mercoledì 10 febbraio - UAAR - A ragion veduta

Pseudoscienza nelle università?

Negli atenei italiani trovano sempre più spazio iniziative che suscitano timori sulla qualità del sapere accademico. Ma gli studenti cominciano a criticarle. A partire da Bologna. Sul n. 1/2020 della rivista Nessun Dogma Matteo Tonazzo ha raccolto la testimonianza di Tommaso Di Mambro, studente di biologia e membro del senato accademico dell’Università di Bologna.

Le università italiane sono ancora custodi della conoscenza e del raziocinio? Probabilmente la risposta è affermativa, eppure è singolare vedere che negli ultimi anni all’interno delle facoltà scientifiche si trovano master e insegnamenti che di scientifico non hanno nulla.

Ad esempio gli studenti di farmacia delle Università di Perugia e Torino possono frequentare dei corsi su medicine alternative (o non convenzionali, e già il nome è tutto un programma). Master sugli stessi argomenti sono stati tenuti in varie università italiane, alcuni addirittura finanziati da aziende che producono farmaci omeopatici.

Da segnalare il convegno sull’agricoltura biodinamica che è stato ospitato nel novembre 2018 nelle prestigiose sale del Politecnico di Milano, scatenando le ire della senatrice a vita Elena Cattaneo, di altri eminenti scienziati nonché di molti professori dell’ateneo meneghino.

Per fortuna però gli studenti si mobilitano, si riuniscono in associazioni per cercare di far sentire la loro voce e quella della razionalità scientifica. Abbiamo raccolto la testimonianza di Tommaso Di Mambro, studente di biologia e membro del senato accademico dell’Università di Bologna. Fa parte dell’associazione Scienze Indipendenti, con cui hanno organizzato sit-in di protesta e convegni a difesa dalla razionalità nel mondo scientifico.

«Jacques Monod, un grande scienziato, biologo e premio Nobel per la medicina diceva: “Nell’arco di tre secoli la scienza, fondata sul postulato di oggettività, ha conquistato il suo posto nella società: nella pratica, ma non nelle anime. Eppure le società moderne sono costruite sulla scienza”. Non posso che condividere il sopraccitato pensiero di circa 50 anni fa e aggiungere che, purtroppo, a oggi non è cambiato molto.

Il metodo scientifico è basato su osservazioni obiettive e prevede che qualsiasi ipotesi venga suffragata da dati sperimentali. Grazie a tale metodo la comunità scientifica può verificare ogni risultato avendo la possibilità di ottenere informazioni sulle modalità dell’esperimento originale. In poche parole, il messaggio è netto e chiaro: un’affermazione che si basa esclusivamente su un’opinione personale non è ammissibile nel campo della scienza.

Grazie alla scienza – non alla religione e alla politica – un cittadino possiede cose che un secolo fa erano inimmaginabili.

Il ruolo fondamentale che dovrebbe avere la scienza nella società speravo fosse difeso alacremente dall’Università. Purtroppo sono stato smentito qualche settimana fa, durante una riunione del senato accademico in cui l’Università di Bologna ha autorizzato la costituzione di un’associazione temporanea avente come scopo la gestione di un progetto sull’agricoltura biodinamica, finanziato dalla Regione Umbria.

Per chi non conoscesse l’agricoltura biodinamica chiarisco subito che fa dell’esoterismo uno dei suoi punti di forza, assieme all’astrologia e all’omeopatia (per fare un esempio: sotterrando un corno di vacca ripieno di sterco al plenilunio il raccolto sarà più abbondante; NdA). È inaccettabile che le pseudoscienze possano essere comparate alla scienza in luoghi come le università che, a mio avviso, dovrebbero avere un ruolo da protagoniste nel difendere il rigore e il metodo scientifico.

Le domande che mi sorgono sono due, rispettivamente da cittadino e da studente di biologia molecolare: ridurre i finanziamenti pubblici alla ricerca può esporre alcuni ricercatori alla cattiva pratica di accettare finanziamenti da privati portatori di interessi non propriamente scientifici? Come è possibile prendere sul serio gli insegnamenti di biologia molecolare, biochimica, chimica-fisica se poi le stesse università investono sulle pseudoscienze ad esempio istituendo master su omeopatia e altre discutibili pratiche?

Più che domande sono provocazioni e lascio al lettore la possibilità di rispondere.

Invece, vorrei provare a dare una risposta a una domanda che coinvolge me direttamente: cosa possono fare gli studenti per contrastare l’avanzata dell’irrazionalità all’interno degli atenei? Assieme all’associazione studentesca di cui faccio parte, Scienze Indipendenti, stiamo studiando come meglio affrontare il problema e probabilmente, come già fatto lo scorso maggio con un convegno sui vaccini, contatteremo esperti nei vari settori in cui le pseudoscienze stanno prendendo piede, per organizzare una serie di eventi volti a sensibilizzare gli studenti e i cittadini. Stimolare lo spirito critico è uno dei nostri obiettivi e proprio per questo motivo abbiamo anche avviato una collaborazione con il primo sito di debunking italiano (Butac – Bufale un tanto al chilo) per curare alcune delle sue pagine social (Instagram, YouTube) in modo da poter raggiungere le ragazze e i ragazzi della nostra età.

È certamente vero che “i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività” (Umberto Eco), ma al contempo stanno permettendo lo sviluppo di nuove realtà, nuovi gruppi che contrastano la disinformazione. Penso ad esempio ai miei colleghi di Biologi per la Scienza che da “semplici” studenti si sono trovati in prima linea a combattere le bufale diffuse dall’attuale gestione dell’Ordine nazionale dei biologi e che ora sono supportati da diverse associazioni studentesche, compresa la mia.

Insomma, non si può certo dire che stiamo con le mani in tasca a guardare passivamente la diffusione delle pseudoscienze senza far nulla! Noi ci siamo e siamo determinati».

a cura di Matteo Tonazzo


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