d’allora che la nostra iniziativa si sarebbe allargata. Infatti dopo i bambini di Milano, toccò a quelli di Torino a essere ospitati per l’inverno. Poi fu la volta dei bambini di Cassino che dormivano fra le rovine e i topi e la partenza fu organizzata, con Maddalena Rossi che si adattò anche lei a dormire per diversi giorni fra le macerie infestate di topi a Cassino. Pensammo poi ai bambini delle altre più misere città del Mezzogiorno e della Sicilia.

Dopo Reggio, Modena e inoltre Parma, Piacenza e via via tutta l’Emilia-Romagna si offrirono di ospitare i bambini. In quasi due anni, i peggiori del dopoguerra circa 35.000 bambini furono così salvati dalla fame e dal freddo, grazie alla solidarietà dei lavoratori, particolarmente quelli delle campagne.

E questo avvenne per iniziativa delle donne comuniste. In seguito questa attività fu continuata dalla Unione delle donne italiane (UDI).

Quando quel primo treno di bambini milanesi arrivò a Reggio era pomeriggio inoltrato. C’era una grande folla ad attenderci. Scesi dal treno, mi voltai e tesi le braccia per far scendere i primi bambini. Ma una frugolina vestita da partigiana mi corse incontro con un cestino di fiori: doveva darci il benvenuto, ma si impappinò, arrossì e finì per gettare le braccia al collo del milanesino vicino. Quando mi voltai verso i compagni di Reggio che già mi circondavano avevo le guance rigate di lacrime di commozione, anche se sorridevo guardando la piccola reggiana.

Uscimmo sul piazzale della stazione. Lunghe file di pullman attendevano in bell’ordine. Davanti a ogni automezzo c’erano due compagni con in mano un elenco.; uno faceva l’appello dei bambini, l’altro quello degli incaricati dalle famiglie che li avrebbero ospitati. Una organizzazione impeccabile. A dirigere questo lavoro c’era Armando Attolini, lo stesso compagno con cui avevo lavorato “troppo” nel 1932. Egli era riuscito a sfuggire all’arresto fascista espatriando. Era poi rientrato in Italia a lavorare illegalmente ed era stato arrestato e condannato dal tribunale speciale fascista a diciotto anni di carcere. Ci abbracciammo commossi di ritrovarci dopo tanti anni.

Prima che i pullman partissero per portare i bambini a destinazione, avrei dovuto dire due parole, ma non vi riuscii. Parlò in vece mia il compagno Montagnani.

(*) in «Rivoluzionaria professionale»: nell’edizione Bompiani del 1977 queste sono le pagine 365-370. Sul tema vedi www.anpi.it/articoli/636/194...; la storia dei bambini dei treni della felicità è stata raccontata nel 2009 in un libro di Giovanni Rinaldi diventata poi un film-documentario per la regia di Alessandro Piva. 




Lasciare un commento