lunedì 13 novembre 2023 - Aldo Funicelli

Report: la dinastia La Russa e le sigarette usa e getta

IL MONDO DEI PUFF di Antonella Cignarale

Le sigarette elettroniche usa e getta sono chiamate Puff, sono colorate, facili da nascondere nel palmo della mano, sono comode da portarsi dietro. Le possono fumare anche gli studenti senza farsi accorgere a casa, molto meglio delle sigarette.

Ma è meno pericoloso delle sigarette come affermano i produttori? Alla giornalista di Report quelli che le vendono non se la sentono di confermare, chissà forse un giorno si scoprirà che creano problemi, raccontano.

Secondo il ministero della sanità servirebbero altri studi più approfonditi per capire quanto siano meno pericolose (altro che il 95% spacciato dalla pubblicità), servirebbero studi anche sui gusti con cui queste sigarette sono aromatizzate.

Tutti aromi che sono vietati nelle sigarette con tabacco e che sono spostati su queste sigarette, altrimenti non se le fumerebbe nessuno: così piacciono a tutti, sia agli adulti che vogliono smettere sia ai giovani che iniziano a fumare.

La Vaporart e le altre società che importano questi prodotti hanno scelto di non rispondere alle domande di Report: Roccatti di SET Spa, società importatrice aveva promesso un’intervista, che poi non c’è stata.

Così Report ha deciso di far fare un’analisi su questi aromi: non c’è una regolamentazione ben scritta sugli aromi e nemmeno una indicazione sui livelli di metalli che si inalano.

Luciano Ruggia è il presidente dell’associazione svizzera di prevenzione al tabagismo: è stato il primo a lanciare un grido di allarme su questi prodotti, dovrebbero essere le autorità sanitarie a fare i controlli – racconta a Report – ma sono controlli che non vengono fatti.

LA RUSSA DYNASTY 2 di Giorgio Mottola con la collaborazione di Greta Orsi

Il potere politico ed economico dei La Russa è consolidato a Milano ma ha dei legami forti anche a Paternò: qui venti anni fa la regione Lombardia ha deciso di aprire un call center per i servizi della sanità, con Formigoni presidente della giunta.
Alcuni esponenti della Lega non erano d’accordo, ma fu chiesto loro di votare a favore, era un accordo politico nella giunta, fatto dai capogruppo dei vari partiti di destra. All’epoca capogruppo di An era Romano La Russa: sarebbe stato lui a spingere per l’apertura del call center a Paternò.
L’operazione per il call center a Paternò viene gestita dal manager di Lombardia Informatica Giovanni Catanzaro: “sei un poveraccio” il commento di Romano La Russa oggi, che forse preferisce non ricordare.

Oltre al call center dei servizi sanitari nel 2004 apre un altro call center privato, Midica, che lavorava comunque con la regione Lombardia (e anche Inps e Poste): dietro Midica, schermato con una fiduciaria, c’era il cognato di Romano La Russa, Raspagliesi.
Nonostante le commesse col pubblico, Midica rischia di saltare per i debiti che crescono e i contributi non pagati ai dipendenti: nel 2008 viene salvato da una cordata di imprenditori bresciani, tra cui un fornitore dei Ligresti e della Sai, Patrizio Argenterio.

Oggi Argenterio racconta di aver salvato l’azienda, che non aveva valore, pagandola oltre 3 ml: per vendere la società di cui deteneva le quote, Raspagliesi crea una società con Marco Osnato, altro deputato di FDI.

Oggi Osnato ha scelto di non rispondere alle domande di Report, ritenendole non rilevanti dal punto di vista politico: dietro la vendita della Midica ci sarebbe stato un accordo tra il ministro della Difesa, di La Russa, con Argenterio (smentito dal presidente del Senato).

Raspagliesi ha cercato poi di comprare un altro call center in Lombardia, la Future SRL del gruppo Blue Call che fa capo al manager Ruffino: sulla carta era un azienda in salute, ma dentro l’azienda era entrata una cosca della ndrangheta, quella della famiglia Bellocco.
La cosca Bellocco svuotava le casse della Future SRL, il manager Ruffino cercò di bloccare questa emorragia, finendo minacciato dagli ndranghestisti.
Nel 2011 Raspagliesi compra la maggioranza delle quote della Future SRL da Ruffino, la società della ndrangheta: successivamente rivende le quote ad un prezzo più basso al rappresentante della cosca Belocco, un’operazione molto strana. A meno di non vedere questa operazione con gli occhi della criminalità organizzata.

La Russa ha scelto di commentare la trasmissione non rispondendo ai giornalisti di Report, ma è andato poi da Vespa e in altre trasmissioni per difendersi, chiamando i giornalisti di Report come calunniatori, per quello che era stato raccontato sul padre Antonino.

Per trovare conferme su quanto riportato nel passato servizio, Report ha trasmesso una vecchia intervista all’ex deputato dell’MSI Tommaso Staiti di Cuddia: negli anni 80 era un esponente importante del Movimento Sociale, i suoi attriti con i La Russa iniziano per una vicenda legata ad un immobile a Milano, una vicenda che coinvolgeva sia Antonino La Russa che il manager Virgillito.

Anche lui, Virgillito, originario di Paternò, tra gli anni 50 e 60 costruì un impero in borsa, divenne ricco – racconta il giornalista Gianfranco Modolo - dopo l’introduzione delle leggi razziali quando un imprenditore ebreo gli affido i suoi beni.

Era considerato un raider col pelo sullo stomaco – racconta Staiti di Cuddia nella vecchia intervista: nel dopoguerra Virgillito chiama a Milano Antonino La Russa a gestire la Liquigas. Sull’impero di Virgillito si allunga l’ombra di Sindona, proprietario occulto delle aziende di Virgillito.

Nel video a sua difesa il presidente del Senato ha smentito che il padre conoscesse Sindona, ma Staiti di Cuddia racconta che Antonino La Russa nel 1976 aveva proposto la candidatura di Sindona in un collegio sicuro.


Alla fine, alle elezioni del 1976, Sindona non viene candidato, ma in parlamento col movimento sociale arriva il generale Miceli, allora indagato per il golpe della Rosa dei Venti.
Il movimento sociale candidava questi personaggi implicati negli episodi della strategia della tensione si beneplacito della Democrazia Cristiana.

Report ha intervistato Maurizio Murelli, oggi editore di libri, ma che 50 anni fa fu uno dei protagonisti del giovedì nero di Milano quando, il 12 aprile del 1973, al culmine di una manifestazione neofascista, vietata dalla Questura, viene ucciso un agente della polizia Antonio Marino.

Quella manifestazione fu spinta da Ignazio e Romano La Russa – racconta Staiti di Cuddia e questo viene confermato anche da Murelli oggi.
Quel giorno iniziarono subito gli scontri tra la polizia e i manifestanti del Movimento Sociale e degli estremisti neri : Murelli portò in piazza tre bombe a mano, poi date a Loi, altro esponente della destra. Dopo le cariche, vengono lanciate le bombe a mano la bomba di Loi uccide Antonio Marino, poliziotto di appena 22 anni.

Un danno di immagine per quello che si riteneva il partito dell’ordine: stando al racconto di Staiti, Almirante commissaria il ramo politico giovanile di Milano, gestito da La Russa.

Racconta Murelli, i soldi per il risarcimento della famiglia del poliziotto sono stati messi dalla famiglia La Russa: in questo modo, per il risarcimento, Murelli si fece “solo” 11 anni di carcere.

Il giovedì nero non bloccò la carriera dei La Russa dentro il movimento sociale, ha concluso Murelli. Le bombe a Murelli e Loi furono consegnate da Nico Azzi, altro estremista di destra finito dentro la strategia della tensione.

Sabato a Milano Santanchè e La Russa hanno celebrato la caduta del muro di Berlino e la fine della dittatura comunista: il loro sodalizio politico dura da 30 anni, si fonda da un patto di reciproca utilità- è sempre Staiti di Cuddia a parlare. Lui viene introdotto a Cortina e negli ambienti esclusivi in Italia, grazie a Santanché.
Anche Cirino Pomicino conferma questa amicizia, nata prima che Santanché entrasse in politica: una amicizia cementificata anche grazie a Berlusconi.

Report ha raccontato della nascita del PDL quando La Russa e Santanché diventarono colleghi di partito, fino alla scissione nel 2010, scissione che viene causata anche dal pentito Spatuzza.

Pochi mesi della scissione del 2010, il braccio destro di Graviano, Spatuzza, aveva iniziato a collaborare, contribuendo a riscrivere la vicenda della strage di via D’Amelio, togliendo di mezzo Scarantino e rimettendo al centro della scena i Graviano.

La strategia di cosa nostra, secondo Spatuzza, puntava su Berlusconi e sul compaesano Dell’Utri: il governo Berlusconi, come reazione alle sue parole, decide di non rinnovare il programma di protezione al pentito Spatuzza.

Fabio Granata, allora in commissione antimafia, fu l’unico nel PDL a prendere le difese di Spatuzza: il pentito diventa la prima crepa tra l’ala finiana e l’ala berlusconiana dell’allora maggioranza di centro destra.

Granata fu attaccato dal PDL e in particolare da La Russa, nel 2010: la sua colpa era aver detto che il governo Berlusconi stava rallentando la lotta alla mafia e la voglia di scoprire la verità sulla morte di Borsellino.
La Russa era molto vicino a Berlusconi, tanto da rimanere a fianco dell’ex cavaliere anche quando Fini fonda un suo partito: rapporto che rimane stretto anche dopo la rinascita di Forza Italia e la nascita di Fratelli d’Italia.

Berlusconi finanziò nel 2012 per 750 mila euro il neo partito FDI nato a dicembre e che nelle elezioni del 2013 si presentava alle elezioni a casse vuote.
Secondo quanto racconta ancora Granata: “fu una strategia di fondo di Berlusconi, pensava che far nascere un partito che avesse una sua identità legata alla destra italiana togliesse spazio a Fini e al nostro gruppo.”

In questa strategia ha avuto un ruolo anche La Russa?
“Io credo di si perché i rapporti tra La Russa e Berlusconi andassero oltre la politica.”

Un anno dopo il finanziamento di Forza Italia, il figlio di Ignazio La Russa, Geronimo, tifosissimo dell’Inter come il padre, entra nei cda di tre società collegate alla squadra di calcio del Milan, quando ancora era di proprietà di Berlusconi (compresa la società che doveva costruire il nuovo stadio). Geronimo La Russa ne esce solo nel 2017 quando il Milan viene ceduto alla cordata cinese capeggiata da mister Li.
Ma Geronimo riesce a rimanere nei cda di altre società del gruppo Berlusconi: la Holding quattordicesima, la vecchia holding dei figli di Berlusconi e la H14 (sembra che abbia lo stesso nome ma ha una struttura diversa), queste due società rappresentano la cassaforte dei figli di Berlusconi.
È infatti attraverso la Holding quattordicesima che gli ultimi tre figli detengono il 22% di Fininvest, mentre H14 è lo strumento con cui i tre figli dell’ex presidente del Consiglio fanno i loro investimenti finanziari in fondi e aziende.
Nel cda delle due holding siede un alto dirigente 
di Mediolanum, Furio Pietribiasi e, accanto a lui, Geronimo La Russa.
Nel consiglio di queste due Holding – spiega il consulente di Report Gaetano Bellavia – ci sono solo due estranei alla famiglia, “Geronimo e un grande manager di Mediolanum, quello che si occupa degli investimenti esteri, comunque interno al mondo Fininvest”.




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