martedì 9 giugno - Stranieriincampania

Proteste in Cile: intervista all’autore della video-inchiesta di Citizen Journalism

Con l’arrivo del coronavirus, tante questioni sono rimaste in sospeso, sia in campo nazionale che internazionale. Una di queste riguarda le proteste scoppiate in Cile nell’ottobre scorso contro il Governo Piñera. La faccenda al momento è tutt’altro che risolta, ma rischia di restare in secondo piano ancora per molto tempo a causa delle misure di lockdown adottate nel Paese che impediscono alla popolazione di riunirsi.

 

Approfondiamo questo tema partendo da un video realizzato durante il corso di Citizen Journalism organizzato da Traparentesi Onlus in collaborazione con l’Associazione Kosmpolis nell’ambito del progetto Impact Campania. Il corso ha visto protagonista una redazione formata da reporter di origine straniera che si sono cimentati nella realizzazione di una video-inchiesta e diversi video reportage. Oggi Stranieriincampania è in compagnia di Roberto Mapu che ha curato la video-inchiesta raccogliendo diverse testimonianze sulle proteste in Cile.

Benvenuto Roberto, ci puoi raccontare come è nata l’idea del video? 

Io sono nato in un quartiere periferico di Santiago nei pressi della stazione centrale. La mia ultima residenza in città è stata vicino a Piazza Italia, la zona in cui si sono svolte le proteste, e lì frequentavo il Liceo 7 di Ńuńoa dove molti studenti erano attivi, va detto che in Cile quasi tutti gli studenti sono attivi politicamente. Il fatto è che queste cose le avevo vissute in prima persona facendo manifestazioni sotto dittatura. Io ho lasciato il Cile nell’87, quindi due anni prima della caduta di Pinochet e ho vissuto tutta la mia vita in Cile sotto dittatura. Un’altra cosa importante è che mia madre viene dal Sud, vicino Renaico, lei è di origine mapuche. La mia difesa dei popoli originari nasce proprio dal fatto che mia madre veniva da queste terre. Quando ero piccolo, a 8 anni, mi hanno mandato a fare le vacanze in questi posti per tre mesi. Quindi ho vissuto a contatto con questi popoli, sono andato a cavallo, ho arato la terra, sono andato a vendere le patate nei mercati. Tutto questo mi ha formato e ne resta una traccia molto forte in me. Le persone si creano attraverso le esperienze, attraverso le mazzate, e aver vissuto in questi ambienti ha modificato la mia coscienza e, nonostante adesso potrei considerarmi un piccolo borghese (ride), questa cosa mi porta una sensibilità verso i movimenti popolari del mondo. 

Quando ti sei trasferito in Italia?

A 16 anni sono arrivato in Italia, dove ho frequentato le scuole superiori e dopo ho fatto l’università e mi sono laureato in Scienze politiche indirizzo Relazioni internazionali. La critica che vorrei fare è sul fatto che la mia laurea non serve a nulla, anche se è italiana, perché presa in Italia. Io non posso partecipare a concorsi, accedere a carriere universitarie, ci sono molti paletti sotto questi punti di vista. Per questo motivo c’è stato un momento nella mia vita in cui volevo rinunciare a tutto, mi sentivo ingannato dalla stessa Università di Macerata. 

Perché hai scelto di vivere e Napoli?

Sono arrivato a Napoli tra il 2010 e 2011, ci ero stato in gita l’ultimo anno di scuola e avevo dei contatti negli ambienti musicali. La mia idea iniziale era andare a vivere a Madrid, ma anche là ci sono stati dei problemi con il mio riconoscimento di extracomunitario, ci voleva molto tempo per avere i documenti e dopo tre mesi in Spagna sono tornato in Italia. Ho scelto Napoli perché mi piaceva molto, i luoghi, la cultura, le persone, mi ricordavano molto Santiago. Alcuni quartieri sono molto simili come colori, come musicalità, ci sono molti aspetti di Napoli che mi hanno fatto ritornare dei sentimenti legati alla mia terra. Napoli è molto latina, lo dicono tutti e non mentono. C’è un posto sulla costa cilena che si chiama Valparaiso che è quasi uguale a Napoli, con queste colline, il mare, le funicolari. Infatti credo che Neruda, che aveva vissuto a Valparaiso, viene a Napoli perché attratto da questa somiglianza di due posti così lontani nel mondo. 

Oltre la passione per il giornalismo di cosa ti occupi?

Mi occupo di telecomunicazioni, ma sono anche traduttore e interprete, in più faccio lezioni di spagnolo. L’approccio alla lingua, alla cultura latino-americana in generale, è la mia passione e l’ho continuata anche a Napoli. Infatti, appena arrivato ho fatto vari corsi per diverse associazioni, per esempio ho fatto per l’Ex Asilo Filangieri un corso di due anni, con l’Ex OPG un anno di corsi di spagnolo politico, perché lì l’approccio era politico, per far conoscere la cultura e le dinamiche sociali del Sud America. Diciamo che la lingua è la mia passione. 

Come avete sviluppato l’idea durante il corso?

E’ stata una cosa messa in piedi velocemente, quando mi sono iscritto al corso avevo l’idea di voler imparare i linguaggi della comunicazione per poter raccontare le realtà come il Cile, dove erano iniziate queste manifestazioni che poi, il 18 ottobre 2019, si sono trasformate in una protesta collettiva. Inizialmente volevo concentrarmi su Napoli e raccontare una tematica legata alla comunità salvadoregna presente in città che ha creato, attraverso una serie di attività, una vera e propria famiglia al di là dei confini nazionali. Poi ci volevano tempi più lunghi per l’intervista e nel frattempo la protesta in Cile stava esplodendo. Così, insieme agli organizzatori del corso, abbiamo deciso di concentrarci su questo tema. Siamo riusciti ad affrontarlo da diversi punti di vista come quello legale, per cercare di dare maggiore profondità al racconto che volevo realizzare. Alla fine, insieme a questa redazione, che si è creata con i partecipanti e gli organizzatori del corso, siamo riusciti a tirar fuori questo lavoro. 

Quali difficoltà hai incontrato nella realizzazione del video?

Chiaramente le interviste erano molto più lunghe, ho dovuto tagliare molte parti. Volevo degli elementi che potessero dare concretezza al mio discorso di società, in questo senso avere più punti di vista, più visioni dello stesso problema, poteva far capire meglio a tutti il perché il Cile stia in questa situazione, perché sono così arrabbiati, perché vogliono cambiare la Costituzione e tutti i problemi che sono legati a situazioni storiche. Questo processo è di per sé storico e adesso è scoppiato finalmente. Si dice “Chile despertò” (il Cile si è svegliato), ma in realtà il Cile si era già svegliato parecchie volte, dal 2006 quando c’erano state le proteste degli studenti, poi i mapuche, poi l’acqua pubblica, ma erano tutti movimenti separati. Questa situazione è riuscita a mettere insieme tutte queste realtà. 

Come avete organizzato il racconto?

Abbiamo intervistato la primera linea, un’avvocato, una giovane della popolazione dei quartieri residenziali di Santiago – anche questa storia è importante perché questo approccio fa capire il punto di vista comune tra la popolazione – e l’altro ragazzo è un artista che ho conosciuto a Napoli. Lui era qui come turista, mi ha chiesto un’informazione per strada e ho capito subito fosse cileno, così poi abbiamo iniziato a parlare e l’ho portato in giro per la città. Lui come artista è impegnato nella critica politica e io ho cercato di raccontare la protesta attraverso i suoi occhi e il suo linguaggio e questo era il mio obiettivo fin dall’inizio: raccontare lo stesso problema da diversi punti di vista, per questo il suo intervento era essenziale per me. E’ verissimo quando si dice che “l’arte ci può salvare” perché attraverso il suo linguaggio ci permette di arrivare direttamente alla psiche e alle emozioni delle persone. In Cile ci sono molti movimenti che utilizzano l’arte, per esempio “el muralismo” delle Brigate Ramona Parra, tra cui c’è Mono Gonzalez che ha realizzato il murale di Che Guevara con Fidel Castro a Napoli in via Mezzocannone e decorato la Chiesa del Cimitero delle Fontanelle, e c’è anche Tono Cruz che ha poi fatto il murale nel quartiere Sanità, così come Matu che ha colorato una facciata della basilica di San Severo. Questi movimenti di “muralisti”, che si sono sviluppati con la rivolta sociale, hanno adottato questa forma di espressione, ed anche chi non aveva conoscenza dell’arte si è messo a fare arte perché è l’unico modo per non essere censurati da un sistema. 

Che reazioni hai avuto all’uscita del video?

Buone, il video è stato pubblicato anche su Q-Code Magazine in uno speciale sul Cile. Poi sono stato contattato da una tv locale, nata da poco, e mi hanno chiesto se volevo collaborare con la redazione. Adesso vediamo. 

Il coronavirus è arrivato in un momento cruciale per il Cile, stai continuando a seguire la situazione a distanza?

C’è un grosso problema, non solo in Cile molti movimenti di protesta sono stati inghiottiti da questo coronavirus, penso ad Hong Kong o all’Iran. E’ stata una fortuna per chi stava al potere perché ha potuto soffocare tutti questi movimenti con la “scusa” dell’emergenza e il relativo accentramento dei poteri. Così sono riusciti a reprimere le iniziative, questo è successo a livello mondiale. In Cile il coronavirus è arrivato in ritardo con dei piccoli focolai concentrati nei quartieri “alti” e dovuti principalmente agli spostamenti con l’estero. Nonostante fosse molto circoscritto, Piñera ha decretato il coprifuoco immediatamente, tutto a marzo. Il movimento si è trovato congelato, anche se grazie all’attività dei partecipanti si sono trasferiti in rete. Si sono creati dei gruppi di solidarietà che nei quartieri popolari operano a sostegno della popolazione per sostenerla durante la pandemia, come è successo anche a Napoli. Gli stessi ragazzi della prima linea sono andati per le strade a disinfettare la città perché il Governo non lo aveva fatto. Tutti i provvedimenti porteranno a peggiorare la situazione socio-economica dei cileni. La situazione è disastrosa al momento. 




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