mercoledì 23 settembre - Gregorio Scribano

Promesse disattese, alternative inesistenti: cresce la distanza tra cittadini e istituzioni

In campagna elettorale tutto sembra possibile: tutti hanno la ricetta per cambiare l’Italia. Poi, una volta al Governo, arrivano i distinguo, i vincoli di bilancio e le solite misure “tampone”. E chi resta all’opposizione spesso non sa fare altro che criticare, senza riuscire a costruire una vera alternativa. Intanto, gli italiani si allontanano dalle urne.

C’è una regola non scritta della politica italiana che sembra resistere a governi, maggioranze e ideologie: quando si sta all’opposizione si promette di cambiare il mondo, quando si arriva al Governo si scopre che cambiare davvero le cose è molto più difficile.

Il problema è che gli elettori, prima o poi, presentano il conto.

Il Governo Meloni è arrivato a Palazzo Chigi sulla spinta di una lunga serie di promesse: meno tasse, più sicurezza, contrasto all’immigrazione irregolare, abolizione delle accise sulla benzina, superamento della legge Fornero, difesa del potere d’acquisto di lavoratori e pensionati, e molto altro ancora.

Promesse che, agli occhi di una parte consistente dell’elettorato, rappresentavano una vera discontinuità rispetto al passato. Ma quanto di quella promessa di cambiamento è rimasto?

A distanza di anni, molti cittadini continuano a fare i conti con pressione fiscale, costo della vita, salari insufficienti, pensioni che faticano a tenere il passo con l’inflazione, caro carburanti, liste d’attesa nella sanità, un'età pensionabile spinta sempre più in avanti fino ai 70 anni e una crescente insicurezza sociale.

E proprio sulla previdenza, il tanto annunciato superamento della Fornero è rimasto, nella sostanza, un obiettivo ancora incompiuto. Le misure introdotte sono state spesso parziali, temporanee e condizionate da requisiti e finestre che penalizzano i lavoratori, mentre la grande riforma strutturale promessa non è arrivata.

Ma un Paese non si governa con i cerotti e se la maggioranza non mantiene pienamente le promesse, l’opposizione dovrebbe rappresentare una prospettiva diversa. Invece, troppo spesso, sembra limitarsi a fare ciò che politicamente costa meno: attaccare chi governa.

Un’opposizione credibile dovrebbe dire agli italiani: avete questo problema, noi proponiamo questa soluzione; queste sono le risorse necessarie e questi i tempi per realizzarla.

Invece, troppo spesso, la politica italiana sembra essersi trasformata in una gara a chi denuncia meglio gli errori dell’avversario. Ogni provvedimento diventa occasione di polemica, ogni errore viene amplificato e ogni difficoltà trasformata in un’accusa.

Il problema è che un Paese non si governa con gli slogan. Chi aspira a Palazzo Chigi dovrebbe presentare un progetto riconoscibile, indicare le priorità e, soprattutto, spiegare dove trovare le risorse necessarie per realizzarle. Perché dire che una misura è sbagliata è troppo facile. Molto più difficile è proporne una migliore, sostenerne i costi e assumersi la responsabilità dei risultati.

Ed è proprio su questo terreno che l’opposizione appare ancora troppo spesso debole. Il cittadino finisce così davanti a due offerte politiche poco convincenti: chi promette e poi ridimensiona e chi critica senza riuscire a costruire.

Prendiamo il tema delle retribuzioni. È vero: i salari italiani hanno perso potere d’acquisto e milioni di lavoratori fanno fatica ad arrivare alla fine del mese. Ma la risposta non può essere soltanto il salario minimo, come propone l'opposizione.

Chi oggi guadagna 1.200 euro al mese non vede automaticamente migliorare la propria condizione perché viene fissata una soglia minima per le retribuzioni più basse. E, soprattutto, se nel frattempo aumentano affitti, alimentari, energia, carburanti e servizi, anche un aumento nominale dello stipendio rischia di essere rapidamente divorato dal costo della vita.

La vera sfida è quindi aumentare stabilmente i salari reali.

Servono maggiore produttività, contratti più efficaci, minore tassazione sul lavoro, maggiore competitività delle imprese e una distribuzione più equa della ricchezza prodotta. Il lavoratore non ha bisogno soltanto di una cifra più alta sulla busta paga. Ha bisogno di poter comprare di più con quella cifra. È questa la differenza tra un aumento dello stipendio e un reale miglioramento delle condizioni di vita.

Ed è proprio qui che si comprende la crescente distanza tra cittadini e politica. Molti italiani non hanno smesso di interessarsi ai problemi del Paese. Hanno smesso di credere che la politica sappia risolverli. Chi non vota non è necessariamente qualunquista o disinteressato. Può essere semplicemente un elettore deluso da promesse ripetute e risultati inferiori alle aspettative.

Da una parte, una maggioranza che deve fare i conti con ciò che aveva promesso. Dall’altra, un’opposizione che deve dimostrare di avere qualcosa di più di una critica quotidiana. In mezzo, un cittadino che aspetta risposte concrete. E quando queste non arrivano, sceglie di non partecipare.

L’astensione diventa così il vero campanello d’allarme della democrazia.

L’Italia non ha bisogno di un’altra stagione di slogan. Ha bisogno di una politica capace di indicare obiettivi realistici, risorse disponibili, tempi di attuazione e risultati verificabili.

Questo vale per il Governo, ma vale altrettanto per chi aspira a sostituirlo.

Perché governare significa assumersi responsabilità. Fare opposizione significa prepararsi a governare. Né gli annunci senza risultati, né le critiche senza alternative possono restituire fiducia agli elettori. Gli italiani chiedono meno propaganda, meno chiacchiere e più concretezza: salari adeguati al costo della vita, pensioni dignitose, sicurezza, sanità efficiente, tasse sostenibili e prospettive per i giovani. Non chiedono miracoli. Chiedono semplicemente che la politica smetta di promettere ciò che non è in grado di mantenere.

Perché quando la distanza tra le parole e i fatti diventa troppo grande, il cittadino ha una forma di protesta che non richiede né partiti né manifesti: restare a casa il giorno delle elezioni. E quando milioni di italiani scelgono di non votare, non ha vinto nessuno. Ha perso la politica, la democrazia, le istituzioni e lo Stato di diritto.




Lasciare un commento