venerdì 7 agosto - La bottega del Barbieri

«Secondo te qual è il film che rappresenta meglio la nostra epoca?».Le difficili risposte da dare agli adolescenti

L’altra sera, durante un incontro con molti ragazzi e ragazze di un college canadese, dopo aver parlato dei morti nel Mediterraneo, tragedia della quale in Canada non ci si occupa (del resto un italiano cosa sa del Canada?) è cominciato un giro di domande piuttosto astruse. La più interessante, almeno per me, è arrivata da una ragazza molto giovane, credo sui sedici o diciassette anni.

di LAVINIA MARCHETTI (*)

«Secondo te qual è il film che rappresenta meglio la nostra epoca?»

Questa rientra nel novero delle domande impossibili a cui non puoi rifiutarti di rispondere, soprattutto quando ti guardano tutti e devi dirlo in cinque secondi per non apparire morta. Nella mente passano migliaia di fotogrammi, capolavori dimenticati, titoli banalissimi dei quali un minuto ci si vergogna. Diventa una specie di esercizio di libere associazioni. Il cinema non c’entra più nulla e resta lì una navigazione nell’inconscio che tenta disperatamente di vincere un quiz. Dopo circa tre secondi, ignoro perché, o forse lo so benissimo e preferisco non dirlo (a dire il vero non lo so), nella mia testa era rimasto un ballottaggio fra il banale e l’astruso.

Apocalypse Now. Ovvio. Straovvio. Che palle.

E poi da un angolino malato della mia mente è sbucato Tokyo Decadence di Ryū Murakami, che apparentemente c’entrava pochissimo.

Al quinto secondo ho scelto Murakami, sì ero convintissima.

«Qualcuno lo ha visto? Almeno lo conoscete?»

Silenzio.

Nel frattempo avevo appena consigliato un film erotico a una classe di adolescenti, i quali avevano già aperto Google e osservavano la copertina con quei sorrisini tipici dei ragazzi quando una persona adulta pronuncia la parola “sesso” o “cazzo” tentando di restare serio. Per qualche istante ho pensato che Apocalypse Now sarebbe stata una risposta assai più prudente. E anche molto più facile da spiegare.

Quindi che cosa c’entra Tokyo Decadence con la nostra epoca?

C’entra quasi tutto.

La protagonista si chiama Ai, che in giapponese significa amore. Murakami chiama “Amore” una ragazza pagata per simulare qualunque cosa le venga richiesta, tranne forse, appunto, l’amore. Lei attraversa alberghi e appartamenti frequentati dai ricchi uomini della Tokyo successiva alla grande euforia finanziaria, il romanzo è del 1988 e il film del 1992. Amore entra nelle stanze con un preciso tariffario, poche istruzioni e un corpo che deve rendersi disponibile alle richieste, spesso sadomasochiste. Il cliente, come spesso avviene nella prostituzione, stabilisce chi dovrà essere per la durata dell’incontro. La parte sessuale è persino secondaria. La vera oscenità riguarda il denaro e la facoltà di rifiutare. Ai ha “formalmente” scelto quel lavoro. Non c’è nessuno che la trascina per strada. Esiste un accordo e, alla fine, qualcuno paga. Basta questo affinché, apparentemente, la transazione sembri libera. Sembra libera? È una domanda che riguarda il lavoro contemporaneo molto più della prostituzione. Un contratto, un qualsiasi accordo, una firma non cancellano il rapporto di forza dentro cui la firma viene apposta. Questa domanda sorprese molto i ragazzi, digiuni di marxismo e imbevuti di capitalismo e, per loro fortuna, di welfare state. Anche le persone lasciate morire nel Mediterraneo entrano nello stesso sistema. Vengono considerate eccedenze, scarti, mentre attraversano il mare su improbabili imbarcazioni, eppure, se ce la fanno, e alcuni ce la fanno, diventano improvvisamente necessarie appena raggiungono un campo agricolo, o un cantiere edile, una cucina o la casa di un anziano europeo. Il loro valore cambia secondo l’uso che possiamo farne, il famoso valore d’uso, che andrebbe attribuito alle merci, ma che attribuiamo anche agli esseri umani. Finché sono in mare sono un’emergenza (politica) da respingere. Sulla terra, però, si trasformano in meravigliosa (per il capitale) forza lavoro a basso costo, possibilmente silenziosa, ricattabile specie se clandestini e non rifugiati, e priva di documenti. Persone trattate come merci, stipate come animali da macello. Persone che sarebbero capaci di soffrire, persino ricordare e morire, ma che a noi non interessa. Proprio come a chi paga una prostituta per sottomettersi. Deve tentare di colmare un vuoto per ripianare un desiderio che ha bisogno di rapporti di forza continui, di potere. Ai presta il proprio corpo. Presta soprattutto il personaggio richiesto. Deve intuire quale donna desideri il cliente e diventarlo per il tempo necessario, pattuito. Il lavoro contemporaneo ha esteso questa richiesta molto oltre gli alberghi. All’impiegato viene chiesto “entusiasmo”, addirittura “passione”, passione per servire… A chi lavora con il pubblico si domanda un “sorriso credibile”. Le piattaforme invitano a esibire se stessi, purché quel “se stessi” mantenga l’attenzione e produca profitto. Onlyfans è la versione moderna, molto meno erotica di Tokio decadence. Cosa richiede il mercato? Di affittare la faccia, il proprio tempo, metterci pure il corpo, ma, più importante, dobbiamo amare (o fingere bene di farlo) la nostra sottomissione.

In Tokyo Decadence (come nelle video chat porno di oggi) perfino la “trasgressione” è amministrata. Una pratica costa tot. Pezzi di corpo che acquistano un costo, come fosse un mercato di organi. Il cliente compra una scena predisposta e, dentro quella scena, acquista il diritto di sentirsi “pericoloso”. Il sadomasochismo è l’immagine migliore che ho trovato per descrivere la nostra società dove alcuni pagano per impartire ordini, altri ricevono denaro per sopportarli o viceversa. Ma il fatto fondamentale è che tutti fingono che il contratto abbia cancellato la violenza.

Pasolini aveva già portato questa intuizione fino al limite in Salò o le 120 giornate di Sodoma. I corpi sequestrati dai signori fascisti diventano proprietà, materiale sul quale poter esercitare il potere a piacimento, come per tutto il ventennio. Il sesso perde quasi interamente il piacere e resta l’atto di possesso. Gesti come mangiare, parlare, spogliarsi, defecare vengono assorbiti dall’autorità dei padroni. Non vi sembra che somigli al lavoro di molti? Dove persino le pause per urinare sono contate? Nel film di Pasolini (che nessuno conosceva, e vai ancora di Google e risatine) le vittime devono assistere alla propria degradazione e talvolta parteciparvi. Perché questa smania di convincere il sottoposto di provare piacere nel dolore? il dominio assoluto pretende qualcosa di più della sofferenza. Vuole la “collaborazione” del sottomesso. Spesso il cliente della prostituta fa la fatidica domanda: “ti piace?”. Quella domanda, da sola, spiega molto del mondo in cui viviamo. Forse il sadomasochismo politico della nostra epoca comincia proprio da questo passaggio. Il momento fondamentale è quello in cui chi ha meno potere è costretto a chiamare “scelta” ciò che nasce da una necessità, mentre, nello stesso tempo, chi ha potere (o denaro, fa lo stesso) chiama consenso l’obbedienza che ha comprato.

I clienti di Murakami sono ricchi, spesso potenti, eppure sembrano gusci vuoti, fantasmi. Per provare qualcosa devono aumentare l’intensità del comando, inventare sempre umiliazioni più elaborate. Ai obbedisce per vivere. Loro, invece, dominano per riuscire ancora a percepirsi vivi. Nel mezzo circola il denaro e nessuno sembra salvo.

Pensiamo alle guerre permanenti, non credete che anch’esse appartengano allo stesso mondo, alla stessa Weltanschauung? A cosa servono? Apparentemente a proteggere rotte, risorse, aree d’influenza e profitti, dunque il privilegio di una parte di mondo su un’altra parte di mondo, ma soprattutto tengono in vita un’economia che ha bisogno di distruggere per ricostruire, produrre armi per consumarle, fabbricare profughi e poi usarli come manodopera svalutata. Quando il migrante arriva sulle nostre coste europee ci viene presentato come un corpo estraneo, quasi fosse apparso per generazione spontanea. Alle sue spalle ci sono spesso paesi saccheggiati, economie rese dipendenti, dittature sostenute quando facevano comodo, guerre vendute con parole nobili e dimenticate appena terminavano i servizi televisivi.

Ecco perché Apocalypse Now era comparso subito nella mia mente. L’impero, la guerra, la follia della potenza occidentale. Gli elicotteri sopra il villaggio, Wagner, Lo spettacolo dell’orrore e la discesa nell’abisso.

Poi è arrivata Ai.

Apocalypse Now mostra l’impero mentre bombarda e si autodistrugge. Tokyo Decadence lo sorprende nell’intimità, nel non detto di questo potere. Murakami osserva ciò che quella stessa potenza produce dentro gli esseri umani. Il desiderio ridotto a una prestazione, il corpo valutato secondo la sua utilità, e il dominio e l’abominio trasformati in mero consumo. Avevamo appena parlato dei morti nel Mediterraneo. Forse la risposta era nata da lì, senza che io me ne rendessi conto subito. Un essere umano può essere lasciato annegare perché non possiede il documento giusto o il colore della pelle che ci piace (per gli Ucraini che scappavano dalla guerra c’era posto in abbondanza); lo stesso essere umano, una volta arrivato, può essere raccolto all’alba per pochi euro e portato in un campo, qualche volta a morire sotto il sole per 5 euro al giorno. Respinto come persona, accolto come funzione.

Non è forse questa la nostra decadenza?

Ai porta con sé un anello con un topazio rosa, consigliato da una chiromante. Un oggetto minuscolo sul quale concentra la speranza che qualcosa possa ancora proteggerla. Un pensiero magico che le consente di sopravvivere. Una vana speranza di essere finalmente vista dall’universo. Anche questo appartiene profondamente al nostro tempo. Davanti a sofferenze prodotte da rapporti economici enormi ci vengono offerti rimedi privati. Una psicoanalisi che toglie dal suo orizzonte degli eventi ogni riferimento sociale, o un rituale orientale occidentalizzato, magari un bel corso a pagamento, una tecnica per adattarsi meglio, la resilienza, quanto ci piace questa parola orribile. La salvezza, sia chiaro, deve restare individuale, altrimenti qualcuno potrebbe cominciare a chiedersi chi abbia costruito la stanza nella quale stiamo soffocando.

Ecco perché, avendo cinque secondi, ho scelto Tokyo Decadence.

La nostra epoca ci fa somigliare ad Ai. Esegue ciò che le viene richiesto, modifica l’espressione secondo il cliente, conserva in tasca un piccolo oggetto magico e tenta di chiamare libertà la possibilità di scegliere fra prestazioni decise da altri. Fuori dall’albergo continuano le guerre, i genocidi, nel Mediterraneo continuano i morti. Chi paga per tutto questo sta già pensando alla prossima scena di dominio.

Quando ho finito, i ragazzi, avevano smesso di ridacchiare.

(*) Trovate in “bottega – con i TAG – alcuni articoli di Lavinia Marchetti. Per vederli tutti andate su www.facebook.com/p/Lavinia-Marchetti-61554708501839/ oppure qui: https://laviniamarchetti.altervista.org/. L’anno scorso ha pubblicato, nelle edizioni Marco Saya, «Schegge da un genocidio: Palestina, biopolitica del colonialismo d’insediamento israeliano, dalla Nakba a oggi».




Lasciare un commento



https://merdekakreasi.co.id/buku/pkvgames/https://merdekakreasi.co.id/buku/bandarqq/https://merdekakreasi.co.id/buku/dominoqq/https://merdekakreasi.co.id/tentang-kami/