martedì 9 marzo - UAAR - A ragion veduta

Quello che racconta di noi la pandemia

La Covid-19 ci ha colto di sorpresa, ma le nostre reazioni non sono state affatto sorprendenti. Ne parla il sociologo Gérald Bronner nel n. 2/2021 della rivista Nessun Dogma.

Come sociologo, Gérald Bronner ha osservato con attenzione gli effetti della crisi sanitaria sui nostri comportamenti. Populismo, radicalizzazione, social media, teorie del complotto, post-verità, narrazioni sull’uomo e sulla natura: tanti i temi su cui l’esperto di fenomenologia delle credenze collettive ha dedicato diverse opere.

Dal punto di vista sociologico, quali lezioni può già trarre dagli effetti della pandemia?

Il susseguirsi di ciò che viviamo con la Covid-19 conferma la potenza della “democrazia dei creduloni” su scala transnazionale e transculturale, accentuata dalla deregolamentazione del mercato dell’informazione. Con le misure di contenimento della scorsa primavera abbiamo visto moltiplicarsi medici ed esperti di ogni genere, ma allo stesso tempo sono emersi gli scenari da complotto. L’utilizzo dei social media – e di internet in generale – produce effetti notevoli. Innanzitutto perché molti pensano di diventare competenti su un argomento dopo aver letto qualche articolo, cosa che ha comportato questo proliferare di autoproclamati specialisti in epidemiologia. I social media sono anche un punto di raccolta di moltissimi creduloni. Aggiungeteci il susseguirsi di sondaggi che vertevano su domande talmente assurde, quali che fossero, e che presupponevano conoscenze scientifiche che ben poche delle persone interpellate padroneggiavano. Inoltre, poco tempo dopo l’inizio del contenimento sono aumentati profeti e ideologi che, strumentalizzando questa situazione drammatica, assicuravano tutti che dopo niente sarebbe più stato come prima e portavano avanti discorsi molto elaborati sul futuro. Con il declinare della pandemia vediamo che il mondo del futuro somiglia molto al mondo del passato. Certo, alcune cose sono cambiate e cambieranno, specialmente nel mondo del lavoro. Indubbiamente il telelavoro si diffonderà, nei settori dove è possibile ricorrervi. Il criterio sarà quindi quantificare gli obiettivi invece delle ore di presenza sul posto di lavoro. Ciò potrà avere come effetto la rivitalizzazione di certe zone periferiche e il decongestionamento dei mezzi di trasporto pubblico e privato.

Ha osservato comportamenti diversi in base al paese?

La Francia, per esempio, ha vissuto una situazione particolare in Europa nel periodo del contenimento in primavera, specialmente nella percezione del rischio. Le istanze espresse dalla popolazione andavano in generale a favore di misure molto restrittive, con una grande aspettativa nei confronti dell’autorità pubblica. Molti hanno reagito in questo modo: «Prendo di certo precauzioni dal punto di vista sanitario, a patto che tutti si adeguino». Per questa porzione di cittadini, molto estesa, l’obbligo viene visto come un sollievo. Funziona un po’ come la vaccinazione obbligatoria. La quasi totalità accetta di adeguarsi a condizione che tutti lo facciano. In concreto, si uniscono una sorta di paternalismo accettato nella coercizione esercitata dall’autorità pubblica e una forte aspirazione egalitaria, che esige che tutti siano trattati alle stesse condizioni. Abbiamo vissuto [e viviamo ancora, N.d.R.] un periodo molto singolare per il fatto che le reazioni dei responsabili politici non sono tutte caratterizzate da coerenza. Difficilmente li si può rimproverare quando si osservano le analisi altalenanti dell’Oms nel corso dell’intero andamento della pandemia. L’altra particolarità è che, d’abitudine, ci si rivolge alla scienza aspettandosi che parli con una sola voce, o quasi. Stavolta invece le contraddizioni e le controversie si sono succedute, gettando le popolazioni in una specie di incertezza foriera di qualsiasi credenza, in particolare quelle che proponevano soluzioni miracolose. Le credenze hanno questa caratteristica: ci orientano verso quello che vogliamo sentirci dire.

Sul piano internazionale il populismo ha prosperato con la pandemia?

Quello che è accaduto intorno al fenomeno che è diventato il professor Raoult [medico promotore di cure “alternative” contro la Covid-19, N.d.R.] è illuminante, ed è da mettere di sicuro in relazione con l’attitudine di certi esponenti politici come Trump o Bolsonaro, grandi figure mondiali del populismo. Anche in Francia è maturata una forte politicizzazione intorno a questo medico marsigliese, ai due estremi dello scacchiere politico. Ciò che ha evidenziato questo fenomeno è una notevole imprevedibilità; ciò fa in modo che un personaggio gettato rapidamente nel calderone mediatico potrebbe catturare, catalizzare delle aspettative e, perché no, trasformarle in senso politico. Saremmo quindi vicini alla presa del potere da parte di questa “democrazia dei creduloni” che ho già tentato di identificare nelle mie ricerche. C’è palesemente una forma di disponibilità per una “avventura politica“, come d’altronde mostrano i casi di Trump e Bolsonaro tra gli altri. Osserviamo anche il modo in cui il professor Raoult invitava spesso i suoi interlocutori a far riferimento ai sondaggi [Raoult proponeva provocatoriamente un sondaggio di gradimento tra lui e il ministro della salute Olivier Véran, N.d.R.]. Ha mescolato gli ingredienti di una narrazione neo-populista cui bisogna aggiungere, nel caso francese, la dimensione di opposizione della “provincia” nei confronti di Parigi.

Lei ha dedicato molte delle sue opere ai fenomeni di radicalizzazione.

La radicalizzazione, di cui l’islamismo non ha il monopolio, prende molteplici forme che rivelano un’adesione incondizionata a degli enunciati che fomentano conflittualità. Si osservano ogni giorno in Francia dei fenomeni di indignazione collettiva, in particolare sui social media, che funzionano da casse di risonanza. La fiamma dell’indignazione e della rabbia è alimentata senza sosta, creando dei cluster cognitivi che spingono le persone a cercare alleati per la causa che difendono. Questa logica porta alla tentazione di vivere senza gli altri, al riparo, ripiegati nelle identità territoriali o etniche. Se questi fenomeni si estendessero, un giorno vivere insieme rischierebbe di diventare impossibile. Il secessionismo territoriale o cognitivo mette in pericolo l’universalismo, che sperimenta di fatto una interruzione della sua applicazione. Infatti i particolarismi proliferano e reclamano diritti. Si diffonde una narrazione secessionista, soprattutto perché a fronte di questa non ne viene proposta nessun’altra che possa unire. La tolleranza, quando è mal interpretata – cosa che accade di frequente – porta al “tollerantismo”. Si nota molto nell’ambiente scolastico, nel modo in cui alcuni sostengono l’insegnamento del creazionismo. Occorre quindi reinventare una narrazione universalista, che si guardi da qualsiasi approccio ingenuo o etereo e che tenga in considerazione l’essere umano qual è. Ci si deve fondare su una visione realistica per essere capaci di portare avanti un nuovo secolo dei lumi, non solo per resistere agli oscurantismi ma anche per proporre un orizzonte positivo.

Il periodo che viviamo ha corroborato le sue analisi sul posto che la natura conserva nel nostro immaginario collettivo?

In effetti ci stiamo confrontando, da un po’ di tempo, con una visione mitologizzata della natura. Questo tipo di narrazione sostituisce di fatto la natura a dio. A riprova, le dichiarazioni di Nicolas Hulot [ambientalista e ministro dell’ecologia tra il 2017 e il 2018, N.d.R.] che fanno riferimento alla pandemia di Covid-19, secondo lui un “avvertimento” della natura. Siamo del resto sottomessi a uno schema di precauzione, anch’esso fondato su una narrazione apocalittica di un collasso, che porta a terrorizzarci per ogni nostra mossa. Immancabilmente, questo tipo di narrazione genera la paura e ci impedisce l’esplorazione del possibile. Lo si vede ad esempio con i sostenitori della decrescita che, volendo proteggerci da un pericolo molto concreto, ovvero la nostra capacità di autodistruggerci, ci impediscono di prendere in considerazione tutte le altre possibilità. Ho sentito, man mano che la pandemia si diffondeva nel mondo, che era colpa del capitalismo. Ma bisogna arrendersi all’evidenza: le pandemie che hanno colpito l’umanità fin dalle origini sono di molto antecedenti al capitalismo. E, d’altronde, se ne usciamo oggi molto meglio di prima è perché troviamo delle soluzioni grazie alla ricerca. Da questo punto di vista, la decrescita, inducendo una contrazione dell’innovazione, potrebbe essere un rimedio peggiore del male. L’avventura umana è stata caratterizzata, in ogni tempo, da una esplorazione del possibile: se viene ostacolata, andremo verso il peggio a colpo sicuro. Probabilmente siamo in un momento cruciale, in cui potremmo trovarci di fronte a un “limite di civilizzazione”. Sta a noi stabilire se intendiamo sottometterci a esso.

Traduzione a cura di Valentino Salvatore.

Intervista di Philippe Foussier.

Per gentile concessione del Centre d’Action Laïque. Pubblicata in francese sulla rivista Espace de libertés (dicembre 2020 / n. 494) e consultabile su http://www.laicite.be/magazine-article/pandemie-dit-de/


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