mercoledì 18 novembre - UAAR - A ragion veduta

Sgarbi e Giorello tra Dio, arte e scienza: più male che bene

Il saggio Il bene e il male. Dio, arte e scienza, scritto a quattro mani da Giulio Giorello e Vittorio Sgarbi, viene descritto dall’editore La nave di Teseo come un incontro sul “mistero di Dio” svolto tra scienza, arte e filosofia. Il tema sembra interessante: spiace dire che lo svolgimento è, se guardato da una prospettiva razionalista, abbastanza deludente.

Il libro è strutturato in tre parti: un saggio di Sgarbi, un saggio di Giorello e infine una conversazione tra i due. Lo scritto del critico d’arte lascia in bocca l’impressione che la trattazione in esso contenuta di dipinti, sculture e opere di architettura, svolta con l’obiettivo di mostrare il legame reciproco tra la divinità, il mondo e la bellezza, sia stata fatta quasi per dovere, e che ciò che davvero a Sgarbi prema raccontare siano le sue personali crociate clericali. Il papa corrente viene definito “ateo” per le sue aperture sul tema dei diritti; Napolitano viene descritto come un omicida per aver bloccato il decreto con cui Berlusconi voleva imporre nutrimento e idratazione a Eluana; la presenza del crocifisso viene difesa perché Gesù fu un grande uomo, talmente grande che su di lui misuriamo lo scorrere del tempo; e così via.

Va un po’ meglio con il saggio di Giorello, più complesso e interessante: focalizzandosi anzitutto sulla storia del pensiero, il filosofo recentemente scomparso delinea un percorso sul rapporto tra religione e libertà passando per Galileo, Newton e Spinoza. Non sempre però la lettura è scorrevole, soprattutto a causa del vizio, tipico di una certa saggistica filosofica ma non solo, di infarcire il testo con lunghe citazioni da testi critici, citazioni che forse avrebbero trovato miglior collocazione negli apparati.

La conversazione finale è forse il momento più sconfortante: il confronto è dominato da Sgarbi, che racconta di nuovo, con parole diverse ma identico egocentrismo, le sue battaglie clericali, svolte sempre in nome di una fantomatica libertà; Giorello è stranamente accondiscendente, interviene molto poco e il più delle volte concorda con il critico d’arte. Certo, non mancano frangenti, connessi in particolare con la difficile e inedita situazione contingente, nella quale la pandemia mette a dura prova la nostra concezione di libertà politica e sociale, in cui le riflessioni portate avanti dal singolare duo possono sembrare condivisibili. Ma non ci abbandona la sensazione che il libro sia una grande occasione sprecata, e che le ottime intenzioni di chi l’ha ideato abbiano dovuto pagare pegno all’immagine pubblica di uno dei due interlocutori, imprigionato nella ‘maschera’ del bastian contrario a tutti i costi.

Mosè Viero

 




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