mercoledì 17 giugno - Vincenzo Manna

Scienza e incoscienza ieri e oggi

Dopo un secolo la satira di Bulgakov può ancora arricchire il dibattito sui limiti della ricerca scientifica e tecnologica.

 

Incalza il dibattito sull'Intelligenza Artificiale e gli interrogativi bioetici sull'uso delle neurotecnologie che – ispirandosi alla filosofia del transumanesimo – alcuni ricchi visionari vogliono fare per superare i limiti umani, fino a sognare l'immortalità. Possono dunque essere fonti di riflessione, di ammonimento, le discipline umanistiche come la letteratura che hanno già trattato il tema in passato (“Historia magistra vitae”, sentenziavano i latini).

È il caso di questa “dilogia scientifico-fantastica”, com'è stata definita, di Michail Bulgakov: Uova fatali e Cuore di cane, due romanzi brevi risalenti a un secolo fa. Il secondo, però, vide la luce in Russia solo negli Ottanta, a causa di un intevento censorio dell'OGPU, la principale polizia segreta del regime sovietico; regime con cui l'autore – borghese di idee democratiche e libertarie – ebbe sempre un rapporto difficile, finché non venne messo all'indice nella fase stalinista.

Uova fatali narra la scoperta dell'ambizioso scienziato Persikov che inventa in laboratorio il “raggio rosso”, accelerando le funzioni vitali. “Professor Persikov” – esclama entusiasta il suo assistente – “lei ha scoperto il raggio della vita!...”. 

L'entusiasmo contagia presto l'intero paese e Persikov – novello Prometeo, come già il dottor Frankenstein di Mary Shelley (1818) – non ha più pace. Arrivano cronisti d'assalto, e l'estro di Bulgakov si scatena nell'invenzione onomastica, sbeffeggiando l'omologazione della stampa di regime: “Luce Rossa”, “Pepe Rosso”, “Gazzetta Rossa”, “Proiettile Rosso”, “Mosca Rossa della Sera”... Il sensazionalismo e le fake news dei giornali suggestionano anche la fantasia popolare: “I contadini del villaggio dicono che lei sarebbe l'anticristo, che le sue sono uova del diavolo e che è un peccato farle nascere in una macchina. La vogliono ammazzare”.

Siamo quindi molto distanti – sembra dirci la graffiante satira dell'autore – dalle masse illuminate, dall'uomo nuovo che i bolscevichi si erano illusi di plasmare dopo la Rivoluzione di ottobre. E il potere politico non si comporta più saggiamente: arrivano perfino telefonate dal Cremlino, e il dirigente Rokk, per porre rimedio a una moria di polli scoppiata nel paese, trasferisce l'invenzione e le apparecchiature di Persikov in un Sovchov: una delle fattorie statali in cui era organizzata l'agricoltura dopo la rivoluzione e gli espropri ai proprietari terrieri. E proprio uno sciagurato scambio di uova fra il Sovchov e il laboratorio di Persikov causerà un'invasione di rettili e l'uccisione dello scienziato da parte della folla inferocita. Cesserà infine l'emergenza nazionale, ma il protagonista avrà pagato con la vita il prezzo della sua hybris.

Cuore di cane, seconda opera di questo dittico, è speculare alla prima e ripropone il tema del protagonista geniale che vuole mutare le leggi della biologia in nome del progresso e della ricerca, sottovalutando però le conseguenze.

Qui è il dottor Filipp Filippovič, scienziato di fama europea, a promettere il ringiovanimento ai suoi pazienti. La sua tracotanza faustiana lo porta addirittura a trapiantare l'ipofisi di un uomo morto nel cranio del suo simpatico cane Pallino. Per una etorogenesi dei fini il cane non muore, né ringiovanisce, ma si sviluppa e assume col tempo, lentamente, le sembianze umanoidi di un individuo ingestibile e in parte ancora animalesco: Pallinov.

Sconsolato, il medico ammette la sua colpa parlando con un collega: “Ecco, caro dottore, cosa succede quando uno scienziato invece di collaborare con la natura si propone un certo compito e solleva un certo sipario: dietro eccoti bell'e pronto un Pallinov e buona notte ai suonatori”.

La battuta sintetizza l'ammonimento di Bulgakov verso i miraggi “delle magnifiche sorti e progressive” che anche oggi, a un secolo di distanza, rischiano di abbagliarci.




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