giovedì 13 gennaio - UAAR - A ragion veduta

Rapporto sulla libertà di pensiero di Humanists international. Alla ricerca della laicità perduta

Il Rapporto sulla libertà di pensiero di Humanists international, giunto alla decima edizione, è uno strumento che dal 2012 permette di valutare tutti i Paesi del mondo in base al trattamento che riservano alle persone non religiose e ai diritti che vengono loro negati. Il quadro che emerge, come è evidenziato nell’articolo a pagina 16, è tragico.

 In 144 Paesi gli umanisti, intesi come atei, agnostici e in generale persone non religiose, vengono discriminati. Sono costretti a subire la religione di Stato (in 39 casi), leggi basate sul diritto religioso (35), governanti che incitano all’odio contro di loro (12), sentenze emesse da tribunali religiosi (19), il divieto di ricoprire incarichi pubblici (26), l’obbligatorietà dell’istruzione religiosa a scuola (33). E sono incarcerati, torturati e condannati a morte. Può capitare per blasfemia, nei 6 Paesi che la ritengono meritevole della pena capitale su 84 in cui è ufficialmente punita. Oppure per apostasia, negli 10 Paesi in cui può portare al patibolo su 15 in cui è reato.

Il Rapporto stila la classifica dei 12 Paesi in cui dichiararsi atei comporta la pena di morte: Afghanistan, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iran, Malesia, Maldive, Mauritania, Nigeria, Pakistan, Qatar, Somalia e Yemen. Due di questi probabilmente catturano maggiormente la nostra attenzione. Il primo è quello che secondo il senatore Matteo Renzi sarebbe culla di un nuovo Rinascimento. I dati mostrano invece che se proprio volessimo fare un parallelo con un’epoca del passato sarebbe più appropriato parlare di Controriforma. Il secondo è noto per essere una meta di viaggi esotici da sogno. Le Maldive si rivelano in realtà un ennesimo paradiso illusorio, dove varcati i confini dei villaggi turistici o si è musulmani, o si fa finta di esserlo (ma non si deve mai sgarrare) o diventa difficile rimanere in vita.

Il Pakistan è l’unico di questa famigerata dozzina a prevedere la pena di morte “solo” per blasfemia e non per apostasia. Ma la soglia per incorrere nel reato di blasfemia è estremamente bassa e dove non arriva la polizia provvede l’estremismo religioso, legittimato dal fatto che atti blasfemi devono essere puniti nella maniera più esemplare anche secondo la normativa civile. All’inizio di questo mese hanno fatto il giro del mondo le immagini provenienti dal Pakistan dove un uomo, sulla pubblica via, è stato pestato a morte, cosparso di benzina e dato alle fiamme. La sua colpa? Avrebbe fatto rimuovere un poster sui cui erano stampati anche versetti del Corano.

A finire nel mirino delle leggi che puniscono blasfemia e apostasia sono senza dubbio coloro che manifestano la propria non credenza. Ma non solo loro. Il Rapporto mette infatti sotto inchiesta sistemi discriminatori e che causano violenze anche ai danni di minoranze religiose. A questo proposito occorre ricordare che nell’ambito della tutela delle minoranze perseguitate l’Italia attua politiche di aiuto a esseri umani in pericolo discriminando per appartenenza religiosa. Con la legge di bilancio 2019 è stato infatti istituito un fondo con dotazione di due milioni l’anno (diventati quattro dal 2021) per sostenere le minoranze cristiane perseguitate nelle aree di crisi. Solo ed esclusivamente quelle cristiane. Una stortura che mina l’universalità dei diritti umani fondamentali.

The Freedom of thought report 2021 è disponibile con licenza Creative commons per la più ampia diffusione possibile. Nel sito fot.humanists.international è presente anche una sezione Open data da cui scaricare in formato machine readable le valutazioni Paese per Paese. Nella scheda che mostra gli 84 Stati che hanno leggi che puniscono la blasfemia non poteva non comparire anche l’Italia. Grazie al 20 Settembre sul nostro territorio essere “blasfemi” non porta più tra le mura di un carcere o sul patibolo, ma rimane un illecito amministrativo con sanzioni fino a 300 euro.

E in alcuni ambiti come quello della giustizia sportiva imprecare contro entità dall’esistenza indimostrata è un comportamento che viene represso più duramente di quello nei confronti di persone reali. A ben vedere le leggi contro la blasfemia sono uno dei puntelli sui quali gli integralisti religiosi basano la propria azione e sono usate per reprimere anche preventivamente la libertà di espressione.

Chi darà un’occhiata alla mappa interattiva o allo spreadsheet disponibili nel sito del Rapporto tenga a mente che la chiave di lettura non deve essere categorica rispetto a un’ideale ricerca del miglior (o peggior) Paese in cui vivere se si è atei o agnostici. Come specificato nell’introduzione, il Rapporto esamina in particolare le discriminazioni ufficiali o derivanti dalle leggi. Risultano di conseguenza messi in secondo piano gli effetti di fattori spesso altrettanto pesanti, come lo stigma sociale e in generale le discriminazioni non ufficiali.

Se mettiamo i Paesi in ordine per Total ratings e in subordine per Worst rating il podio dei migliori va Belgio, Olanda e Taiwan. Ma la Norvegia risulta dietro al Sud Sudan perché nominalmente ha ancora una Chiesa di Stato. Gli ultimi posti della classifica, ovviamente, vanno ai già citati Paesi che mettono a morte chi si permette di dire di non credere alla divinità descritta nel Corano.

E l’Italia? Occupa il 126esimo posto assoluto e il 40esimo tra i 44 Paesi europei esaminati. Nel nostro continente peggio di noi fanno solo Macedonia, Polonia, Bielorussia e Russia. Leggete la scheda che ci riguarda, sono elencati i mali contro cui si batte l’Uaar e chiunque sia dotato di un minimo senso di laicità. Ossia sistematici privilegi su base religiosa a tutti i livelli, dall’istruzione, al prelievo fiscale, al finanziamento pubblico di stampo confessionale, alla limitazione della libertà di espressione quando si critica la religione, a servizi sociali affidati a gruppi religiosi, alla piaga dell’obiezione di coscienza. Impegnarsi per rendere l’Italia un Paese laico e civile è assolutamente necessario.

Roberto Grendene

Articolo pubblicato su Left del 24 dicembre 2021

 




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