lunedì 13 novembre - Phastidio

Scozia, arrivano i Kilt per restare in mutande?

La Scozia potrebbe raccogliere fondi per la prima volta sul mercato obbligazionario internazionale. Operazione che si preannuncia problematica e costosa

La Scozia ha intenzione di raccogliere fondi sul mercato obbligazionario internazionale per la prima volta, stando all’annuncio del First Minister Humza Yousaf alla conferenza annuale dello Scottish National Party, anche per dimostrare la credibilità del paese nella ricerca dell’indipendenza.

A breve quindi inizieranno gli studi di fattibilità e i primi sondaggi del mercato, per giungere allo storico appuntamento entro la fine dell’attuale legislatura, cioè maggio 2026. I fondi dovrebbero essere utilizzati per finanziarie progetti infrastrutturali di miglioramento dei servizi pubblici, edilizia residenziale, transizione ambientale e eguaglianza di opportunità.

Yousaf non ha indicato il probabile importo dell’emissione. Al governo devoluto scozzese è stato consentito, con una legislazione del 2016, di emettere debito proprio per spese in conto capitale. Secondo la “cornice fiscale” che regola i rapporti col Regno Unito, l’indebitamento scozzese può crescere in linea con l’inflazione su base pro capite dall’attuale livello annuo di 450 milioni di sterline e sino al plafond cumulativo di 3 miliardi di sterline. Attualmente, circa il 75% di questo tetto è stato utilizzato.

A differenza di stati e città statunitensi o di regioni in alcuni stati federali europei, le città britanniche e le amministrazioni di Scozia, Galles e Irlanda del Nord hanno assai limitati poteri di tassazione e non emettono obbligazioni negoziabili; si indebitano con lo UK National Loans Fund (NLF), il conto centralizzato britannico di credito e debito. In linea teorica, quindi, la Scozia ha ancora circa 750 milioni di sterline di “tiraggio” di debito in conto capitale, e può utilizzarlo prendendo a prestito dal NLF oppure emettendo bond sui mercati internazionali dei capitali.

UN RATING COSTOSO

Le cose tuttavia non sono così semplici, e se dopo sette anni nessun governo scozzese ha pensato di emettere obbligazioni, un motivo ci sarà. Occorre, preliminarmente, richiedere un rating “quasi sovrano” alle maggiori agenzie, espressivo del rischio-Scozia.

La domanda che sorge immediatamente è: questi bond avrebbero la garanzia sovrana del Regno Unito? C’è chi dice sì, perché l’emissione avverrebbe entro il plafond di tre miliardi concordato nella cornice fiscale con Londra, che rappresenta un ancoraggio con la politica di debito pubblico del Regno Unito.

A parte ciò, tuttavia, il rating dovrebbe tenere conto del rischio di secessione della Scozia, quindi sarebbe assai difficile avere un voto in linea con quello dei Gilt britannici. Non è poi dato sapere se i Kilt, come qualche buontempone ha subito ribattezzato l’equivalente scozzese dei Gilt Britannici, sarebbero acquistabili dalla Bank of England.

A questo bisogna aggiungere che l’emissione sarebbe piccola e di conseguenza illiquida e che il momento non appare esattamente il migliore per emettere un bond sub-nazionale, visto il rendimento raggiunto dai Gilt, ormai superiore a quello toccato nel corso della Grande crisi finanziaria. Diciamo che questa idea nazionalistica appare in ritardo di circa un paio di anni sul livello dei tassi.

Facendo la tara per il contesto che ha visto l’annuncio del First Minister, il congresso annuale dello Scottish National Party che appare in grave difficoltà e ha perso in malo modo, a vantaggio del Labour, l’ultima elezione suppletiva, questo debito nazionalistico sembra avere un discreto potenziale di autolesionismo economico. Ammesso e non concesso che veda la luce.

Photo By © User:Colin / Wikimedia Commons




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