mercoledì 7 ottobre - UAAR - A ragion veduta

Rivendichiamo la moralità laica: ce lo insegna il successo della destra cristiana

La nomina alla Corte suprema di Amy Coney Barrett, una fanatica antiabortista appartenente a un gruppo cattolico decisamente controverso, rappresenta la ciliegina sulla torta che l’amministrazione Trump ha cucinato per il cristianesimo più antilaico.

 Diversi umanisti Usa si stanno impegnando a sostegno dei democratici, preoccupati di cosa potrebbe accadere nei prossimi quattro anni se il magnate sarà rieletto. Forse non una distopia come in The Handmaid’s Tale, ma qualcosa che le somiglia in modo inquietante – soprattutto se il potere finirà nelle mani del vicepresidente Mike Pence, un fondamentalista born-again. Nonostante non costituiscano più di un quarto della popolazione statunitense, gli evangelicals bianchi rappresentano un pericolo reale per il mondo intero, grazie alle enormi disponibilità finanziarie di cui dispongono. Eppure, forse possiamo anche noi imparare qualcosa da loro.

È la tesi che Jeffrey Guhin, docente di sociologia all’Università della California, ci ha illustrato su Slate. Ovvio: qualcosa abbiamo sicuramente da imparare, visto che quella della destra cristiana è, ci piaccia o no, una storia di successo. E non solo per le ricchezze accumulate e per i favori che le riserva Trump: in fondo, ha letteralmente cancellato la destra laica pressoché ovunque, nel mondo occidentale, e ha reso quasi inoffensiva anche la sinistra secolarista (lo stesso Biden è ben poco interessato ai non credenti). In un certo modo è logico: la determinazione degli integralisti cristiani è incomparabilmente superiore a quella dei laici, che pure sono più numerosi. Ammesso e non concesso che i laici si trovino d’accordo su cosa sia la laicità.

 

Guhin riconosce tutto ciò, ma secondo lui c’è anche dell’altro. La determinazione da sola non basta, e affinché si sviluppi è necessario condividere gioie e dolori: vivere momenti importanti insieme a persone che condividono le tue stesse convinzioni, e in cui «il tuo universo morale inizia a sembrarti vero». La capacità, in poche parole, di rafforzarsi a vicenda. È vero: raramente abbiamo sperimentato situazioni simili. Non ci viene naturale ‘gasarci’: la razionalità di cui andiamo fieri è un po’ antitetica ai coinvolgimenti emotivi.

Tuttavia, Guhin non ci suggerisce qualche forma di estasi laica. Parte invece dal presupposto che «la vita morale è reale: non perché è collegata a un ordine trascendente, ma perché crea un senso di doveri e richieste morali all’interno degli individui e delle comunità». Il punto, a suo dire, è di far parte di «comunità significative capaci di far sentire reale» anche il nostro impegno. Perché anche noi vogliamo «una rivoluzione morale», «vogliamo usare il nostro potere» contro gli estremisti religiosi. La lezione che la destra cristiana può impartirci, in conclusione, è che «il potere rende possibili certi impegni morali, e certi impegni morali ci potenziano».

Suona forse un po’ troppo astrattamente sociologico. Ma possiamo tradurlo in un invito ad affermare, condividere e rivendicare orgogliosamente la nostra moralità. Che non ha assolutamente nulla da invidiare a quella cristiana – anzi! Ricordiamolo più spesso, e ricordiamoci più spesso che è preponderante nella stessa popolazione. Anche perché (persino in Italia) i cittadini guardano con favore alla separazione tra stato e religioni. Ma facciamo in fretta a diventare minoranza reale, se restiamo maggioranza silenziosa. Al punto da dimenticarci di essere maggioranza.

Portare la sfida anche sul piano morale non è un compito facilissimo, perché va contro la nostra indole, ma possiamo riuscirci percorrendo binari diversi da quelli bimillenari delle chiese (e plurisecolari dei partiti). Il futuro ci sorriderà quanto più saremo creativi. E in questo possiamo probabilmente già ora insegnare qualcosa noi, alla destra religiosa.

Raffaele Carcano

 




Lasciare un commento