venerdì 16 ottobre - UAAR - A ragion veduta

Quindici minuti di infamia. La vita interrotta di Mohamed Hisham

Vi proponiamo un articolo dal N2/2020 (scaricabile gratuitamente) del bimestrale dell’Uaar, Nessun Dogma – Agire laico per un mondo più umano. 

Nel mondo islamico dichiararsi non credenti è ancora oggetto di un pesantissimo stigma sociale e punito dalle autorità, in diversi paesi con la condanna a morte. L’offesa alla religione – intesa in senso molto ampio – viene spesso brandita dal potere come strumento per reprimere minoranze, attivisti e apostati. 
Recentissima è l’assurda condanna di Yacine Mebarki, attivista berbero che ha partecipato alle proteste contro il governo. Dieci anni di prigione e una pesante multa con il pretesto di “incitamento all’ateismo” e “offesa all’islam”. La sua colpa? Durante una perquisizione in casa la polizia ha trovato una vecchia copia del Corano appartenuta al padre, con una pagina strappata a causa dell’usura. Tanto è bastato per arrestarlo e marchiarlo come “blasfemo”.
Ma non è il solo a venire perseguitato per ateismo. Proprio la nostra rivista Nessun Dogma ha intervistato qualche mese fa Mohamed Hisham Nofal, ingegnere egiziano che si è dichiarato apertamente ateo durante un programma televisivo, infine costretto a lasciare il suo paese. Riportiamo la sua coinvolgente testimonianza, raccolta da Paolo Ferrarini.
Uno dei tantissimi atei nati in terra islamica cui vengono negati diritti e libertà, costretti spesso a nascondersi.
 

Ci sono giorni, se sei un ateo egiziano, che ti possono cambiare la vita.

Per Mohamed Hisham Nofal, giovane ingegnere del Cairo, quel giorno è stato l’11 febbraio del 2018, quando ha partecipato a un talk show televisivo in diretta nazionale, dopo aver risposto a un annuncio del canale Al-Hadath al-Yawm che cercava un ospite disposto a parlare in studio del proprio ateismo. «Ho chiesto in giro, sui gruppi di discussione che frequento, se qualcuno avesse intenzione di andarci» racconta Mohamed «ma nessuno si è fatto avanti. Per me, quella rappresentava un’imperdibile occasione per far sentire la nostra voce a un pubblico più vasto di quello dei social, una rara chance per divulgare gli argomenti a favore dell’ateismo. Così ho deciso di candidarmi io. Oggi, per questa scelta, mi sento spesso tacciare di ingenuità da parte di chi ha conosciuto la mia storia».

La trasmissione, infatti, non si svolge proprio nel modo in cui sperava. Un estratto sottotitolato dell’episodio, facilmente reperibile online e visualizzato a detta di Mohamed più di 16 milioni di volte, è straziante da guardare, per l’umiliazione e le offese che il ragazzo è costretto a subire da parte del presentatore e di un imam della moschea di al-Azhar invitato per fare da contraddittorio. O piuttosto da accusa e condanna senza appello. Mohamed viene immediatamente ridicolizzato per avere abbozzato un argomento scientifico che conteneva un semplice termine inglese (big bang), e la sua pubblica ammissione di apostasia, anziché dare origine a un dibattito, viene usata contro di lui come un’incriminazione. Il presentatore, esagitato, lo rimprovera aspramente per avere azzardato negare in modo così esplicito l’esistenza di Dio, lo schernisce – dopo avergli impedito di parlare – per non aver saputo portare alcun argomento razionale, e si scusa ripetutamente con gli spettatori per avere ospitato opinioni così radicali e inaccettabili da parte di un sedizioso che rappresenterebbe un pessimo e pericoloso esempio per la società. L’imam, con atteggiamento paternalistico e velatamente minaccioso, invita Mohamed a farsi vedere da uno psichiatra perché sarebbe affetto da gravi turbe mentali. Dopo i primi quindici minuti gli viene intimato di andarsene e il programma prosegue senza di lui.

Per quanto insolito, non è la prima volta che si parla di ateismo sulla televisione egiziana. Altri ex musulmani, come il vlogger Ismail Mohamed, hanno in passato partecipato a simili trasmissioni, ricevendo un’analoga brutale accoglienza da parte dei conduttori. Addirittura, nel caso di Ismail, la madre era stata contattata telefonicamente per un imbarazzante confronto in diretta. «Alla base di queste scelte editoriali» spiega Mohamed «sembra esserci da una parte un desiderio di sensazionalismo, una strategia per far lievitare gli ascolti, dall’altra la necessità di gettare fango su ospiti di questo tipo per mettersi al riparo da potenziali conseguenze legali. Appena un anno fa, Mohamed el-Gheiti, conduttore del canale LTC, è stato condannato a un anno di carcere per avere intervistato, senza metterlo alla gogna, un escort omosessuale. Da questo punto di vista posso anche giustificare il presentatore per il trattamento a cui mi ha sottoposto».

Uscito dal teatro di posa, Mohamed ha un primo assaggio della nuova vita che lo aspetta: «Chiacchieravo con il tassista che mi stava riportando a casa, quando il discorso è caduto sullo show a cui avevo appena partecipato. L’uomo, venuto a conoscenza del mio ateismo, è diventato ostile, ha accostato e mi ha obbligato a scendere».

Inizia per Mohamed una fase di “quarantena”, in cui nessuno vuole più avere a che fare con lui. «Alla mia famiglia, con la quale oggi ho perso completamente i contatti, importava soltanto mitigare lo scandalo creato. Mi hanno imposto di non uscire di casa, aiutati anche da un parente poliziotto che mi ha minacciato e aggredito fisicamente. Gli amici hanno smesso di frequentarmi. Stavo per cominciare un nuovo lavoro, ma l’offerta è stata ritirata e all’improvviso mi sono ritrovato disoccupato. Per tentare di riabilitarmi ho finto per un po’ di riabbracciare la fede sotto la guida di un imam». La frustrazione cresce, e con l’aumento delle visualizzazioni del video, ormai diventato virale, crescono anche la persecuzione, gli insulti e le minacce di morte online. La polizia gli fa visita a domicilio per un interrogatorio informale. «In Egitto importa relativamente se sei non credente. La libertà di pensiero non è soppressa in modo equiparabile a quanto succede per esempio in Arabia Saudita. Tuttavia, rendere pubbliche le tue idee allo scopo di propagandarle ti espone alla possibilità di arresto per blasfemia. L’attuale regime non tollera questo tipo di dissenso».

Nel maggio del 2018, arrivato a un punto morto, angosciato e spaventato, Mohamed decide di lasciare tutto ed espatriare. Con l’aiuto di benefattori che prendono a cuore il suo caso e di associazioni come Humanists International, approda dopo varie peripezie in Germania, dove confida di potersi rifare una vita e godersi la libertà di un paese europeo. «Ho imparato subito che avrei dovuto raffreddare il mio entusiasmo. Nel centro di accoglienza presso l’aeroporto in cui sono rimasto confinato per il tempo necessario a sbrigare le pratiche burocratiche per la richiesta di asilo, ho ritrovato lo stesso clima di ostilità e isolamento, nel momento in cui mi sono aperto sulle ragioni della mia fuga dall’Egitto: ho capito così che i rifugiati non sono necessariamente persone più illuminate di quelle che rimangono in patria, e che avrei dovuto continuare a tenere a freno la lingua».

A restare frenata, purtroppo, è anche tutta la sua vita. Mohamed viene assegnato a una remota struttura in un minuscolo paesino in collina nei pressi di Wetzlar, a 100 km da Francoforte, bloccato in un limbo dove non ha alcuna possibilità di lavorare e di avere la vita sociale, affettiva e intellettuale che sognava. Legalmente, in base alle politiche federali di distribuzione degli immigrati sul territorio, è tenuto a non uscire dallo stato di Hesse. Dopo aver declinato per questo motivo molti inviti a parlare ad eventi internazionali, fra cui un intervento al parlamento europeo, decide di rischiare portando la sua testimonianza al festival della libertà di pensiero, Celebrating Dissent, organizzato ad Amsterdam l’estate scorsa. È in quell’occasione che annuncia con profonda amarezza il respingimento della sua richiesta di asilo. «Spero che chi ha firmato quel documento si renda conto del danno che ha provocato. Mi spezza il cuore essere vittima di tanta ingiustizia anche qui in occidente. L’Egitto viene rubricato come un paese “sicuro” per un ateo, ma la realtà è che la situazione è ulteriormente peggiorata: le autorità effettuano controlli a campione sulle persone in strada, cercando qualsiasi evidenza di opposizione al regime. Ci sono quattro cittadini egiziani su cento milioni che si sono apertamente dichiarati ex musulmani in patria, e il governo dà loro attivamente la caccia. Un mio amico è stato recentemente condannato a tre anni di prigione per blasfemia». Il riferimento è a Sharif Gaber, carismatico vlogger già arrestato due volte in passato per reati di opinione e attualmente latitante, dopo la condanna del 15 settembre scorso, scattata sulla base di nuove leggi volute da al-Sisi per dare una stretta ulteriore a qualsiasi forma di opposizione anche online.

Incontro Mohamed a Francoforte qualche giorno prima di Natale. Sembra aver perso molto peso dall’ultima volta che lo avevo visto. Dice che è per la palestra e per il rigido regime dietetico che sta seguendo, ma ho il forte sospetto che sia l’orgoglio a impedirgli di ammettere che semplicemente non mangia abbastanza: vivere con un sussidio inferiore a 400 euro al mese, in Germania, non dev’essere facile. Gli chiedo cosa provi per come sono andate le cose e se, col senno di poi, lo rifarebbe. «Sono solo esausto» risponde. «Sono stanco di vivere nell’incertezza del futuro, nella solitudine, nella frustrazione delle mie aspettative. Ma sono più determinato che mai. Ho molte idee in testa, molti progetti che voglio realizzare, fra cui un vlog in arabo incentrato sulle tematiche Lgbt. Sto pagando un prezzo molto salato per le decisioni che ho preso, certo, ma la libertà non è gratis e il mio è un sacrificio che ho imparato ad accettare».

Intervista di Paolo Ferrarini


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