mercoledì 14 gennaio - Giovanni Greto

Robert Mapplethorpe. Le forme del classico

Dopo circa nove mesi sta per chiudere un’ampia retrospettiva dedicata al fotografo americano

C’è tempo fino al giorno della Befana per visitare a Venezia negli ampi spazi de “Le stanze della fotografia” nell’isola di San Giorgio Maggiore la retrospettiva Robert Mapplethorpe. Le forme del classico. Si tratta del primo atto di un’ampia trilogia, parte di un percorso di studio e ricerca volto ad approfondire la figura di Mapplethorpe (New York, 4 novembre 1946 – Boston, 9 marzo 1989) attraverso altri due eventi espositivi in programma quest’anno.

A Milano, a Palazzo Reale, dal 29 gennaio al 17 maggio si terrà Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio, una completa retrospettiva, dove protagonista è la forma, la luce, la mimesi greca che attraversa i suoi nudi maschili e femminili come una riflessione sulla perfezione e sul desiderio.

A seguire al Museo dell’Ara Pacis di Roma ci sarà Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza, che sarà incentrata sugli studi sulla bellezza intesa come classicità, con immagini e confronti puntuali e una selezione dedicata ad alcune significative immagini scattate in Italia esposta ora per la prima volta.

Per chi non sarà in grado di recarsi in nessuna delle tre città, c’è la possibilità di acquistare un catalogo edito da Marsilio Arte (pagg. 272 con 257 illustrazioni a colori), intitolato Mapplethorpe : le forme del classico, della bellezza e del desiderio.

Grazie all’accurata curatela di Denis Curti, direttore artistico de “Le Stanze della Fotografia”, ogni visitatore sarà in grado di capire il differente approccio per ciascuna delle tre sedi e le diverse sfaccettature delle opere di Mapplethorpe.

La cosa interessante è che al di là di alcuni punti in comune, ciascuna mostra adotterà un taglio specifico rispetto alle opere dell'artista. Rimane da sottolineare che Venezia non ospitava una completa antologica di Mapplethorpe dal 1992, allorchè fu presentata a Palazzo Fortuny una retrospettiva internazionale curata da Germano Celant (1940 – 2020), il quale aveva in seguito a Torino (8 ottobre 2005 – 1 gennaio 2006) proseguito il percorso tracciato, attraverso l’esposizione “Robert Mapplethorpe. Tra antico e moderno. Un’antologia “, reinserendo l’opera di Mapplethorpe nel contesto dell'arte e della cultura statunitense di metà Novecento. Nel catalogo a corredo della mostra Celant affermava : «Per quanto sospeso sull’orlo dell’abisso, verso cui lo spinge l’eros che domina le sue fotografie, Mapplethorpe ha saputo evitare l’inghiottimento. Lo ha salvato un procedere classico, che attinge alle radici della storia dell’arte dalla cultura greca al modernismo, come si riflette nella realtà plastica delle sue immagini e nella rappresentazione statuaria dei corpi ritratti “.

La mostra è suddivisa in nove sezioni o capitoli : Collage ; Patti Smith ; Lisa Lyon ; Autoritratti ; Ritratti ; Nudi maschili e femminili ; Fiori ; Italia ; Statue e nudi.

Come osserva Denis Curti, Mapplethorpe usa la fotografia per reinterpretare e rinnovare l’estetica classica, accentuando il dialogo tra il corpo vivo e la scultura ideale. Il confronto evidenzia la sua abilità nel trasporre la perfezione e la grazia della scultura classica nella fotografia contemporanea, attraverso l’attenzione al dettaglio e alla luce, creando un ponte tra passato e presente. Le statue, dominate da una sessualità incompiuta, ci mettono davanti all’importanza della carne nel linguaggio seduttivo. Mapplethorpe ne scioglie le membra marmoree per far emergere una bellezza sensuale che pulsa sotto tonnellate di rigidità, dando loro una nuova vita

Aprono il percorso espositivo i primissimi collage, ready-made realizzati sul finire degli anni Sessanta del Novecento, molti dei quali mai esposti prima. Queste prime opere sono realizzate combinando originali disegni e ritagli di riviste omoerotiche e objets trouvés, e riflettono la ricerca di identità e l’interesse di Mapplethorpe nella sperimentazione, sin dagli esordi della sua carriera, usando una sovrapposizione di elementi.

Seguono i ritratti dedicati a Patti Smith.

La vita di Robert Mapplethorpe e quella di Patti Smith si muovono per anni quasi all’unisono, come se i loro due cuori confluissero nel corpo di un unico essere. Sono gli artefici di una storia d’amore capace di scardinare ogni principio elementare collegato alle relazioni umane: per Mapplethorpe Patti è amica, amante, madre, sorella e confidente; è un’ancora di salvezza alla quale attaccarsi, nonostante in alcuni momenti la stessa vita che li unisce si metta di traverso separandone le strade. Come la stessa Patti Smith scrive in Wild Leaves (1988), la ballata dedicata al suo amato Robert, «i miti che sono stati infranti / tutto ciò che abbiamo affrontato [...] / ogni abisso esplorato / ogni storia dipanata» è come se avessero contribuito a farle vedere sempre l’uomo, forse anche il ragazzo, oltre il fotografo. I momenti vissuti al Chelsea Hotel o per le strade di Manhattan, quei ricordi ancora vivi le permettono di leggere nell’anima di Mapplethorpe. E, dal canto suo, lui le restituisce – o meglio, ci restituisce – una serie di immagini dolci e suadenti, capaci di comporre un’ode indelebile alle mille sfaccettature di Patti Smith. Negli scatti dove la poetessa compare come protagonista sembra quasi che il fotografo stia dichiarando che il suo è l’unico corpo che abbia mai veramente venerato.

Seguono i ritratti della body builder Lisa Lyon, che esplorano il vigore, la resistenza e la femminilità, trascendendo le convenzioni di genere e celebrando la potenza e la bellezza attraverso parametri estetici classici.

Perturbanti gli autoritratti, che rivelano la sua esplorazione dell'identità concepita sempre come qualcosa di fluido e mutevole. Attraverso pose studiate e simboli provocatori, il fotografo si presenta come artista e soggetto, indagando i confini tra sé e l'immagine pubblica. Lungo il percorso sono presentati diversi nudi maschili, che celebrano il corpo con un inno alla perfezione classica, enfatizzando forza, sensualità e simmetria attraverso un uso raffinato della luce e della composizione, esplorando il desiderio e l'erotismo e sfidando gli schemi sociali tradizionali. Analogamente, nei nudi femminili presentati a Venezia, Mapplethorpe gioca con le forme, le pieghe e le linee per creare un'estetica elegante e minimalista, volta a rappresentare, come ha osservato lo storico dell’arte americano Arthur C. Danto, «donne consapevoli, dalla potenza quasi regale».

In mostra anche i ritratti di Truman Capote, Glenn Close, Richard Gere, Keith Haring, David Hockney, Annie Leibovitz, Yoko Ono, Robert Rauschenberg, Isabella Rossellini, Susan Sarandon, Susan Sontag, Andy Warhol, e molti altri. Il ritratto fotografico per Mapplethorpe non rappresenta solamente l’incontro intimo tra due personalità, ma una sorta di altare visivo dove la corporeità del soggetto viene trasfigurata, resa partecipe di un gioco di desiderio e possesso.

La relazione di Robert Mapplethorpe con l’Italia viene filtrata dalla presenza e dall’amicizia del suo gallerista napoletano Lucio Amelio che, nella seconda metà del Novecento, gli commissiona una serie di scatti del Bel Paese. Qui, tra Capri e Napoli, l’artista si muove alla ricerca delle sue referenze artistiche. La fascinazione per l’arte sembra risplendere nei suoi occhi con rinnovata meraviglia: dalla storia antica al classicismo, passando dal barocco per arrivare fino alle tracce della modernità, tutto assume i caratteri di una passione sfrenata nei confronti dell’immenso patrimonio artistico e culturale italiano.

Dai più delicati e raffinati a quelli più esotici e provocatori, i fiori sono uno tra i soggetti fotografici preferiti dal grande artista, poiché sono esseri viventi al pari delle persone e meritano di essere ritratti con la stessa cura e lo stesso rispetto. Fin dagli esordi, i fiori gli permettono di esprimere la sua fisicità, la sua malinconia e la sua spiritualità. Si tratta di immagini dai toni impeccabili, che oscillano tra la reverenza quasi regale della forma, grazie a sfumature monocromatiche, e la dinamicità data dal colore.

Importante il confronto con le statue antiche che, dominate da una sessualità incompiuta, ci mettono definitivamente davanti all’importanza della carne nel linguaggio seduttivo. 

Grazie alla generosità della Fondazione Mapplethorpe sono esposti eccezionali oggetti vintage. I prestiti d'archivio comprendono due audiocassette originali di Patti Smith, un disco 45 giri, inviti originali a mostre tenute in gallerie e musei, manifesti, una copia in edizione limitata, firmata e rilegata in pelle di “Una stagione all'inferno” di Rimbaud del 1986 con le photogravures di Mapplethorpe (le fotografie realizzate appositamente dall’artista per questa edizione), riviste, lettere scritte a mano da Mapplethorpe al suo mentore e amante Sam Wagstaff e il biglietto commemorativo del funerale di Wagstaff.

 L’esposizione presenta anche due cortometraggi diretti da Robert Mapplethorpe: Still Moving: Patti Smith del 1978 e Lady with Lisa Lyon del 1984.

Nel corso della durata della mostra principale, al secondo piano de “Le stanze della fotografia”, si sono alternate quattro mostre.

La prima, Maurizio Galimberti tra Polaroid/Ready Made e le Lezioni Americane di Italo Calvino era articolata in sei sezioni - Cenacolo, Storia, Sport, Ritratti, Taylor Swift, Luoghi – ognuna delle quali si incentra su una diversa sfaccettatura del lavoro e dell’approccio alla fotografia.

La seconda, Federico Garibaldi. AttraversaMenti, raccoglieva oltre 170 opere, articolata in 4 sezioni – Le spiagge degli altri ; blueShoes ; Through ; NowHere/NoWhere – che invitavano il pubblico a esplorare un universo sospeso tra memoria personale e suggestione universale.

La terza, forse la più interessante, Andrea Francolini. Eye2Eye era un viaggio emotivo, in cui il fotografo invita il pubblico a guardare l’altro negli occhi per riflettere su noi stessi.

Nato a Milano nel 1971, ma da tempo trasferitosi a Sydney, Francolini è un fotografo con oltre 25 anni di esperienza, conosciuto per la fotografia nautica e i ritratti intensi, in cui riesce a fondere tecnica e sensibilità in un linguaggio visivo unico. Attraverso 88 immagini, frutto del lavoro degli ultimi 10 anni, l’esposizione esplora il ritratto come esercizio intimo. Ogni scatto è un’indagine della vulnerabilità, della dignità e della forza silenziosa dell’umanità. Attraverso tre diverse tipologie di ritratto, il progetto esplora la relazione tra osservatore e soggetto, restituendo al pubblico l’intensità e la complessità dell’incontro visivo. Ogni fotografia nasce dal desiderio di superare la distanza, di trasformare lo sguardo in dialogo e la visione in presenza. Il percorso espositivo si articola in tre sezioni. La prima, Eyedentify è dedicata alla comunità transgender di Sydney. Ritratti ravvicinati a fianco dei quali in un riquadro bianco sono annotate le loro riflessioni, scritte a mano. Mostrano volti fieri, vulnerabili, intensamente presenti.

La sezione successiva, Truck Art, contiene 32 foto su pellicola di camionisti in posa, per documentare la tradizione pakistana, secondo la quale i proprietari di camion decorano i loro veicoli con disegni, poesie e storie, credendo che ciò porti fortuna al proprio lavoro. In un ambiente caotico e polveroso Francolini cattura l’umanità spesso invisibile di meccanici e autisti. Le stampe in bianco e nero sono arricchite da adesivi comperati in loco, che vengono usati per decorare i camion, creando un contrasto poetico. Ogni camionista impiega dai 3 ai 4 mesi per decorare il proprio camion, durante i quali esso rimane fermo. Una volta ultimata la decorazione, il mezzo potrà continuare a lavorare per altri 5 anni.

La terza sezione, My first School, è dedicata ai bambini dell’omonima onlus, fondata nel 2011 da Francolini, con l’obiettivo di poter contribuire a migliorare la condizione delle scuole comunali, situate a 2500 metri di altitudine a Nagar, nel nord del Pakistan, in zone impervie e disagiate. Le fotografie, dominate dall’ombra, mostrano scuole prive di luce, che entra solo un po’ da finestre piccole, per proteggere dal freddo inverno, simbolo di un’ampia mancanza di risporse educative. Ma i volti e gli sguardi dei bambini si mostrano fieri, forse consapevoli che la situazione critica potrà cambiare in positivo.

La quarta ed ultima piccola mostra, Dolomiti. Un paesaggio tutelato, che si concluderà il 6 gennaio, propone un intenso viaggio visivo e narrativo con le fotografie di montagna di Manuel Cicchetti, accompagnate dai testi di Antonio G.Bortoluzzi. Lo scopo è quello di offrire uno sguardo profondo e contemporaneo sulle Dolomiti, montagne patrimonio mondiale UNESCO. L’esposizione si articola in 5 sezioni tematiche - Ascendere, Mirabilia, Persistenza, Sogni, Limite - ,che guidano il visitatore in un percorso di scoperta visiva e interiore attraverso 45 foto.

Anticipazione.

Dal 21 febbraio al 5 luglio 2026, l’Isola di San Giorgio Maggiore ospiterà una grande retrospettiva dedicata a Horst P. Horst (1906 - 1999), uno dei maestri della fotografia del Novecento.

Curata da Anne Morin in collaborazione con Denis Curti, la mostra propone una lettura completa e trasversale dell’opera del fotografo tedesco naturalizzato americano, andando oltre la fotografia di moda che lo rese celebre su Vogue. Con oltre 300 opere, tra fotografie a colori, stampe vintage, disegni e materiali inediti, l’esposizione restituisce la complessità e l’armonia che caratterizzano il suo lavoro.

Horst concepisce l’immagine come architettura di forme e luce: un linguaggio rigoroso e sensuale, costruito su proporzioni precise che rimandano alla ricerca di perfezione presente nella storia dell’arte, da Fidia a Le Corbusier.




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