lunedì 6 maggio - Aldo Funicelli

Report: il caso Regeni e la lobby della carne

VERITÀ PER GIULIO REGENI di Daniele Autieri

 

Giulio Regeni è stato rapito il 25 gennaio 2016 in Egitto, mentre stava facendo una ricerca sul mondo del lavoro e sui sindacati. Il suo cadavere, con evidenti segni di tortura, fu ritrovato il 3 febbraio.

Il processo è finalmente partito, dopo 8 anni: i responsabili delle torture sono irreperibili e sono processati in contumacia, sono 4 ufficiali dei servizi segreti egiziani.

L’Egitto non ha collaborato alle indagini, ha depistato le indagini, ha celato le identità dei presunti responsabili, identificati dalle autorità italiane.

Tutto questo non ha cambiato le politiche di scambio nei suoi confronti, soprattutto da parte dell’Italia, Al Sisi è un governo in buoni rapporti con l’Arabia, con Israele, con gli Stati Uniti.

Abbiamo sacrificato la giustizia per Giulio Regeni in nome di una ragione di stato?
Ossa dei piedi rotte, bruciature su tutto il corpo, denti spezzati, tagli sulla schiena: tutto questo è avvenuto nei nove giorni dopo il rapimento, il 25 gennaio.

Giulio doveva incontrare il professor Gervasio, giorno dell’anniversario delle proteste di piazza: quando si rende conto che Regeni non si presentava all’appuntamento lancia l’allarme all’ambasciatore.

Gervasio aveva rapporti coi servizi egiziani? Un altro ricercatore, amico di Giulio, racconta di aver capito subito che poteva essere stato rapito da una delle agenzie di sicurezza del paese.
Giulio sarebbe stato rapito in una stazione della metropolitana, video che è stato consegnato alle autorità italiane, ma con dei buchi nei minuti in cui Regeni esce di casa.

Racconta un funzionario del ministero degli Esteri: “già dalle prime ore la notizia di un ragazzo scomparso a Il Cairo viene condivisa tra gli agenti in servizio del controspionaggio, il capo centro dell’Aise e ovviamente la Cia e MI6 inglese”

La mattina del 27 gennaio i genitori di Giulio Regeni ancora non sanno nulla ma nelle stesse ore parte da Roma un volo dell’Aise che porta l’allora numero due Giovanni Caravelli, oggi direttore dell’agenzia, a incontrare i vertici dei servizi egiziani.

Continua il funzionario della Farnesina: “in quei giorni le nostre agenzie hanno continuato a fare ricerche su Giulio Regeni perché volevano capire se era una bomba che stava per esplodergli in mano. Allo stesso tempo volevano tenere lontani i genitori da Il Cairo perché la verità era che alla Farnesina nessuno li voleva tra i piedi in Egitto in quel periodo.”

Alle ore 14 del 28 gennaio partì da Il Cairo una comunicazione criptata sul canale riservato ai diplomatici all’estero, si tratta del messaggio 211 rimasto inedito fino ad oggi, con il quale l’ambasciatore Massari lancia l’allarme ai livelli più alti delle istituzioni. Nel messaggio Massari ricostruisce i fatti al 25 gennaio, scrive chi è Giulio Regeni, utilizzando un tono molto duro e preoccupato dal quale traspare che l’ambasciatore tema il peggio.

Il messaggio 211 è uno dei misteri di questa storia: nella relazione che l’ambasciatore scriverà il 7 febbraio dopo la morte e il ritrovamento del corpo di Regeni, dove ricostruisce nel dettaglio le azioni dell’ambasciata nei giorni della crisi, del messaggio non c’è traccia, nonostante sia un elemento centrale perché dimostra che il presidente del Consiglio Renzi venne informato il 28 gennaio.

Diversamente da quanto lo stesso Renzi avrebbe dichiarato davanti la commissione di inchiesta: ai membri della commissione l’ex presidente parla dei rapporti costanti con Al Sisi, di come il governo italiano si sia mobilitato “immediatamente” coi massimi livelli del governo egiziano, dopo essere stati informati il 31 gennaio.

Ma il messaggio 211 prova che Renzi venne informato tre giorni prima, che contraddice un altro passaggio in commissione: “ecco perché dico, se l’avessimo saputo prima forse avremmo potuto fare prima qualcosa..”
Renzi non ha detto la verità o si è confuso? “Questa è un’ottima domanda” risponde a Report Guido Pettarin membro della commissione.

Renzi a Report racconta che ripeterà la sua versioni davanti ai magistrati: secondo la sua opinione è che di mezzo ci sono i servizi inglesi, “ho detto a Cameron e Teresa May che serviva rispetto”, facendo riferimento alla tutor inglese che ha mandato Giulio in Egitto.

Regeni era uno strumento dei servizi inglesi? La procura di Roma e la commissione di inchiesta ha smontato questa tesi e portarla avanti – questa opinione – toglierebbe le colpe in carico al governo di Al Sisi.

Ma, alla fine, Renzi sapeva del rapimento sin dal 27 gennaio come sembrerebbe?

Noura Wabi è una ricercatrice come Regeni: lo ha aiutato a cercare casa, nei giorni che precedono il sequestro ha contatti frequenti con un uomo dei servizi egiziani. C’è il sospetto che le persone attorno a Giulio fossero informatori dei servizi, che il ricercatore fosse controllato nei suoi movimenti.

Tra i traditori c’è anche il coinquilino di Giulio, che apre le porte agli agenti della sicurezza, anche nei giorni in cui nell’appartamento erano presenti i genitori.

Tra gli appunti nella casa di Giulio c’è questo appunto strano che contiene le parole spia, morte, tortura, parole che fanno anticipare il suo destino. Ma non è la calligrafia si Regeni.

Altro traditore è il sindacalista Abdallah (che è stato indicato a Giulio dalle tutor di Regeni), che arriva ad indossare una telecamera per i servizi per incolpare Giulio: chiama al telefono il colonnello Kamal chiedendogli come usare la telecamera che aveva addosso.

Anche Eni, oltre a Cia e MI6, cerca di dare un contributo alle indagini, nei giorni in cui si stava trattando la concessione per un giacimento di gas nel mare egiziano.
Si tratta del giacimento Zor, il cui negoziato è stato concluso con la firma di un contratto il 21 febbraio 2016: Recomm è venuta in possesso di uno scambio di informazioni tra Eni e ministero degli esteri dove emerge il potere di influenza di Eni nei confronti della politica estera italiani.

Il 29 gennaio il caso Regeni è sul tavolo delle più alte cariche istituzionali: l’Aise ha fatto delle ricerche su Regeni, per capire se fosse una bomba che poteva scoppiargli in mano – spiega la fonte interna alla Farnesina che aggiunge come nessuno volesse i genitori tra i piedi.

Il 30 gennaio i genitori di G.R. arrivano a Il Cairo, lo fanno da privati cittadini, acquistando un biglietto aereo da una agenzia e andando a dormire nella casa di Giulio nel quartiere popolare di Doqqi: “abbiamo pagato tutto noi, ci siamo arrangiati” conferma il padre di Giulio.

La mattina del 31 gennaio la sparizione di Giulio è ancora un segreto: questa la scelta di Farnesina e Palazzo Chigi per evitare che la notizia arrivasse alla stampa creando problemi tra i paesi.
Gentiloni si mette in contatto con l’altro ministro degli esteri egiziano, ottenendo solo informazioni generiche: così alla fine si decide di informare la stampa.

Il 3 febbraio il capo dell’intelligence arriva a Il Cairo, un altro volo porta a bordo la ministra Guidi dello sviluppo egiziano che poi si incontrerà anche con Al Sisi.
Tutti danno rassicurazioni agli italiani che si stanno dando da fare per trovare Giulio: purtroppo il suo corpo, morto, verrà trovato il 3 febbraio stesso su una strada della periferia de Il Cairo.

I genitori lo scoprirono leggendo online le notizie sul sito di Repubblica.

Il 3 febbraio è il giorno delle coincidenze: quello della missione italiana in Egitto col volo della ministra Guidi e del capo dell’Aise.
Quello della telefonata ricevuta dall’ambasciatore Massari dalla tutor di Regeni che gli da notizia del ritrovamento del corpo, probabilmente informata dalla CIA, e lo invita a muoversi a prendere il corpo prima che ci mettano le mani i medici egiziani.

Il 4 febbraio partono le indagini sulla morte del ricercatore: gli italiani collaborano ad ufficiali egiziani e continuano i depistaggi tanto che uno di questi ufficiali è oggi imputato.

I genitori hanno incontrato il presidente Renzi: si diceva sicuro della collaborazione dell’Egitto, perché èun paese amico, perché non pensava che Al Sisi avesse ucciso Giulio.

Renzi promise che avrebbe convinto Al Sisi a rilasciare una intervista per un quotidiano italiano: ma alla fine l’intervista serviva solo a riaccreditare il presidente di fronte alla comunità internazionale.

“Avrete verità per Regeni” era il titolo dell’intervista di Calabresi: altro che condoglianze, era solo una mossa per aiutare Al Sisi a rifarsi la sua immagine.

Altri passi di riavvicinamento seguiranno: il ritorno dell’ambasciatore, la vendita di due fregate all’Egitto dal governo Conte, poi altre armi vendute dai governi seguenti.

L’Egitto di Al Sisi è un paese amico – dice oggi Descalzi, AD di Eni.

La ragione di stato ha dettato i passi della politica, per mantenere buoni rapporti con questo partner stategico, con questo paese garante della stabilità politica della zona.

Il 16 marzo scorso la presidente del consiglio Giorgia Meloni ha incontrato il presidente egiziano Al Sisi assieme alla presidente della commissione europea Ursula von Del Leyen: si è trattato di un incontro storico perché l’Unione Europea ha firmato un’intesa col paese annunciando un sostegno economico pari a 7,4 miliardi di euro, un accordo per cui Meloni ha espresso grande soddisfazione, per il “nuovo modo di portare avanti una cooperazione” coi paesi del nord Africa. Alla domanda fatta dai giornalisti se ha posto ad Al Sisi la questione di Giulio Regeni, Meloni ha risposto che il tema viene “tendenzialmente” affrontato in ogni incontro bilaterale con l’Egitto: “continueremo a tentare di ottenere qualcosa di più ma penso che quello che dovremo fare noi è andare avanti sul fronte della verità e della giustizia ..”

FOOD FOR PROFIT di Giulia Innocenzi e Pablo D’Ambrosi

Il Polesine è una zona di interesse naturalistico non lontano dalla foce del Po: qui in questi ultimi anni sono sorti tanti allevamenti intensivi: sono allevamenti che prendono anche finanziamenti dall’Europa e dove un attivista è riuscito a farsi assumere e riprendere le condizioni in cui crescono i polli. Sono immagini forti: polli uccisi perché considerati “scarti”, perché sono una perdita economica per l’allevatore, uccisi a bastonate o a mani nude.

Non esistono vincoli europei sugli scarti, è solo un discorso dell’industria, che deve vendere polli tutti uguali, dove gli animali sono considerati solo come merce da vendere spendendoci il meno possibile.

Proviamo empatia per un cane malato, mentre i polli agonizzanti negli allevamenti sollevano solo risate: l’allevatore, l’ufficio stampa dell’azienda non accettano domande su questo punto, figuriamoci le telecamere che riprendono la situazione degli animali, non è stato un lavoro facile quello di Giulia Innocenzi e di Pablo D’Ambrosi.

Se c’è una colpa è solo del singolo allevatore – così si difendono le aziende: tanto in Europa queste aziende sono difese dai loro lobbisti (25mila persone in totale in Unione Europea, la maggior parte lavora nell’agroindustria). Tanto, come dice il ministro Lollobrigida, l’uomo è l’unico animale senziente.

Coi soldi nostri finanziamo allevamenti come quelli mostrati dal filmato: come vengono spesi questi soldi?

Lorenzo fa il lobbista a Bruxelles: per raccontare cosa sia il lobbismo è andato in una camera di risonanza dove lobbisti, ricercatori e giornalisti si incontrano per difendere gli interessi delle imprese.

Ci sono ricercatori che presentano studi finanziati dalle aziende zootecniche, per affermare che non è vero che gli allevamenti intensivi causano problemi per le emissioni.

Ad uno di questi Lorenzo presenta il suo progetto per modificare il genoma dei maiali.

Ci sono giornalisti come Andrea Bertaglio, pagato per decantare le virtù delle aziende della carne.

Lorenzo si è presentato all’europarlamento: un nome viene fatto spesso nel mondo dei lobbisti, quello dell’europarlamentare De Castro. Un altro nome che gira è quello della spagnola Clara Aguilera: dopo anni in cui ha lavorato con le aziende del settore alimentare oggi in Europa decide su come assegnare i sussidi della PAC (politica agricola comunitaria).

Tramite questi fondi si finanziano allevamenti come quello mostrato nel secondo servizio, a sud di Berlino: il pavimento non viene pulito da anni, col proliferare di germi, animali che soffrono di mastite, una malattia che inizialmente non si vede col rischio di infettare il latte.

Nella stessa regione c’è il più grande allevamento in Germania: prende ogni mezzo milione di euro dall’Europa per il modo in cui si allevano animali. Ma la realtà è diversa: il personale dell’allevamento inietta antibiotici pur non essendo dei medici.

I responsabili degli allevamenti, che sia in Italia o in Germania, non accettano che si riprendano le immagini nelle stalle, non accettano le domande, figuriamoci sui rischi dell’antibiotico resistenza (tanto la gente muore anche per il fumo..).

L’influenza aviaria non può essere curata con gli antibiotici e può essere letale anche per l’uomo, forse un giorno potrebbe saltare da uomo a uomo – racconta David Quammen, uno dei più famosi divulgatori dei virus. I mega allevamenti intensivi sono una bomba virale, perché possono facilitare le condizioni per l’arrivo di una nuova pandemia.

La Polonia è il più grande produttore di polli in continente: gli allevamenti intensivi hanno cambiato per sempre il paesaggio delle regioni agricole, sono causa di emissioni di co2 (anche finanziati da aziende straniere) che causano problemi alla salute delle persone.
È una partita di giro tra aziende del settore alimentare che finanziano i politici che poi regolano (o non regolano) il settore: l’industria sta ora spingendo sull’editing genetico, per aumentare la produttività degli animali e la riduzione dei costi.

Lorenzo, il lobbista a Bruxelles, ha deciso di presentare dei finti progetti sull’editing genetico: mucche senza corna, polli senza piume, in Israele lo stanno già sperimentando e i lobbisti stanno spingendo affinché l’Europa approvi un regolamento sull’editing genetico.

Passando per politici come Di Castro: si usa la leva della ricerca genetica per poter vendere la carne a tutto il mondo (se i cinesi iniziassero a consumare la carne come noi, come faremmo?): in alcuni casi sono proprio i lobbisti che si candidano, come Cassart: a Lorenzo spiega che per far approvare un regolamento è bene tenere lontano l’opinione pubblica, per evitare reazione contrarie.

A Lorenzo danno anche altri suggerimenti: legare questi esperimenti di genetica con l’Africa, con la fame nel mondo, fare esperimenti in Africa è una proposta dal sapore coloniale.

Diversi europarlamentari hanno dato parere positivo, di fronte a questi progetti per la creazione di animali Frankenstein, proponendo di presentare un emendamento perché “l’obiettivo è buono e sul metodo non ho preconcetti” afferma uno di loro.

Serve solo un abile comunicatore per rendere digeribile all’opinione pubblica queste degenerazioni.

Il 90% della carne e del latte che prendiamo è finanziato dall’Europa e arriva da allevamenti intensivi: come ha raccontato il servizio, questo modello di allevamento è potenziale causa di malattie antibiotico resistenti, contribuisce al cambiamento climatico con le emissioni di co2.

La Murcia, una regione della Spagna quasi desertica, è diventata la sede di diversi allevamenti intensivi: i liquami degli animali sono gettati sul terreno, causando inquinamento da nitrati, l’acqua che in questa regione è un bene scarso, è stata dirottata negli allevamenti.

I liquami dei maiali stanno inquinando anche la fauna nel mare: milioni di pesci morti per inquinamento di nitrati, mentre si da la colpa al caldo.

Come in Italia, in Germania, anche in Spagna gli allevatori accusano i giornalisti di fare cattiva informazione, “chiamiamo la polizia”, cercano di allontanare i cameramen.

Tutto pagato coi soldi pubblici finiti ad aziende che dovrebbero rispettare gli animali e le regole europee.

Quando in Murcia la regione ha cercato di limitare questi allevamenti, gli allevatori hanno fatto irruzione dove si stava approvando la legge, poi bloccata.

C’è poi la questione dello sfruttamento dei lavoratori: non solo gli animali sono solo merce, anche le persone che lavorano in queste strutture.

In Germania se ne sono accorti solo con la pandemia, quando si scoprì come vivevano le persone nelle aziende in subappalto nei macelli.

Se non ti presenti alavoro per malattia vieni sostituito e cacciato via, non ci si può fermare, si è costretti a lavorare di corsa sotto il controllo dei capi: sono lavoratori assunti in cooperative, tollerate perfino nella rigorosa Germania.

Lo sfruttamento accade anche in Italia: lo racconta lo stesso ragazzo che aveva mostrato i maltrattamenti dei polli in Veneto, che spiega come siano tutti assunti in nero per fare un lavoro da inferno: un lavoro fatto di corsa, sotto stress, dove non ci si cura della salute degli animali.

Possibile che non ci siano controlli?

Giulia Innocenzi è stata minacciata da un “amico” dell’allevatore (che pure ha preso finanziamenti dall’Europa), assieme alla sua squadra è stata inseguita in auto da persone che forse volevano mettere le mani su quelle immagini che non dovevano essere mostrate agli italiani.

Altro che green deal: il continente Europa sta diventando un inferno, un continente costretto a subire il ricatto dei trattori, della lobby dell’agroalimentare, come Copa Cogeca.

Questa associazione incontra i ministri dell’agricoltura e gli europarlamentari: sono favorevoli agli allevamenti intensivi, perché la priorità è la produttività. Questa viene prima dell’ambiente, prima della nostra salute, prima del benessere degli animali.

Come ha votato l’europarlamento sulla PAC, sui finanziamenti per la politica agricola, pari a 400 miliardi? Sono politiche di cui i cittadini sanno poco e su cui legiferano europarlamentari che prendono soldi dalle aziende dell’industria alimentare, come Paolo De Castro. Tutto regolare, ma poco opportuno.

Oggi non è più candidato al parlamento europeo, tornerà all’insegnamento.

Anche la Aguilera non si candiderà, lei che alle telecamere raccontava di non essere interessata alla salute degli animali.

La PAC, coi suoi 400 miliardi è stata approvata: tutto andrà avanti come prima, con i finanziamenti agli allevamenti intensivi.




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