mercoledì 21 settembre - Sabina Greco

Sembra un altro uomo ! Omaggio a una terra d’Ucraina dentro

Poi, ci sono quegli altri momenti. Pochi o tanti, non c’entra. 

Lo guardo. 

Lo osservo. 

Lo benedico. 

Sembra un altro uomo quando passeggiamo sulla via che costeggia il mare, e lui si incanta, si arresta a mirare l’esplosione di colori e profumi che puntualmente ogni anno ci regalano le fioriture di primavera: giovani foglie color rame scuro che si accompagnano a fiori bianchi dai boccioli rosa; grappoli di fiori rosa acceso dal cuore bianco; piccoli alberi di magnolia, le sue preferite, tempestati di fiori grandi e profumati, dalla base in rosa intenso e quasi bianchi in punta. Sembra percepire dentro l’intima effervescenza di un tempo di risvegli a tal punto da abbandonarsi al piacere che è a rimediare, stampandosi in volto quegli adorabili sorrisi maliziosi di compiacenza. 

 

Sembra un altro uomo quando appoggiato alla spalletta di un’antica terrazza romana sul mare insegue l’incalzare delle mormore fra gli scogli quasi a riva. Il luccicare argenteo, come lampi che guizzano ad annunciare il tuono, a lambire la superficie dell’acqua leggermente increspata lo esalta, starebbe ore a chiosare le loro rotte in cerca di cibo. Più isolato l’adulto, e immerso nei meandri di un immaginario, esso grufola il fondo del mare alla conquista di alghe e organismi invertebrati, mentre si sollazzano i piccoli partigiani, gregari nel banco, a rompere la formazione per tentare nuovi approdi… un’essenza della sua stessa vita. 

 

Sembra un altro uomo quando lì disteso a letto, sulla schiena, le braccia incrociate a stella sopra la testa, gli occhi al cielo nella stanza, ascolta il saluto delle rondini ritte sui cavi della luce proprio fuori sulla via. 

Non t’amo come se fossi rosa di sale, topazio 

o freccia di garofani che propagano il fuoco: 

t’amo come si amano certe cose oscure, 

segretamente, tra l’ombra e l’anima. [PABLO NERUDA] 

… è a immaginare sia il maschio a cantare la sua diletta, i rondinotti a far da sponda come il Cyrano di Rostand che nell’ombra indora l’amico imbelle. E ancora nella sua lingua, quella stessa di Shevchenko, il bardo che sognava la libertà dell’Ucraina… 

Chi può amare? non ha né padre, né madre; 

è sola, come un uccellino in una terra lontana. 

Accordale il suo destino - è giovane, 

gli estranei la irrideranno. 

È colpevole la colomba, se ama il colombo? 

È colpevole il colombo, ucciso dal falco? 

Essa geme mesta, tediata dalla luce chiara, 

vola, cerca, pensa: si è smarrito. 

Una carezza nella rovina, i suoi carmi bucolici. 

 

Sembra un altro uomo in quei momenti. 

E forse lo è. 

Come è anche tutti gli altri in lui compresi. Sempre uno e centomila, non puoi viverlo separatamente. 

 

Come faccio a gestirlo in tutti i suoi estremismi? mi domando ogni giorno… stento a sopravvivere, a volte. Perché non andarmene, semplicemente? L’amore non c’entra. 

Non ci è mai entrato per la verità. Almeno quello rosa. 

È una questione di servitù. Assai lontana in essenza da una condizione di schiavo o servo che sia. È il presupposto che ti manifesta ogni giorno chi sei in realtà. E nessuno più di lui, il capitano Dikij, di stanza in Kamčatka, il punto più estremo della Russia, ne ha contezza. 

Aleksej Dikij comanda un sottomarino atomico antisommergibile, il Viljučinsk. Fa parte dell’élite della Flotta del Pacifico. E il Viljučinsk con lui. 

Dikij ha avuto un’istruzione eccellente a Leningrado, l’odierna San Pietroburgo. Dopo di che, da ufficiale ricco di talento, è salito a grandi passi lungo la scala gerarchica, arrivando a essere - a soli trentaquattro anni - un qualificatissimo ufficiale sommergibilista, di quelli che nel resto del mondo hanno stipendi da migliaia di dollari. Al momento il capitano di prima classe Aleksej Dikij fa la fame. Non c’è altro modo di dirlo. Pare piuttosto un barbone o un fallito. 

La sua casa è uno squallido ostello degli ufficiali con le scale scrostate, semideserto e tremendo come la Harlem del tempo che fu, quella dei film americani con i gangster. Chi ha potuto se n’è andato “sul continente”, gettando alle ortiche la carriera militare. Molte finestre sono buie: non ci abita più nessuno, lì dentro. Freddo, fame, disagio. È dalla miseria che è fuggita la gente. Il capitano Dikij ci racconta che spesso, quando il tempo è bello, lui e gli altri ufficiali vanno a pescare per mettere qualcosa di decente nel piatto. 

Sul tavolo della cucina c’è quanto la Patria gli elargisce per anni di irreprensibile servizio. Dikij ha appena riportato a casa, avvolto in un lenzuolo del demanio, ciò che spetta mensilmente a un capitano. Due pacchetti di piselli secchi decorticati, due chili di grano saraceno e riso in sacchetti di carta, due lattine di piselli in scatola dei più economici, due lattine di aringhe del Pacifico e una bottiglia di olio di semi… 

“Tutto qui?”. 

“Tutto qui”. Dikij non si lamenta, prende atto senza fare commenti. È un uomo forte, un uomo vero. Un russo vero. È abituato alle privazioni. Serve la sua Patria, lui, e non chi è al potere in un determinato periodo. Se la pensasse diversamente se ne sarebbe andato da un pezzo. Invece accetta tutto, anche la fame. Perché una razione di quel tipo significa solo fame. 

[ANNA POLITKOVSKAJA] 

 

Non sono il capitano, non comando flotte, non ho patrie da servire, non sono una da élite. Ma conosco il nume, la forza, l’impeto che ti impone di restare, anche quando fai la fame. E così insieme a lui, dalle due sponde che a protendere son verso il mare, io mi limito a servire l’unica specie in libertà, sempre lei la sola vita. 

 

Sabina Greco 




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