mercoledì 9 novembre - Phastidio

Si fa presto a dire friendshoring

Tra crescente confronto col "rivale sistemico" Cina ed espedienti protezionistici degli "amici" americani, Germania ed Europa rischiano grosso. L'Italia resta con gli slogan

Dopo aver inopinatamente consegnato a Gazprom e al Cremlino il controllo di alcuni propri siti di stoccaggio di gas, consentendo ai russi di strangolare gli approvvigionamenti in modo propedeutico all’invasione dell’Ucraina, ora i tedeschi sono -giustamente- terrorizzati di non ripetere l’assurdo errore.

PSICODRAMMA TEDESCO

Motivo per cui nei giorni scorsi è andato in scena lo psicodramma del tentativo di dire Nein all’acquisizione, da parte del gigante cinese dello shipping Cosco, di una quota del 35% nella società che gestisce un terminal container ad Amburgo. Alla fine, malgrado la contrarietà di ben sei ministri federali, il Cancelliere Olaf Scholz l’ha spuntata con un compromesso: quota appena sotto il 25% e niente voce in capitolo cinese nelle strategie industriali del terminal.

E vissero tutti felici e contenti, consentendo a Scholz di andare in visita da Xi Jinping, a giorni? Non esattamente. Il motivo non è difficile da comprendere: in un periodo storico di confronti tra blocchi e attriti geopolitici crescenti, la formula mercantilista tedesca rischia di finire fuorigioco, infliggendo un colpo molto severo al suo modello di sviluppo basato sulle esportazioni.

Come è possibile, infatti, designare la Cina come importante rivale sistemico ma al contempo mantenerne lo status di partner commerciale? Come reagire alle violazioni dei diritti umani da parte del regime senza pregiudicare un immenso mercato di sbocco ma anche di produzione? Il tutto tenendo presente che la Cina sta puntando strategicamente all’autonomia sulla frontiera tecnologica e che quindi punta a liberarsi, o comunque ridimensionare fortemente, le produzioni estere entro pochi anni.

CINA VITALE PER LE AZIENDE TEDESCHE

Secondo il German Economic Institute, nel primo semestre di quest’anno le aziende tedesche hanno effettuato investimenti in Cina per 10 miliardi di euro, nuovo massimo storico. Nel 2021, la Cina è stata il primo partner commerciale della Germania, con una quota del 9,5% del commercio tedesco di merci.

L’attrazione cinese per le aziende tedesche resta fortissima: il 40% delle auto vendute da Volkswagen è destinato alla Cina; la Cina genera il 15% dei ricavi di BASF e il 13% di quelli di Siemens. Secondo un recente sondaggio dell’istituto di ricerca Ifo, il 46% delle aziende tedesche si affidano a fattori di produzione intermedi di provenienza cinese.

Anche l’eventuale azione di Berlino volta a ridurre le garanzie per le aziende tedesche impegnate in Cina non pare rappresentare un disincentivo. Nel frattempo, il colosso della chimica BASF ha deciso di ridimensionare la propria presenza europea e costruire una fabbrica di 10 miliardi di euro nella città cinese meridionale di Zhanjiang. La catena di discount Aldi sta aprendo centinaia di punti vendita in Cina.

L’Europa in questo momento ha un problema molto serio: lo svantaggio competitivo sui costi dell’energia rispetto ad altre aree del mondo. Non solo Cina ma anche Stati Uniti. Che possono attrarre aziende europee anche grazie a costi dell’energia che, al netto di pur ampie fluttuazioni, sono nettamente inferiori a quelli del Vecchio Continente.

GLI “AMICI” AMERICANI IRRITANO L”EUROPA

Gli americani, poi, hanno causato allarme e irritazione nei leader europei a causa della legge, voluta dall’Amministrazione Biden e approvata in agosto, nota col nome di Inflation Reduction Act (IRA), che destina sussidi verdi agli acquirenti di veicoli elettrici solo se assemblati negli Stati Uniti. Altri sussidi vanno a batterie prodotte negli USA o minerali estratti da paesi “amici”.

Forte irritazione europea, considerando ad esempio che la Germania offre sussidi ai veicoli elettrici venduti sul suo territorio a prescindere dalla provenienza. Vedremo come evolverà questa frizione commerciale, sono in corso colloqui.

Se le aziende europee si troveranno a stabile svantaggio di costo sull’energia, oltre che strattonate a investire verso paesi “amici” che altrimenti le lascerebbero fuori dalla porta, i problemi domestici europei si accresceranno. Vero è che non è tutto semplicissimo, per gli investimenti esteri: il mercato del lavoro americano è “amichevole” per le aziende ma presenta tensioni non marginali e crescenti, legate alle sue attuali condizioni di pieno impiego e carenza di manodopera, specializzata e non, come anche a problemi “culturali”, ad esempio legati alla gestione della diversità.

In sintesi: si fa presto a parlare di friendshoring ma resta l’ineliminabile aspetto di competizione tra blocchi, e l’Europa rischia di dover scegliere il minore dei mali. Posizioni mercantiliste come quella tedesca appaiono oggi difficilmente sostenibili, e a Berlino ne sono consapevoli. Sono finiti i tempi dei dodici viaggi di Angela Merkel in Cina, con seguito di aziende tedesche.

Al contempo, la prevalenza di interessi nazionali ostacola la creazione di poli europei. I rapporti franco-tedeschi sono in freddo, tra le altre cose, anche a causa della scelta del governo Scholz di comprare gli F35 americani. Dopo lo schiaffo dei sommergibili australiani, Emmanuel Macron resta estremamente sensibile al tema. Come dargli torto?

LA GLOBALIZZAZIONE CAMBIA PELLE, L’ITALIETTA NON CI ARRIVA

La globalizzazione è morta? No, cambia pelle e viene compressa in blocchi, anche sulla base di motivazioni extra-economiche. Ciò implica duplicazione di costi nelle catene di fornitura e il costante rischio di trovarsi con investimenti da rottamare. Qualcuno ha detto: se la crisi con la Russia è la tempesta, i rapporti con la Cina sono il cambiamento climatico. E qui i negazionisti faranno una brutta fine.

Al contempo, gli americani si fanno gli affari loro, come è razionale attendersi, dietro la retorica del mondo libero. Nel frattempo, i super banchieri occidentali vanno a Hong Kong a dire che per loro la Cina resta un mercato imprescindibile. Come finirà?

Unica certezza, la tragica inadeguatezza dell’Italietta che, a chiacchiere della sua premier pro tempore aderisce alla logica di nearshoring e friendshoring, dopo che la medesima, in una vita precedente, aveva respinto trattati commerciali “occidentali”, preferendo chiedere di togliere le sanzioni alla Russia per l’invasione dell’Ucraina del 2014.

Al netto di ciò, sarebbe utile che i nostri leader pro tempore avessero consapevolezza che ogni friendshoring o creazione di campioni europei ha in sé una ineliminabile divisione del lavoro e un capo-filiera. Il cui stato di provenienza se ne frega serenamente di rimbrotti su presunte “condotte predatorie” di proprie aziende verso quelle del Belpaese. Ma questo lo sappiamo da sempre. Almeno noi, che non facciamo politica.




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