venerdì 8 maggio - paolo

Quale verità nello scontro tra Nino di Matteo e Alfonso Bonafede?

La trasmissione "Non è l'Arena" di Massimo Giletti su La7 ha posto una serie di interrogativi, le cui implicazioni sono potenzialmente esplosive non solo per le sorti di questo governo, ma per la tenuta delle istituzioni.

In sintesi, nella trasmissione che da molti, compreso il sottoscritto, ha un format politico che guarda a destra, Lega e Salvini in particolare, domenica sera è intervenuto in diretta il magistrato Nino Di Matteo. Non un magistrato qualsiasi ma uno che vive da anni sotto scorta per il suo impegno nella lotta alla mafia e che è membro del CSM (Consiglio superiore della magistratura), ovvero l'organo di controllo dei magistrati. Un magistrato simbolo di moralità ed integrità al servizio della istituzione che rappresenta, a discapito dei rischi che corre sia lui che i suoi famigliari. E quando c'è di mezzo la mafia questo può significare rimetterci la vita.

Il magistrato interviene in trasmissione e, riesumando una vicenda che risaliva ad un paio di anni prima (2018), quando era in vigore il Conte 1 (Lega + M5S), rivela una offerta di incarico ricevuta dall'allora (e tuttora) ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. La proposta era quella di lasciare al magistrato la scelta tra due incarichi, entrambi di estrema rilevanza nella lotta alla criminalità mafiosa: Capo del DAP (dipartimento di amministrazione penitenziaria) o in alternativa direttore generale degli affari penali, un ruolo che ricopri' Giovanni Falcone e forse proprio per quello venne ucciso dalla mafia. Di Matteo, è lui che lo afferma, chiese 48 ore per decidere. E qui sorgono i primi disaccordi, perché dal colloquio telefonico tra i due Bonafede ebbe la sensazione che Di Matteo fosse più propenso ad accettare la direzione generale degli affari penali, che lo stesso ministro valutava più operativa ed incisiva nella lotta alla mafia. Nel frattempo alcune intercettazioni da parte del Gom della polizia penitenziaria rivelarono alla procura generale antimafia pesanti reazioni da parte di capimafia, legati anche a Giuseppe Graviano, sulla ipotesi di nomina di Di Matteo al DAP. Nelle 48 ore successive Di Matteo si reca da Bonafede e dichiara di accettare il DAP. Bonafede afferma di avere ripensato alla proposta e di avere nel frattempo nominato al DAP il dottor Basentini (ben accetto anche dalla Lega), quindi rimase sulla disponibilità dell'altro incarico che però Di Matteo declinò . Di Matteo nella trasmissione di Giletti " andai per dare la risposta positiva sul DAP ma il ministro ci aveva ripensato, o nel frattempo qualcuno lo aveva indotto a ripensarci, questo non lo posso sapere".

Sulla dichiarazione del magistrato Giletti monta sapientemente, in forma più o meno surrettizia, l'idea che Alfonso Bonafede fosse stato indotto alla scelta o da ambienti politici oppure da una sorta di fatua mafiosa. La conduzione della trasmissione è tale che la seconda ipotesi viene lasciata in aria, con l'ovvio che ne deriverebbe un danno di immagine al M5S, che da sempre si è considerato baluardo nella difesa della legalità. E che Giletti non sia tenero nei cofronti del M5S è un dato di fatto. Travaglio, di recente in un suo editoriale sul Fatto Quotidiano, ha ridefintito ironicamente la trasmissione di Giletti "Non è L'Arena, è Salvini ".

A prescindere dalla "percezione" personale di Bonafede, se le pressioni, ammesso e non concesso che siano realmente avvenute, fossero state politiche, ciò rientrerebbe nella normalità nella procedura delle nomine. Per esempio l'alleato di allora ( Lega) avrebbe potuto fare pressioni per indirizzare Basentini al DAP (ad oggi dimissionario) e Bonafede, per mantenere gli equilibri interni alla maggioranza, potrebbe avere acconsentito. Altra cosa se la decisione del ministro fosse stata influenzata dai segnali mafiosi. E guarda la combinazione, proprio su questa seconda ipotesi, dopo le rivelazioni televisive del magistrato, si sono fiondati gli oppositori di destra ad unisono, chiedendo le dimissioni del ministro. Chiedere le dimissioni di un ministro cosi' importante significa chiedere le dimissioni di Conte, ovvero il ritorno alle urne.

In una interrogazione odierna nel merito, a risposta immediata, alla Camera dei Deputati, Bonafede ha riavuto il battesimo di manettaro e giustizialista, senza tuttavia che qualcuno abbia fornito un minimo di fatti plausibili. La spiegazione dei fatti, sintetica e stringata, del ministro è apparsa invece piuttosto convincente e il tutto ha il sapore di una topica montatura del tutto strumentale.

Ma proviamo adesso ad invertire l'ordine dei fattori. Perché Di Matteo, ben due anni dopo e in una forma del tutto inusuale, per non dire di peggio, interviene in una trasmissione come quella di Giletti per lanciare un sospetto cosi' pesante? Perché proprio mentre avvengono scarcerazioni di mafiosi detenuti al 41 bis (carcere duro) e spediti agli arresti domiciliari, che per un mafioso equivale alla scarcerazione?. Siccome il ministro della giustizia non ha nessun ruolo nella determinazione delle scarcerazioni, che attengono esclusivamente all'organo indipendente della magistratura, la domanda rimodulata potrebbe essere : Chi o cosa ha indotto Di Matteo, magistrato e membro del CSM, a lanciare due anni dopo e con un metodo del tutto inusuale, un siluro cosi' pesante nei confronti del ministro Alfonso Bonafede? Quali condizionamenti, minacce o altro potrebbero averlo spinto ad un passo del genere?

E' evidente che possono coesistere due interpretazioni alternative. Di Matteo è un uomo delle istituzioni con un curriculum esemplare, ma anche Alfonso Bonafede è uomo delle istituzioni, che ha validato centinaia di 41 bis, ovvero carcere duro ai mafiosi, oltre alla legge sulla lotta alla corruzione ecc.. 

Insomma se è lecito, a discapito dei fatti, chiedere le dimissioni di Bonafede sulla base di sospetti, perché non sarebbe lecito chiedere quelle di Di Matteo, che comunque ha un ruolo ben più significativo e decisivo del ministro nella circostanza, sia inquanto magistrato che come membro del CSM. E diciamoci la verità, dopo gli scandali che hanno coinvolto il Consiglio di Stato, ovvero altri alti magistrati, non è che sul CSM non siano mai volati gli stracci.

Intervenga quindi il Presidente della Repubblica Mattarella, perché comunque la si rigiri la faccenda è grave e va chiarita. Potrebbe diventare un vulnus per la tenuta delle istituzioni.

Foto Governo.it