venerdì 30 settembre - La bottega del Barbieri

Ritratti dell’infanzia negata contro la guerra

intervista di Michele Licheri a Pino Bertelli

 

Nel 2019 dai alle stampe l’ennesimo libro fotografico che definisci – implacabilmente – “atlante di geografia umana”. Al pari dei precedenti, si può affermare, sei fedele alla linea. Quale? Di denuncia sociale, politica, nel solco dell’internazionalismo solidale e sempre contro la “società dello spettacolo”. Tu rivolti le tasche a questo mondo rappresentato da loschi affari che alimentano la belligeranza; al “potere globale” che spedisce negli spazi più remoti razzi ipertecnologici millantando future neopatrie cosmiche e allo stesso tempo alimenta nuovi teatri di guerra utilizzando il meglio delle potenzialità distruttive missilistiche, affamando e creando precarietà e profughi. In questo esercizio balistico e di sperpero delle materie e delle risorse umane, gestito dal potere plutocratico – militare la “Madre Terra” rischia grosso. Ovvero l’umanità intera è allo sbando: chi paga questa follia distruttiva che si propaga supportata dall’idea che il consumo sia la via per giungere alla felicità?

Ouverture. Questa Michele è un’intervista stonata… una sorta di invito al viaggio senza fasti né buffonerie intellettuali… un flusso di parole/immagini che non cercano nessu- na medicina per l’esistenza… quindi intendo uccidere tanto l’intervista, così come viene con- cepita dai fautori dell’indicibile nelle loro sedi specifiche (giornali, libri o televisione, tribune elettorali), quanto la confessione narcisistica che ne nasconde le discrepanze… il valore d’uso delle parole dunque è pervaso dal sarcasmo anarchico, il witz ebraico o il calembour-Argot… un gioco o un incrocio di verità e di splendide omissioni che non vogliono dimostrare nulla, solo mostrare che l’amore di sé per l’altro costituisce la tessitura di tutto ciò che respira. Non si prega l’evidenza, la s’impicca alla surrealtà della vita.

Sopprimete il linguaggio degli affari e vedrete che della civiltà non resterà che la sua protervia. “La differenza tra intelligenza e stupidità sta nel modo di maneggiare l’aggettivo, il cui uso informe costituisce la banalità”, E.M. Cioran, diceva. Negli spiriti pervasi di poesia, macellai e carnefici delle guerre sono banditi e all’interno di un’estetica-etica dell’incompiuto, i loro padroni sono destinati a essere preda dei loro stessi supplizi. Ogni verità è il superamento del presente, ogni mendacia la conferma dell’orrore d’essere ingannati e calpestati. Il disdegno contro trionfi e fallimenti è il primo passo verso una critica della separazione e rigetta la terminologia dei vinti quanto la storia della miseria come destino.

Le tue domande Michele vanno a toccare le corde profonde della mia eresia libertaria e del mio portolano culturale-politico… cercherò dunque di risponderti a gatto selvaggio… come si fa in un ufficio di polizia dopo che si è risposto al manganello con il lancio di un sampietrino… non si dice niente in quella lingua, ma si conferma tutto il carico d’eversione radicale che contiene quel frammento di poesia scritto con la pietra.

Avevo 14 anni quando vidi un film di Josef von Sternberg, I misteri di Shanghai (1941), e restai affascinato da un dialogo fra Gene Tierney e Victor Mature… la Tierney (con uno sguardo impudente) chiede a Mature: “Che mestiere fa?” e Mature (appoggiato al bancone di un bar): “Dottore in niente”. Non l’ho scordata mai questa frase. L’ho ritrovata poi nei panegirici di un filosofo tra i più grandi del Novecento, Guy Debord, e proprio questo raffinato demolitore dell’ordine costituito mi ha fatto ricordare che un buon numero di compagni di strada che ho ben conosciuto, ha soggiornato una o varia volte o per lungo tempo nelle prigioni di diversi Paesi… molti per ragioni politiche, la maggior parte per reati e crimini di diritto comune… ho quindi conosciuto soprattutto ribelli, poveri e poeti senza livrea, come Debord, annotava. Alcuni di loro hanno scelto di uccidersi o si sono sparpagliati ai quattro venti della Terra o fatto carriera in banca o in politica… e per un disagiato che lavora a un cer- to grado di qualità e non si cura né di governi né di Stati… e non ha disdegnato nemmeno d’accogliere l’impervia clandestinità di un certo banditismo… sa dunque ciò che significa distruggere valori e morali accolti dai contemporanei… nel rovesciamento, plagio o saccheggio di citazioni ha messo fine a glossari d’ignoranza e credenze oscurantiste… ha capito presto che non è facile distruggere un mito, un’ideologia, una divinazione, poiché annientare le loro radici nell’anima, richiede il talento e la dignità che gli dèi e i loro adoratori non conoscono. Quindi proverò a dire ciò che o amato o sognato o dirottato oltre la linea d’ombra dei memoriali, dei messali e dei manuali di scacchistica finanziaria… e chi può raccontare la verità in lingua-Argot — per aiutare a comprendere quanto basta —, se non chi l’ha vissuta?… tanto più che gli apache parigini e François Villon, specialmente, considerano a ragione che la lingua rovescia non vada mai usata nella lingua comune, poiché è la lingua del nemico e regna nella menzogna.

Solo se respingi ciò che hai appreso puoi avvicinarti a te stesso, fino a bruciarti o conoscere le ali degli angeli. “Tanto più grande è un uomo, tanto più si espone a essere ferito da tutti: la tranquillità è solo per i mediocri, la cui testa sparisce nella folla… Perché nel cervello d’un coglione il pensiero faccia un giro, bisogna che gli capitino un sacco di cose e di molto crudeli” (Louis-Ferdinand Céline, annotava). Nel mattatoio della civiltà dello spettacolo il consen- so è concepito tanto male quanto il mondo che lo suscita… è ugualmente vano rifiutare o ac- cettare l’ordine sociale, poiché la geopolitica del conformismo organizza sia il caos che le ricostruzioni… solo la rottura profonda dell’indecenza economico-politica può decretare la fine dell’ingiustizia, ma per adesso i possessori dell’immaginario collettivo possono dormire tranquilli… perché l’educazione alla paura ha prodotto l’acquiescenza necessaria a concepire che questo sia davvero il mondo migliore possibile.

In cattivi tempi non ho abbandonato i giorni felici e mi sono trovato a maneggiare le armi della critica in clamorose disfatte che non sono state indegne di me… sapevo che non avrei fatto nulla di meglio che frequentare gli sfruttati, gli oppressi, gli sconnessi portatori di idee scandalose… e per un uomo che abbia il senso dei piaceri, della voluttà e della grazia… come della libertà, della giustizia e della fraternità, non è stato difficile capire che per raggiungere un grande e nobile scopo ogni utensile (anche il più estremo) è possibile… anche chiamarsi fuori da una simile nazione e da una simile epoca non mi è stato poi così faticoso, poiché il Bardo diceva: “Siamo fatti della stoffa di cui sono intessuti i sogni”.

Ecco Michele… provo a rispondere in maniera ciarliera, financo buffonesca, a quanto mi chiedi. Fuori dal cimitero delle definizioni, s’intende… con la lingua dei santi, credo… sem- pre sospesa tra la beffa e il cinismo, la profanazione e il pretesto con i quali anche il sogghi- gno di un idiota s’ammanta dell’aura rubata ai propri eccessi. Ne è uscito fuori, non so… un trattatello sulla filosofia della fotografia di strada o un diario di bordo di un ladro di sogni o una ballata dell’amore ludro sulla bellezza come espressione di giustizia. Spero di essere sta- to abbastanza inadeguato e con una qualche raffinatezza poetica, non abbia disvelato, più di tanto, l’incapacità tutta mia di credere nei sudari di tutti i poteri, ma restare attaccato all’infinitudine della malinconia di ragazzi con i piedi scalzi nel sole e la pioggia sulla faccia che continuano a giocare con l’allegrezza amorosa dei topi d’acqua.

 

Prologo dissennato sui nostri scontenti. Non amo molto le interviste, tantomeno apparire in televisione né cinguettare in internet… considero i giornalisti (dei quali faccio parte con palese disonore) le mosche cocchiere di ogni potere… i più speciosi e pericolosi lacchè del pensiero dominante… veri cani da riporto, così stupidi che nemmeno gli artisti o i politici riescono a eguagliare… forse solo i fotografi celebrati si dibattono in tanta stupidità… ma non hanno nessuna potestà da esercitare se non quella di allevare schiere d’imbecilli affo- gati nell’acquasantiera dell’industria culturale. Ancora oggi stimo di più un ubriaco sorridente che s’impicca di un fotografo di fama vivo.

Te Michele sei un poeta… e quindi esposto a tutti i venti delle passioni, degli amori, delle tempeste che riconoscono la dignità anche nell’ultimo degli illetterati… e per questo sei poe- ta… François Villon, Arthur Rimbaud, Dino Campana o Ezra Pound… del resto, non hanno mai sposato le furberie degli untori borghesi o collari universitari distaccati da tutto e chiusi a tutto… nei miei sospiri estremi, Luis Buñuel scrive (forse): “La scienza non mi interessa. Mi sembra presuntuosa, analitica e superficiale. Ignora il sogno, il rischio, il riso, i sentimenti, e la contraddizione, tutte cose che per me sono preziose”. Buñuel è uno dei miei cattivi maestri… è stato lui che mi ha insegnato a guardare verso l’uomo e a farmi intendere che sovente ciò che vediamo non è l’uomo ma il ruolo, la casta, il giogo cioè della vita caduta nell’avanspettacolo della propria inessenza.

Marx è il più grande responsabile dell’ottimismo al potere… un’affrescatore d’illusioni che ha fatto della secolarizzazione della frusta, il retroscena di un’ossessione… quella della rivoluzione proletaria che afferra il potere… senza sapere che il fanatismo (ideologico, dottrinario, culturale, mercatale) non ha salvato i popoli, li ha rovinati! Quando negli uomini vengono meno lo stupore e la meraviglia, si alzano muri, fili spinati e subito dopo i campi di sterminio. Naturalmente col plauso delle folle ai tiranni! Quando non si conosce la preziosità della soli- darietà, della fratellanza, dell’accoglienza… si costruiscono martiri ed eroi e il cimitero della parola diviene la lingua ossequiata.

La civiltà dello spettacolo non ha equivalenti nella storia dell’umanità… e occorre essere degli idioti, obnubilati o semplicemente fessi, per non considerare che solo la disobbedienza civile (anche la più deviante) può aspirare a pensare l’uomo in termini di aurora di Pëtr A. Kropot- kin o al mondo armonioso di Charles Fourier… quando l’amore dell’uomo per l’uomo — che è la prerogativa di spiriti libertari —, non è legato a nessun fatto importante della vita quotidiana, la notte delle illusioni continua. A guisa di un’umanità che si è emancipata a colpi di mitragliatrice, è difficile riuscire a pensare che possa fare una bella fine.

Tutto quello che so l’ho imparato dagli avvinazzati di taverna che leggevano Dante o dalle puttane dabbene della strada che in fatto di illuminazioni rivaleggiavano con gli epicurei… e poi c’erano i partigiani… gente sveglia di testa… si strinsero uno straccetto rosso al collo, Pa- solini diceva, presero il fucile e andarono alla macchia per difendere la libertà… molti di que- sti ragazzi morirono al canto di Bella ciao ma i nazifascisti uccisero solo i loro corpi, non le loro idee di libertà ed eguaglianza tra le genti… i loro giovani corpi impiccati agli alberi delle campagne, ai pali della luce delle città o lasciati alla deriva dei fiumi… hanno restituito la di- gnità a un popolo complice e assoggettato alla sozzura del fascismo. Certo, furono traditi dal- la sinistra ascesa al potere (e ignorati o derisi dall’intera panacea parlamentare), ma che importa… ciò che vale è che la loro disperata vitalità (Pasolini, ancora) abbia permesso a disadattati come me e te Michele, di sognare una possibilità diversa di vivere un’altra quotidiani- tà… scoprire una comunità che non conosce la ripartizione di uomini e donne in padroni e schiavi, governanti e sudditi. Quando si è banditi dalle codificazioni sommarie, si diventa immediatamente illegali e, al contempo, eresiarchi dell’ordine del mondo.

Intanto è bene respingere l’infelicità dappertutto… e poiché siamo entrati nelle guerre come i bambini andavano in collegio… cioè con quel senso d’indifferenza o di condiscendenza che sono proprie ai prosseneti della servitù volontaria o nelle vampate di dissidio di ribelli senza causa di Zero in condotta… sì, sì, proprio il film di Jean Vigo… qui i ragazzi alzano sul tetto del collegio la bandiera nera dei pirati e bombardano con i libri i fantocci-istituzioni di una farsa borghese… in If… Lindsay Anderson passerà a ben altre armi per combattere i prodi difensori della conservazione borghese… però era il ’68… quando le giovani generazioni sognavano la rivoluzione mentre la facevano e vedevano sotto il selciato la sabbia di un altro divenire.

È difficile non vedere nei grandi proclami politici-economici la farneticazione teatrale che sottendono… i commentari del capitalismo parassitario, Zygmunt Bauman, diceva… dettano comportamenti, schemi, linguaggi e sono squisitamente introiettati in precetti di pubblica utilità… gli iloti dell’entusiasmo a tutto, confondono la musica alla crema dei Beatles con l’estrema unzione della propria biografia… senza sapere mai che il canto ineguagliabile di un usignolo in un giardino pubblico gocciola di bellezza e verità sugli amori immortali.

Emily Dickinson ha scritto così (da qualche parte):

“Morii per la bellezza — ma non m’ero ancora abituata alla mia tomba quando un altro — morto per la verità — fu adagiato nel sepolcro vicino.

Piano mi domandò perché ero morta —

«Per la bellezza» — gli risposi — e lui: «E io per la verità — loro sono una cosa sola e noi siamo fratelli», disse.

Così, come congiunti che s’incontrano di notte, conversammo dall’una all’altra stanza finché il muschio raggiunse le nostre labbra e coprì i nostri nomi».

La bellezza è perdersi nella verità dell’amore capace di superarsi e rimandare all’eterno. La via della bellezza è la via dell’inconosciuto che si nutre della fragilità di anime avverse, an- che… inutile è l’amore quando la parola è priva di speranza… la bellezza è il tuo nome, la verità è crocevia dei cammini. La bellezza verrà e avrà i tuoi occhi di bambino che afferra la coda della luna… la storia della bellezza è la storia della verità che fa scandalo, diceva… la bellezza è l’oltrepassamento della verità che attende la colpa al varco. “Avvicinati. Prendi il tuo bene in cui ho sotterrato il mio”(Edmond Jabès), che un tratto di penna cancella o onora nell’attesa del fuoco nudo che lo bruci… i sogni sono pagine di sabbia che finiscono in cenere o in un’e- ternità senza difesa. “Non so chi tu sia — diceva un ubriaco di genio — ma so che mi somigli, perché fai della bellezza il primo mattino di un’infanzia interminabile… allora prendi la mia rosa bianca e posala sul cuore e innaffiala di verità… e solo un giardiniere di anime belle mol- to maldestro la potrà cogliere senza reciderla, poiché la bellezza è priva di eredi”. L’udibilità del silenzio è una scrittura d’interrogazione che ha scelto l’inquietudine come un rizomario che parte e ritorna alla bellezza e si disfa nell’amore per la verità.

Il diniego della miseria e delle disuguaglianze continua a raccontare il disfacimento culturale, politico, etico di un pianeta ferito che soffre l’incapacità di un’umanità annegata nella mediocrazia… i mediocri hanno preso il potere e innalzato i servi a tutori-esperti della loro esistenza, Alain Deneault, diceva… non ci sono sottomessi, solo elettori-specchio di un sistema che li educa all’obbedienza attraverso la mediacrazia… i mezzi di comunicazione di massa (cinema, fotografia, carta stampata, televisione, internet)… sono il bordello senza muri del consenso e la verità muore nei piani finanziari delle banche internazionali… i ricchi fanno le guerre con il ghigno delle iene, i popoli le subiscono in bella calligrafia… anche i terrorismi (sostenuti, prodotti, attivati dai servizi segreti delle nazioni forti) fanno parte di un immenso accumulo di spettacoli che riproducono le moderne condizioni di produzione, alienazione ed educazione all’ipocrisia.

Tutto ciò che è direttamente vissuto, incorporato, registrato finisce in una rappresentazio- ne… la copia a preso il posto del sacro e l’apparenza si è sostituita all’essere. “Lo spettacolo non consiste di un insieme di immagini, ma di un rapporto sociale fra persone, mediato dalle immagini” (Guy Debord). Tutto vero. Il passaggio dalla società dello spettacolo alla civiltà dello spettacolo è una prassi sociale globale, ha determinato una condizione socio-economica nella passività e costituisce l’attuale modello d’esistenza.

L’economia, la tecnica, la politica, la cultura, il lavoro, la famiglia, le dottrine, le forze armate… non rappresentano il romanzo di una vita, ma la commemorazione di una storia dileguata nelle liturgie di apparati, funzioni, cariche… una cordata mistica della religione del profitto,

 

Walter Benjamin, diceva… dove la credulità è lo stile e la falsità l’ostia consumata come reliquia della merce! E, come sappiamo, ogni vero poeta della vita offesa prende le distanze dallo stile e la maniera d’essere ciò che qualcuno vuole che tu sia… il vero stile disapprova la maniera e lo stile imposto, e come Dostoevskij vede nel cittadino probo (figurati in un artista) il demone rispettoso della legge e delle convenzioni sociali… è bene dissotterrare secoli d’ingiurie e mistificazioni e fare tabula rasa d’ogni dogmatismo… se non vogliamo che la peste prenda il sopravvento sulla nausea.

Gli uomini del sottosuolo dicono che parabolare, cioè parlare come fanno i tre grandi impo- stori (Mosè, Gesù, Maometto), significa stabilire una corrispondenza tra il simulacro e la pa- rola che infonde ai fedeli assoluta certezza del mistero della fede in qualcuno o qualcosa in prossimità della demenza collettiva… una delle parabole meno oscure di Gesù, ad esempio, è quella che è in Matteo 13,10-17… gli apostoli chiedono a Gesù perché parla alla massa per mezzo di parabole… Gesù risponde: “Perché mentre a voi è dato conoscere i misteri del Re- gno, a quelli non è stato dato. Infatti a chi ha verrà dato e sarà nell’abbondanza, ma chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo parlo loro in parabole, perché vedenti non ve- dono e udenti non odono né comprendono”. Mi sono perso… volevo dire forse che ogni atto di resistenza è un atto di creazione… poiché la potenza della vita impoverita, imprigionata o vilipesa, delegittima qualsiasi sopruso e il pane, i fichi e le olive, annotava Marco Aurelio, sono al servizio della bellezza e scarnificano ogni sofferenza… sono i frutti più fecondi che l’umanità abbia mai avuto.

In principio era il segno, poi il suono e infine la parola… l’origine della bellezza, come della libertà o l’amore, viene dal profondo e diventa fuoco e fiamma di un risorgere nello stupore di una vita che supera se stessa, Gaston Bachelard, annotava… interrogare e interrogarsi sulle glossalie d’ingiustizie secolari che una minoranza di arricchiti ha esercitato ed esercita sui più deboli o i meno attrezzati…. e capire che la bellezza è inseparabile dalla giustizia… dove non c’è bellezza non ci può essere giustizia… ecco perché occorre disertare, sabotare, ribel- larsi alle guerre, alle Borse, ai mercati… perdersi nel bello, nel giusto e nel bene comune è sempre un ritrovarsi là dove verità, giustizia e amore sono la luce di ogni cammino in utopia.

 

Osservando i volti degli infanti che tu ritrai, al pari di altri lavori, si capisce che, per te, la ritrattistica non è certo un vezzo: cos’è la fotografia? Un’arte, uno strumento, un periscopio per sondare l’anima dei dannati, dei sopravvissuti, sempre alla ricerca della bellezza?

 

La fotografia è un mezzo per comunicare, disvelare o sabotare il dolore del mon- do… oppure è l’idolo della mondanità d’autore che rispecchia la miseria generalizzata che c’è in ogni forma d’arte… la celebrazione della merce e degli affari… sovente è uno stupro del- l’intelligenza che finisce nei premi internazionali, corsi e insegnamenti che tendono tutti a instupidire frotte di proseliti… la fotografia non s’insegna, come la fierezza, si trova nella strada. La fotografia non serve a nulla se non dice qualcosa su qualcosa e possibilmente con- tro qualcuno! Chi conosce la forca non sempre sa fotografare e chi fotografa non conosce la forca, anche se spesso la meriterebbe!

L’amore è ciò che trapassa il dolore, nella fotografia e dappertutto… l’amore non è qualcosa da inseguire, ci s’imbatte, è un incontro di dissolvenze incrociate… è un dispaccio d’infinite tenerezze che fanno del piacere il principio di tutte le vie… i gelsi, gli oleandri, i nespoli, i tigli lo sanno che vezzosità, allegrezza e coraggio aspirano a proteggere il desiderio d’amare e d’essere amati, e la fotografia di te, di me, di noi è la memoria-specchio di una ferita che è inconcepibile senza l’amore di sé per l’altro/a… e dice: a te, che mi hai fatto scoprire e cono- scere l’amore dell’uomo per l’intera umanità.

Gli sguatteri di genio di Balzac o di Swift s’inventavano la vita, rinunciavano a copiarla… e per eccesso d’intelligenza cadevano nel romanticismo d’avvelenare i padroni o di lasciarsi andare all’inadempienza, all’esagerazione, alla bizzarria o all’oscenità, e tutto perché avevano inteso la musicalità dell’imperfezione. La bellezza sta nell’infinitezza di un volto, di un corpo, di uno sguardo… non nella perfezione della forma che l’uccide… la bellezza deve contenere la giu- stizia, altrimenti è un esercizio di stile… per difendere la bellezza, gli antichi greci presero le armi, Albert Camus, diceva… quando i popoli scopriranno la fame di bellezza che c’è nei loro cuori, ci sarà la rivoluzione della gioia nelle strade della Terra.

 

A pagina 7 del libro, sulla bella pagina bianca, compare una dedica. Fruitori do- vrebbero essere i tuoi nipoti; attraverso loro anche quella schiera di giovane umanità dall’in- fanzia negata, potenzialmente senza futuro…?

I bambini e le donne, principalmente… sono le vittime predestinate dell’innocen- za violata e non c’è guerra che non sia prodiga di genocidi… nell’alveo delle giustificazioni i padroni dell’immaginario armano anche la pietà del crocifisso e per mancanza di leggerezza o di irrequietezza si nutrono delle ambasce della partitocrazia… esperti in tutto (finanzieri, po- litici, avvocati, assicuratori, psicologi, sociologi, artisti, bottegai, poliziotti, operai, financo i portinai) fanno parte di coacervi d’aspettative che da un lato ammazzano la verità e dall’altro lavorano per l’edificio delle lusinghe… i beccai vendono armi e giocano in Borsa… il protet- torato dell’opportunismo è sempre sulla punta del fucile e, come l’ostia, aspira a una religio- ne da macellai o da iene… a eccezione dei bambini, dei folli o dei poeti maledetti, l’inclina- zione all’equivoco del genio tormenta soltanto i santi, gli assassini e gli stupidi… e tutti quelli incapaci d’inserire le virgole dove non stanno… e di fare del punto un’idea d’infinito… coltivare l’incompiutezza della rivolta è accettare l’utopia, come l’amore, in piena incoscienza, e fare dell’eresia un percorso di tentazioni, vertigini e colpi di mano… l’impostura è l’ultima parola di una civiltà che si spegne.

All’orizzonte c’è sempre un padrone che minaccia, finché gli uomini e le donne non avranno compreso che l’ingiustizia governa l’universo ed è in mano a un’accolita di saprofiti che non sanno nemmeno accendere il gas di una stufa, ma sanno bene come farne indice di ricatto in conflitti e transazioni bancarie… la demiurgia della politica si nutre di agonie storiche pre- scritte… una gehenna che non rilascia certificati di buona condotta — la Gehenna, dicono i testi sacri, ricordiamolo, era la sede (a Gerusalemme) del culto del dio Moloch, dove venivano bruciati in olocausto i bambini, dopo essere stati sgozzati; colpita da anatema dal re Giosia (639-609 a. C.), fu adibita a scarico dei rifiuti… la flânerie del massacro fiorisce sui begli ingegni che ne permettono i delitti… la redenzione che ne consegue si converte alla credenza che chiunque non accetti la lebbra dei mercati è un malato di mente… poiché aborre gli eroi, i martiri e le invarianze del neocolonialismo.

Solo la tentazione di un nuovo ordine amoroso dell’insieme sociale può passare dalla fame delle capanne all’incendio dei palazzi, Pietro Gori, cantava… la forma intellettuale, civile, po- litica liberata sta nel divenire rivoluzionario degli individui! Nietzsche l’aveva capito presto, anche Baudelaire o Don Chisciotte… la cacciata dei mercanti dal tempio è solo il primo passo per la realizzazione di epoche in cui i despoti muoiono e i popoli ballano sulla testa dei re… poiché la conquista della libertà non conosce buone maniere.

Nel gran volume fotografico non ci sono solo immagini; ci sono “scritture” di altri a bordo del tuo personale bastimento che rolla e beccheggia nel mare magno e turbolento di quest’epoca (A. Maria Corea, Paola Grillo, Francesco Mazza, Alex Zanotelli, Carlo Leoni, Pierluigi Di Piazza, Pierluigi Nicotera), chi sono? Compagni di viaggio, corsari, odissei che non si piegano alla furia del vento e tengono, nonostante tutto, sempre la rotta?

I miei compagni di viaggio sono l’equipaggio del Pequod a caccia di Moby Dick… la balena bianca che regna su tutti i mari e sparge terrore e morte ovunque… il capitano Achab è l’idea libertaria che ogni forma di potere va abbattuta anche a spese della propria vita… io sono semplicemente Ismael che racconta l’infanzia negata dei bambini dalla stupidità della guerra… non ci sono guerre sante, né guerre giuste, né guerre umanitarie… le guerre arricchiscono l’arcipelago delle banche, dei partiti, delle chiese… e i trafficanti d’armi siedo- no indisturbati ai tavoli internazionali di pace… la pace si fa con la pace, con la disobbedienza civile, con la diserzione, l’obiezione di coscienza… mandateci i potenti a fare la guerra, a scannarsi fra loro, vedrete che non usciranno dal loro covo di serpi per non pisciarsi addosso dalla paura…. capi di stato, generali, finanzieri, papi, politici… sono gli ideologi di una civiltà della barbarie disseminata lungo i millenni ai bordi delle fosse comuni. Gli odissei sono passatori di confine, contrabbandieri di sogni, viandanti delle stelle, bracconieri d’amore… non hanno nomi né volti… e ciascuno ha la sua rotta… la dissociazione è la sola via sovversiva che canta il piacere del diverso e dell’uguale che generano il bello, il bene, il giusto, il vero… e come la dolcezza amorosa magnifica l’istante e afferra il desiderio non come mancanza, ma disinganno dei propri spaventi… fa del femminino la più formidabile interrogazione antiso- ciale che sfocia in un’erotica della dignità senza steccati morali.

Gino Strada affermava che la “guerra sarebbe dovuta essere Tabù”; anche tu vorresti ribadire tal concetto nel libro, che altro?

Le guerre sono sempre state causa di disuguaglianze sociali… i mercati finanziari, il sistema bancario, la corruzione dei partiti, i mercanti d’armi, la servitù volontaria… la man- canza d’indignazione, le convenienze, le obbedienze, le schiavitù accettate dei popoli… sono l’ossatura corporativa della civiltà della mediocrazia e il ballo mascherato di destra e sinistra rappresentano l’inganno e la degenerazione dell’utilitarismo come riconoscimento pubblico… non c’è ingiuria contro ogni sorta di possesso né di totalitarismo, perché il diritto del più armato persuade, convince, converte tutti coloro di cui ha bisogno per accrescere il pro- fitto di pochi a discapito del maggior numero… ed è cosa vecchia ed ha a che fare con l’origi- ne delle disuguaglianze — “Il primo che, dopo aver recintato un pezzo di terra, si azzardò a dire: ‘Questo è mio?’, trovando persone abbastanza semplici da credergli, può essere consi- derato il vero fondatore della società civile —”, Jean-Jaques Rousseau, diceva… perduta la felicità dell’innocenza, non restava che l’oltraggio dell’appropriazione… per essere padroni bisogna avere dei servi e i servi resteranno servi sino a quando diranno la mia parola è no! e il padrone si accorgerà di loro solo quando gli taglieranno la gola!

Le immagini parlano. L’estetica di Pino Bertelli rompe il silenzio omertoso voluto dai potenti che saccheggiano ovunque; e mistificano la realtà nel tentativo di imporre la pro- pria dittatura che spaccia per “interesse generale, quando invece è solo particolare e depau- perante. Pino, tu sei capace -pur nelle condizioni di tragedia umana – di cogliere un sorriso che preconizza le condizioni prossime di riscatto dei vinti. Come e cosa fare per mettere in minoranza i guerrafondai e strappare alla guerra l’infanzia?

Non so cosa sia l’estetica né l’etica, in arte come nella vita, almeno nel senso in cui sono insegnate, dispensate o soltanto imposte… so che quando mi trovo davanti a qualcuno che non è proprio apposto, mi metto apposto io, Diane Arbus, la mia maestra, diceva… a un certo grado di verità o di bellezza o d’insolenza, la fotografia diventa indecente! Ecco… ec- cetto le signore della strada, gli scemi del villaggio o i rivoluzionari senza rivoluzione in piena coscienza… non saprei davvero a chi dare la nostra adesione… e poi la fotografia sarebbe in- tollerabile senza gli eretici che la negano.

Le immagini parlano… è vero… e davanti a un tribunale degli angeli del non-dove nessuno è innocente, poiché l’alfabetizzazione della fotografia e di tutte le forme di comunicazione sono pretesti che alzano il rango a feticcio e non importa aver letto Epicuro, Marx, Bakunin o l’asino Platero, per comprendere che ogni creazione realizzata per il mercato delle idee pro- muove idoli senza talento o si rivolge alle categorie del successo a uso dei servi… nel mazzo delle loro paradisi fittizi o inferni edulcorati, preti, politici, finanzieri, fabbricanti d’armi, artisti… esprimono la stessa reticenza degli assassini… assolvere il crimine perpetuato contro gli ultimi in cambio di un posto in società, quale che sia.

L’ha scritto da par suo E.M. Cioran: “Come piedistallo avrete un letamaio e come tribuna un armamentario di tortura. Non sarete degni che di una gloria lebbrosa e di una corona di spu- ti”. Ci viene da ridere… ciascuno è sempre l’immagine di ciò che ha voluto distruggere o ammirare… basta non screditare né miti né istituzioni né paraventi elettorali e gli uomini non corrono nessun rischio… possono dire tutto e contro tutti, basta che non facciano sul serio! Idiozia e fede sono sinonimi… seguendo la variante degli entusiasti a tutto e farsi carico di psicopatie appassionate, si confonde una poesia ereticale di Pasolini con l’ipocrisia di un capo di Stato, un generale, un papa o un portantino d’ospedale che ricopre d’oro un water- closet e lo vende a milioni di dollari come un’opera d’arte. La fiamma dell’imbecille è sempre accesa sul monte di pietà dei mercati… i funzionari della cultura, come i monatti della politica (specie di sinistra), danno prova della loro iniquità ogni giorno, tuttavia il loro potere eretto a sistema è ancora ben solido e si regge sull’olocausto della storia.

Pino, a ottant’anni, dopo essere stato “sulla strada” alla maniera antica di Jack London, poi che sei stato – tra le tante – allievo di P.P. Pasolini, quindi operaio all’ITALSIDER ed editore di TraccEdizioni, tu che sei cresciuto davanti al mare e non hai mai smesso di essere un fotografo, quale sogno cova il tuo spirito indomito?

Chi come me è nato nella pubblica via e ha amato i “quasi adatti” che hanno fatto della sovversione non sospetta dell’immaginale, il raggiungimento di un’infanzia intramonta- bile e hanno scelto di non dilettarsi ad abbaiare ma quando è il caso di mordere… e dispon- gono di oceani di sputi per riversarli contro i possidenti dell’immaginario globale… che non vogliono comandare né essere comandati… e si tengono lontani da qualsiasi insegnamento e da qualsiasi catechesi… sotterrano le proprie armi in cantina sotto i libri di Ernst Jünger (Il trattato del ribelle), Albert Camus (L’uomo in rivolta), Jean Genet (Diario del ladro) o Pier Paolo Pasolini (Ragazzi di vita), ma anche Alice nel paese delle meraviglieI viaggi di Gulliver Huckleberry Finn (Huck per gli amici di strada)… tengono nel tascapane Nietzsche, Shakespeare, Rabelais o il curato di campagna, Jean Meslier, quello che scrisse nel suo Testamento:

« Io vorrei, e questo sia l’ultimo ed il più ardente dei miei desideri, io vorrei che l’ultimo dei re fosse strangolato con le budella dell’ultimo dei preti ». Una frase che ci ha sempre commosso fin da quando rubavamo nella cassetta delle offerte della chiesa dei frati cappuccini di una città-fabbrica… nella rivolta della gioia del ’68 ci venne dunque naturale aggiungere di strangolare non solo i re e i preti, ma anche l’ultimo dei padroni!

Siamo insomma di quei cani randagi o anarchici aristocratici che hanno compreso che tutte le prospettive ideologiche-istituzionali sono senza valore… perché sono fondate su sistemi di speranze che le confermano… anche i crimini di Stato più raffinati vengono commessi con quel senso d’onnipotenza sacrale propria agli assassini più coscienziosi… i conflitti contro la polizia (e i servizi speciali) cominciano nelle segrete di un parlamento, una banca, una chiesa o una sede sindacale e finiscono per sostenere i medesimi criminali che li hanno fagocitati. Per chiudere, come anche per aprire… non è con la fotografia che si fanno le rivoluzioni, le rivoluzioni si fanno con le rivoluzioni… tuttavia… con la fotografia si può diventare uomini e donne migliori e cercare di fare la rivoluzione del bene comune nell’uomo.

la vie n’est pas qu’un début

Riprendere dall’inizio!

La nostra chiacchierata col fotografo Pino Bertelli termina. Almeno per ora.

Il segno tangibile del suo lavoro disposto per immagini – quelle che danno voce all’infanzia negata – è chiaro. Nel guazzabuglio mediatico di quest’epoca in disfacimento la sua narrazione non lascia dubbi: la guerra va abolita.




Lasciare un commento