lunedì 19 luglio - Aldo Funicelli

Sempre che si voglia fare vera lotta alla mafia

Deve essere un vizio per questo paese e per le sue istituzioni, quello di dover subire ricatti da persone ed entità senza titoli.

L'ultimo caso, la trattativa Stato – Bonucci per poter sfilare su un pullman scoperto per le vie di Roma, altrimenti disertiamo l'incontro col presidente del consiglio (e ci portiamo via la coppa).

Ma trenta tre anni fa lo stato italiano subì un ricatto ben peggiore da entità di tutt'altra natura e per altri fini: parliamo della stagione delle bombe della mafia, del ricatto allo stato, della trattativa stato mafia (sempre presunta per gli irriducibili della teoria “è stata solo mafia”) e delle vittime di questa guerra contro lo Stato che costò decine di vittime innocenti.

Tra queste, i due giudici Giovanni Falcone, ucciso con la moglie e la scorta, il 23 maggio 1992 sull'autostrada per Palermo a Capaci. E Paolo Borsellino, ucciso assieme alla sua scorta 58 giorni dopo, con un'autobomba in via D'Amelio.

Quegli anni di bombe, contro uomini dello Stato e contro obiettivi dal valore simbolico, di strani incontri tra mafiosi e uomini in divisa (gli ufficiali del ROS De Donno e Moro con Ciancimino), di 41 bis tolti da ministri in solitudine (l'ex ministro Conso), sono un buco della nostra storia.

Un buco che ha inghiottito le vite delle vittime, che ha sporcato la credibilità delle istituzioni, quelle che ogni anno celebrano i due santini, Falcone e Borsellino, ma che poco fanno per fare vera luce sulle zone d'ombra.

Perché pezzi dello stato, a cominciare dall'ex Questore La Barbera (lo stesso della Diaz a Genova, ma questa è un'altra storia), hanno messo in piedi la finta pista del pentito Scarantino, poi spazzata via da un altro pentito, Gaspare Spatuzza che nella sua ricostruzione tira in ballo persone esterne alla mafia?

Perché è stato ucciso in quel modo Giovanni Falcone, facendo saltare in aria un pezzo di autostrada, quando era più semplice colpirlo a Roma?

Cosa stava facendo di così importante, pericoloso per cosa nostra (e forse non solo), Falcone a Roma al ministero?

E perché Borsellino è stato ucciso, solo dopo 58 giorni, con un altro attentato così rumoroso? Riina non sapeva che lo stato avrebbe dovuto rispondere, quanto meno per dare l'impressione di un paese allo sbando?

Sono tanti i misteri ancora da risolvere dietro queste stragi, dietro queste bombe: se è stata solo mafia, se Borsellino è stato ucciso perché voleva riprendere in mano il rapporto del ROS su mafia e appalti, come mai i depistaggi, la sparizione dell'agenda rossa, come mai, anno dopo anno, si è cercato di smontare quelle riforme volute proprio da Falcone per contrastare cosa nostra? Dai pentiti, ai tentativi di ridurre la portata del 41 bis, dell'ergastolo.

Oggi, se fosse vivo, Borsellino sarebbe attaccato dai garantisti all'italiana, per le sue parole oggi dimenticate:

 

.. si dice che quel politico era vicino alla mafia, che quel politico era stato accusato di avere interessi convergenti con la mafia, però la magistratura, non potendone accertare le prove, non l'ha condannato, ergo quell'uomo è onesto… e no! [...] Questo discorso non va, perché la magistratura può fare solo un accertamento giudiziale. Può dire, be' ci sono sospetti, sospetti anche gravi, ma io non ho le prove e la certezza giuridica per dire che quest'uomo è un mafioso. Però i consigli comunali, regionali e provinciali avrebbero dovuto trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze sospette tra politici e mafiosi, considerando il politico tal dei tali inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Ci si è nascosti dietro lo schema della sentenza, cioè quest'uomo non è mai stato condannato, quindi non è un mafioso, quindi è un uomo onesto!

 

D'altronde, e anche questo va ricordato in questo paese senza memoria, o con una memoria che filtra quello che deve rimanere nascosto, tabù, pochi ricordano che da vivi Borsellino, Falcone, il pool, furono attaccati per il loro lavoro. Giudici comunisti, che vogliono attaccare la DC, gli imprenditori siciliani. Si è parlato di teorema Buscetta, quasi a voler sminuire le sue rivelazioni su cosa nostra, struttura unitaria e verticistica.

Ci vorrebbe ora un altro Buscetta, da dentro lo stato, da dentro le istituzioni, per togliere il velo finalmente a questo tabù dei rapporti stato mafia.

Rapporti che si basano su ricatti, sul potere dei soldi, sul condizionamento della politica, non solo quella siciliana perché la mafia, o meglio, le mafie, sono un problema nazionale.

Prima che questo paese torni a respirare “quel fresco profumo di libertà” evocato dallo stesso Borsellino in uno dei suoi ultimi discorsi, serve sciogliere questo rapporto tra stato e antistato.

La lotta alla mafia deve tornare nelle agende del governo, non solo con singoli provvedimenti di legge (come la legge sul voto di scambio, modificata dal governo Conte), ma deve coinvolgere anche imprese, sindacati, mondo della finanza, professionisti.

I discorsi di circostanza, che sentiremo oggi, dove si parla di lotta alla mafia, della vittoria dello stato, del sacrificio degli eroi, i due giudici e gli uomini delle scorte (Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina e poi Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro), suonano come discorsi vuoti, di circostanza.

Perché non tutti si sono dimenticati del sistema Montante, l'ex presidente di Confindustria Sicilia (e paladino della lotta alla mafia sulla carta) la rete di spionaggio che lo informava delle inchieste a suo carico.

Dell'inchiesta che ha coinvolto il consulente della Lega per energia Paolo Arata, assieme a Paolo Nicastri, il re dell'eolico vicino a Messina Denaro, boss della mafia latitante da più di 30 anni.

Che un partito di governo, che regge l'attuale maggioranza, è stato fondato da una persona condannata per mafia, Dell'Utri, coinvolto anche nel processo sulla trattativa Stato Mafia.

Sono passati più di trent'anni da quel 19 luglio 1992, non bastano i santini della lotta alla mafia, dobbiamo arrivare ai mandanti di quelle stragi, a chi ha ordinato i depistaggi di Stato, a chi ha protetto la latitanza dei boss, da Riina a Provenzano a Messina Denaro.

Spezzare il legame tra mafia e politica, rompere l'omertà di imprenditori e professionisti che non denunciano le pressioni le minacce.

Rivedere il sistema degli appalti togliendo i massimi ribassi, rinforzando i controlli su imprese appaltanti.

Sempre che si voglia fare vera lotta alla mafia.




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