lunedì 15 giugno - Pressenza - International Press Agency

Reddito di Base Universale: chi lo paga?

Ogni volta che viene proposta una misura sociale che presuppone una “spesa”, immediatamente spuntano i neoliberisti e i timorosi di turno dicendo che “non ci sono soldi”. 

Questo sembra essere il problema principale della nostra società: la mancanza di denaro… Ma, precisamente, dov’è che manca il denaro? Senza dubbio esistono persone che vivono a stento con le proprie risorse economiche, o forse neanche ci riescono, ma è anche certo che ci sono settori sociali dove il denaro avanza. E quando diciamo “avanza”, intendiamo esattamente questo: avanza.

In realtà, il problema di finanziare il RBU è di natura puramente tecnica. L’importante è accordarsi per avviare l’iniziativa e, una volta fatto, sarà molto semplice stabilire come finanziarla. Tuttavia, siccome viviamo in una dittatura economica, non possiamo ignorare un aspetto che preoccupa una parte della popolazione: chi paga il RBU?

Negli ultimi 12 anni, da quando è scoppiata l’ultima crisi finanziaria mondiale, da un lato sono stati tagliati i servizi pubblici nella maggior parte dei paesi, in particolar modo in quelli più ricchi, colpendo gli strati più poveri delle nostre società, mentre dall’altro il numero dei milionari è cresciuto in maniera inversamente proporzionale. Tutto ciò non è stato certamente una casualità, bensì la conseguenza precisa delle misure adottate, ma questa è un’altra storia. Al momento, malgrado le crisi che si verificano nel sistema, resta il fatto che ci sono sempre più ricchi al mondo, poiché i più colpiti sono sempre gli indigenti.

Pertanto, acquisire “parte” di questo denaro dalle persone privilegiate con lo scopo di finanziare un RBU di cui possa beneficiare la stragrande maggioranza della popolazione sembra essere ragionevole, attuabile e giusto. Gli economisti che hanno avanzato la proposta del RBU hanno già spiegato nei dettagli come potrà essere finanziato, perciò rimando a loro per i dati concreti. In ogni caso, tutte le differenti forme proposte convergono in una ridistribuzione della ricchezza tramite la riscossione fiscale.

Detto in termini semplici, si tratterebbe di aumentare le tasse a coloro che guadagnano di più, per poi ridistribuire questa ricchezza tra la maggior parte della popolazione, attraverso il RBU. Nelle proposte effettuate, approssimativamente il 10% di coloro che guadagnano di più perderebbe una parte dei suoi profitti, mentre l’80% che ha meno introiti ne trarrebbe vantaggio. La fascia con più reddito, compresa tra il 10 o il 20%, rimarrebbe pressappoco nella situazione attuale (pagherebbe più tasse, ma questo sarebbe compensato con l’incasso del RBU che, è bene ricordarlo, si applica a chiunque).

Oltre ad essere finanziato tramite l’aumento progressivo delle tasse, il RBU trarrebbe beneficio dai tagli di altre prestazioni sociali che verrebbero rimpiazzate, compresa la spesa burocratica proveniente dai sussidi economici condizionati. In conclusione, gli Stati potrebbero rivedere le loro priorità e dirottare i fondi attualmente stanziati per la militarizzazione, per esempio, al finanziamento del RBU.

Il denaro è il risultato del lavoro della società intera, e il RBU si propone di ripartirlo tenendo fede a questa realtà storica. È giunta l’ora del RBU.
Questo articolo fa parte di una serie che si pone l’obiettivo di spiegare brevemente i diversi aspetti della proposta del Reddito di Base Universale (RBU). Per consultare tutta la serie di articoli pubblicati sullo stesso argomento, cliccare qui.

 

Traduzione dallo spagnolo di Emanuele Di Donato

 (Foto di USA-Reiseblogger su Pixabay)




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