mercoledì 22 giugno - UAAR - A ragion veduta

Scienza: lo standard aureo della verità

Anche gli scienziati sbagliano e possono pubblicare conclusioni errate. Quindi in che senso possiamo ancora parlare di “verità”? Pubblichiamo un articolo del biologo Richard Dawkins sul n. 4/2021 della rivista Nessun Dogma

 

 

Cos’è la verità? Si può parlare di verità in ambito morale ed estetico, ma non voglio occuparmi di tali verità in questa sede, per quanto esse possano essere importanti. Per “verità” mi riferisco, in questo articolo, al tipo di verità che si richiede per esempio a una commissione d’inchiesta o a un processo. Il mio punto di vista è che la verità scientifica sia di questo tipo, vicino al senso comune, pur concedendo che i metodi scientifici possono essere assai lontani dal senso comune, e le sue verità possano talvolta perfino offenderlo.

Le commissioni d’inchiesta possono fallire, ma diamo tutti per scontato che una verità su quello di cui si occupano ci sia, e che a mancare siano semplicemente le prove. I giudici talvolta sbagliano e credono sinceramente a falsità patenti. Anche gli scienziati sbagliano e possono pubblicare conclusioni errate. Tutto questo è spiacevole, ma non è particolarmente inquietante. Ciò che è profondamente preoccupante, invece, è l’attacco alla verità in sé: al valore della verità, alla stessa esistenza della verità. È questo ciò di cui voglio parlare.

O’Brien, personaggio di 1984 di George Orwell, sosteneva che due più due fa cinque, se a deciderlo è il Partito. Il “Ministero della Verità” esiste, in quel libro, per diffondere bugie. Negli ultimi quattro anni il governo statunitense si è mosso nella stessa direzione. I cinici sostengono che tutti i politici mentono: in un certo senso, mentire farebbe parte di quel mestiere. Ma i politici “normali” usano la menzogna come extrema ratio, e in ogni caso cercano di dissimularla. Donald Trump è di un’altra pasta: per lui, mentire non è l’extrema ratio, quanto piuttosto l’unica azione che compie o quasi. E la sua “base” lo ama proprio per questo: crede alle sue menzogne, per quanto palesi e vergognosamente autocentrate queste siano. Per nostra fortuna, Trump è troppo incompetente per portare alla realizzazione dell’incubo orwelliano, e peraltro in questo momento sta uscendo di scena, non senza tentare di far crollare tutto il sistema assieme a lui.

Una minaccia più insidiosa per la verità viene da certe scuole di filosofia accademica. Non c’è nessuna verità oggettiva, dicono, nessuna verità naturale, solo costrutti sociali. Gli esponenti più estremisti attaccano la stessa logica e la stessa ragione, indicate come strumenti di manipolazione o armi per affermare il dominio “patriarcale”. La filosofa e storica della scienza Noretta Koertge scrisse nello Skeptical Inquirer nel 1995 (e nel frattempo le cose non sono migliorate):

«Anziché spingere le giovani donne a prepararsi nelle materie tecniche studiando scienza, logica e matematica, chi insegna Women’s Studies spiega ai suoi studenti che la logica è uno strumento di dominazione. Le norme e i metodi della ricerca scientifica sarebbero sessisti perché incompatibili con il sapere femminile. Le autrici del pluripremiato libro intitolato Women’s way of knowing scrivono che la maggioranza delle donne da loro interpellate rientrerebbero nella categoria dei “conoscitori soggettivi”, caratterizzati da “appassionato rigetto verso la scienza e gli scienziati”. Queste donne “soggettiviste” vedono la logica, l’analisi e l’astrazione come “territori alieni, appartenenti al maschio” e “considerano l’intuizione come un più sicuro e fruttuoso approccio alla verità”».

Questo approccio è folle. Barbara Ehrenreich e Janet McIntosh raccontano in The Nation un episodio esemplare: nel 1997, in un seminario interdisciplinare, la psicologa sociale Phoebe Ellsworth stava tessendo le lodi del metodo scientifico; venne interrotta da membri del pubblico, secondo cui il metodo scientifico è «il prodotto del maschio bianco d’epoca vittoriana». Ellsworth accettò l’osservazione, ma aggiunse che fu il metodo scientifico a portare, per esempio, alla scoperta del Dna. Il pubblico reagì sdegnosamente: «Lei crede nel Dna?».

Non è possibile non credere nel Dna. Il Dna è un fatto. La molecola di Dna è una doppia elica, una lunga scala a chiocciola con quattro tipi di gradini chiamati nucleotidi. La sequenza unidimensionale delle “lettere” di questi quattro nucleotidi è il codice genetico che specifica la natura di ogni animale, pianta, fungo, batterio o archeobatterio. Le sequenze di Dna possono essere comparate, lettera per lettera, tra qualunque creatura e qualunque altra, allo stesso modo in cui si possono comparare diversi fogli su cui siano scritte parti dell’Amleto. In questo modo possiamo indicare in forma numerica la prossimità genetica di due creature qualunque e quindi, in ultima istanza, costruire un albero genealogico di tutta la vita. Perché, ci piaccia o no, è un fatto che noi siamo cugini dei canguri, che abbiamo un antenato in comune con la stella marina e che sia noi, sia il canguro, sia la stella marina condividiamo un antenato più remoto con la medusa. Il codice del Dna è digitale e differisce dai codici relativi ai computer solo per il suo essere quaternario anziché binario. Conosciamo i dettagli precisi delle modalità con cui il codice viene letto e trasformato dalle nostre cellule, attraverso macchine assemblatrici chiamate ribosomi, negli amminoacidi, i blocchi costruttori delle catene proteiche e quindi dei corpi.

Se la tua filosofia pensa che tutto questo sia dominazione patriarcale, tanto peggio per la tua filosofia. Forse dovresti tenerti alla larga dai dottori e dalle loro medicine testate tramite metodo sperimentale e andare invece da uno stregone o da uno sciamano. Se devi viaggiare verso una conferenza di filosofi della tua scuola di pensiero, non dovresti prendere l’aereo: gli aerei volano perché tanti matematici e ingegneri, scientificamente formati, hanno fatto buoni calcoli. Nessuno di loro ha usato il metodo “intuitivo”. Che fossero bianchi e maschi oppure dalla pelle azzurra ed ermafroditi è del tutto irrilevante. La logica è la logica, indipendentemente dal fatto che chi ne fa uso abbia anche un pene. Una prova matematica rivela una verità, indipendentemente dal fatto che il matematico si identifichi in un uomo, in una donna o in un ippopotamo. Se decidi di prendere l’aereo per andare alla conferenza di cui sopra, saranno le leggi di Newton e il principio di Bernoulli a guidarti a destinazione. E no, i Principia di Newton non è un “manuale dello stupro”, come impunemente affermato dalla nota filosofa femminista Sandra Harding: è un’opera geniale prodotta da uno degli Homo sapiens più sapienti, che certo era anche un uomo non particolarmente gradevole.

È vero che le leggi di Newton sono approssimazioni, da modificare in circostanze estreme, per esempio quando gli oggetti viaggiano a velocità prossime a quella della luce. I filosofi della scienza fissati con Newton ed Einstein amano affermare che le verità scientifiche non sarebbero altro che temporanee approssimazioni, che potrebbero essere corrette o stravolte in qualunque momento. Ma ci sono molte verità scientifiche, per esempio il fatto che abbiamo un antenato comune con il babbuino, che sono vere e basta: dire «la Nuova Zelanda è a sud dell’equatore» non è certo una temporanea ipotesi che può essere smentita in ogni momento.

Anche la fisica dell’infinitamente piccolo va oltre le leggi di Newton. La fisica dei quanti è troppo complessa per essere accettata intuitivamente dalla maggior parte dei cervelli umani. Eppure l’accuratezza delle sue previsioni è straordinaria e non lascia dubbi. Se non riesco a comprendere o accettare la stranezza di una teoria validata da previsioni così perfette, è solo un problema mio: d’altro canto, nessuna legge afferma che le verità sulla natura debbano per forza essere comprese dal cervello umano. Dobbiamo convivere con le limitazioni di un cervello creato dalla selezione naturale per dei cacciatori-raccoglitori che vivevano nella savana africana, nella quale entità di media dimensione come le antilopi o altri esseri umani si muovevano a media velocità. A pensarci bene, è mirabile che il cervello umano, anche se quello di una minoranza di esseri umani, sia in grado di gestire i concetti della fisica moderna. È oggetto di dibattito l’eventualità che esistano verità sul funzionamento dell’universo che l’umanità non solo non conosce ma che non riuscirà a comprendere mai. Io penso che il solo porsi questa domanda sia entusiasmante, indipendentemente da quale sarà la risposta.

I teologi adorano i “misteri”, come quello della Trinità (come può Dio essere al contempo uno e trino?) e quello della transustanziazione (come può il contenuto di un calice essere al contempo vino e sangue?) Quando devono difendere la legittimità di questi temi, a volte i teologi affermano che in fondo anche gli scienziati hanno i loro misteri. La teoria dei quanti è talmente misteriosa da sembrare oscura: qual è la differenza? La differenza, in realtà, è enorme. La teoria dei quanti è provata da previsioni azzeccate con una precisione decimale tale da essere state paragonate alla possibilità di indicare l’ampiezza del nord America con l’approssimazione di un capello. Le teorie teologiche, al contrario, non sono alla base di alcuna previsione, men che meno sperimentabile.

Certo, non tutte le scienze possono vantare l’accuratezza della fisica. Noi biologi guardiamo con ammirazione e invidia gli esperimenti dell’osservatorio Ligo, tramite i quali onde gravitazionali dopo aver viaggiato per un miliardo di anni luce vengono tracciate da strumenti di misurazione che arrivano a individuare entità più piccole della millesima parte di un protone. I biologi devono affrontare problemi come i bias dello sperimentatore stesso: vedi la conoscenza “intuitiva” di cui sopra. Gli scienziati del campo medico hanno messo a punto linee guida pensate proprio per contrastare la conoscenza intuitiva, che nella maggior parte dei casi porta completamente fuori strada. Il doppio cieco è diventato lo standard per dimostrare l’efficacia di un trattamento medico. Un nuovo medicinale deve essere sperimentato assieme a un placebo, e i risultati devono essere testati statisticamente. Né i pazienti, né i dottori responsabili dell’esperimento, né gli infermieri che somministrano le dosi e nemmeno gli analisti che valutano i risultati sanno a chi è stato somministrato il farmaco e a chi il placebo.

Io, dal mio canto, ho condotto personalmente un esperimento sulla radioestesia, che è la pratica di tentare di localizzare oggetti nascosti servendosi di uno strumento inerte: nel mio caso lo strumento era la classica verga a forma di Y e l’oggetto era l’acqua. Era quasi spiacevole osservare la sincera frustrazione dei radioestesisti professionisti quando fallivano sistematicamente nell’ottenere risultati anche solo leggermente superiori a quelli cui avrebbe condotto il caso. I poveretti non erano mai stati sottoposti a test in doppio cieco: non erano mai stati privati di quegli indizi subliminali che normalmente informano la loro “conoscenza intuitiva”. Ricorderò sempre, a tal proposito, l’affermazione di un dottore omeopata che, resosi conto che i suoi metodi fallivano sistematicamente il test in doppio cieco, diceva: «Vedi, ecco perché non faccio più questi test in doppio cieco: non funzionano mai!»

Spesso la risposta dell’inesperto ai dubbi appena esposti è: «Magari questa cosa non è vera per te, ma è vera per me!» No: o è vera o non è vera. E se è vera, lo è per entrambi. Come disse qualcuno sulla cui identità ci sono parecchi dubbi, sei in diritto di avere le tue opinioni, ma non i tuoi fatti.

Forse molto di quel che ho affermato in questo articolo a proposito delle verità scientifiche può sembrare arrogante. E può sembrarlo anche quel che ho scritto a proposito di certe scuole di pensiero. La scienza, d’altro canto, conosce davvero molte verità, e ci offre anche il metodo per arrivare a conoscerne sempre di più. Non dovremmo avere timore ad affermarlo. Questo però non vuol dire che la scienza non sia anche modesta e conscia dei suoi limiti. Sappiamo molto, ma sappiamo anche che c’è tantissimo che non sappiamo. Gli scienziati adorano non-sapere, perché questo vuol dire che per loro c’è ancora da lavorare. La storia della sempre maggiore conoscenza scientifica, specialmente negli ultimi quattro secoli, è una spettacolare cascata di verità, una seguita da un’altra. Potremmo chiamarla la storia dell’accumulazione delle verità. Oppure potremmo assecondare i filosofi e dire che è la storia del progressivo affinamento di verità temporanee, sempre in attesa di essere riviste. In entrambi i casi, la scienza può tranquillamente affermare di essere lo standard aureo della verità.

Richard Dawkins

Per gentile concessione dello Skeptical Inquirer, traduzione dell’articolo pubblicato in inglese alla pagina https://skepticalinquirer.org/2021/03/science-the-gold-standard-of-truth/

Traduzione a cura di Mosè Viero

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