mercoledì 5 febbraio - La bottega del Barbieri

Rifiuti nucleari: sottoterra non è meglio

Il quotidiano la Repubblica del 28.01.2020 nel dare la notizia1 di uno studio effettuato da ricercatori dell’Università di Columbus, Ohio, Usa, sui rischi da corrosione dei contenitori di scorie nucleari riferiva testualmente che: «il vetro e i materiali ceramici utilizzati attualmente per isolare le scorie radioattive, potrebbero interagire con l’acciaio inossidabile utilizzato per fabbricare i contenitori, accelerando la corrosione e inasprendo la contaminazione nucleare dell’ambiente, inquinando potenzialmente fonti idriche e compromettendo la salute delle forme di vita nelle zone limitrofe». 

di Giorgio Ferrari

Pur con qualche dettaglio in più (evidentemente desunto dal rapporto) il resto dell’articolo lascia intendere che l’origine della corrosione sia da individuarsi nella interazione tra la matrice del rifiuto nucleare (un composto di vetro o materiali ceramici) e il fusto che la contiene (realizzato in metallo) con evidenti pericoli di rilascio di sostanze radioattive nell’ambiente, nel caso in cui questi fusti siano collocati in depositi geologici.

Il realtà il rapporto dell’Università dell’Ohio dice qualcosa di diverso riguardo a questi processi di corrosione, peraltro già noti e indagati da parecchi anni.

La corrosione infatti non ha origine all’interno del fusto (interazione metallo-matrice) ma nell’ambiente esterno, ovverosia lo scavo, caverna, pozzo (o come si voglia definire) realizzato sottoterra dove vengono stoccati i fusti metallici e altri manufatti radioattivi. In questi ambienti possono determinarsi situazioni di temperatura, umidità, acidità, salinità (e come vedremo anche presenza di batteri) tali da innescare processi di corrosione localizzata (pitting corrosion) perfino in materiali classificati “inossidabili” come l’acciaio. Il rapporto dell’Università dell’Ohio descrive esattamente questo processo iniziatore che attacca la parete esterna del fusto per poi penetrare al suo interno, inducendo un altro tipo di corrosione, cosiddetta “interstiziale (crevice corrosion), che trova il suo ambiente ideale proprio nell’interazione tra la parete interna del fusto metallico e la matrice (vetrosa o ceramica) del rifiuto radioattivo. Questo secondo tipo di corrosione, per una serie di reazioni chimiche ed elettrochimiche un po’ complicate da spiegare, è più aggressivo del primo arrivando a provocare un rapido deterioramento della matrice e del fusto, con la fuoriuscita di sostanze radioattive. Inoltre un contributo non secondario alla corrosione di questi fusti può venire anche dai batteri (corrosione microbiologicamente influenzata, in sigla MIC) che si trovano a profondità notevoli e che assumono una rinnovata vitalità proprio quando lo scavo del deposito apporta ossigeno all’ambiente sotterraneo. In proposito Eurosafe association, nel 2013, ha prodotto un dettagliato studio dell’influenza batterica sulla corrosione di materiali metallici e non metallici in depositi argillosi2.

Perchè queste precisazioni sono importanti? Perché un conto è presentare il rapporto dell’Università dell’Ohio come rivolto ai problemi inerenti la realizzazione del manufatto (la corrosione interna tra fusto metallico e matrice radioattiva) e altro conto è indicare nell’ambiente esterno in cui vengono collocati i fusti l’elemento scatenante della corrosione (come correttamente fa il rapporto). In altre parole il problema non risiede nel fusto (che più di tanto non si può migliorare essendo realizzato in acciaio inox!) ma nel deposito geologico stesso, e dunque quello che viene messo in discussione è il passaggio finale del ciclo dei rifiuti nucleari che vede nei depositi sotterranei la soluzione raccomandata anche dalla IAEA.

Su questo aspetto le conclusioni dei ricercatori dell’Università dell’Ohio si fanno incerte. Essi infatti non se la sentono di mettere in discussione la scelta del deposito geologico tout court, come sarebbe logico a fronte del risultato della ricerca, ma raccomandano di realizzare adeguate strutture e barriere di contenimento interne al deposito; il che è un paradosso se non assurdità, dato che il presupposto principale della scelta del deposito geologico è quello – rispetto ad un deposito di superficie – di non necessitare di soverchie strutture di contenimento.

Il problema è enorme e non sembra avere soluzione, perché la sua essenza, che non è di natura scientifica o tecnologica, sfugge all’umana cognizione del tempo, come stabilì, indirettamente, una sentenza della Corte federale statunitense nel 2004.

In quell’anno infatti la Corte fu chiamata a pronunciarsi su di un ricorso presentato dall’Accademia nazionale delle scienze degli Stati Uniti, contro la realizzazione del deposito geologico di Yucca Mountain nel deserto del Nevada. Gli opponenti al ricorso (e fautori del progetto) erano nientedimeno che l’EPA (Ente di protezione ambientale) e il DOE (Dipartimento per l’energia) degli USA i quali affermarono in giudizio che il progetto garantiva la completa sicurezza della popolazione e dell’ambiente da rischi di ogni tipo per un periodo di 10.000 anni a partire dalla entrata in funzione del deposito. Dopo un approfondito esame dei documenti tecnici, la Corte stabilì che, siccome era previsto che il picco di attività radiologica nel deposito sarebbe stato raggiunto intorno ai 300.000 anni (data la presenza di radionuclidi a lunghissima vita) o l’EPA e il DOE erano in grado di garantire la sicurezza del deposito per tale periodo oppure il progetto sarebbe stato rigettato in quanto non conforme ai suoi stessi requisiti. E così fu ovviamente, perchè nessuno è in grado di certificare la sicurezza di qualsivoglia manufatto per 300.000 anni a venire!

Abbandonato dunque il progetto Yucca Mountain (a meno che Trump non lo resusciti) restano le caparbietà europee nel voler sotterrare le scorie nucleari. In testa c’è il progetto finlandese in via di realizzazione a Onkalo (nelle vicinanze della centrale nucleare di Olkiluoto) e poi a seguire la Francia con diversi studi in corso, mentre sullo sfondo permane, minacciosamente, la soluzione di tipo “russo”, cioè stipare in qualche modo le scorie di mezzo mondo (magari in Uzbekistan o in qualche altra remota regione) a un prezzo “conveniente”. E non sono pochi anche in Europa gli Stati tentati da questa decisione pilatesca, dato che non c’è al momento soluzione tecnicamente ed economicamente percorribile, senza contare l’ostilità diffusa delle popolazioni ai depositi di scorie. Oltretutto la questione dei cambiamenti climatici e la conseguente opzione zero-emissioni entro il 2050, rappresenta una ghiotta occasione di rilancio del nucleare, nonostante le ponderose controindicazioni che provengono da studi scientifici come questo dell’Università dell’Ohio.

NOTE




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