mercoledì 29 settembre - Aldo Funicelli

Presadiretta: il tempo perduto

Quella dell'altra sera è stata un'inchiesta nel mondo del carbone, del petrolio, del gas, nell'industria del fossile, quella a cui dobbiamo rinunciare se vogliamo arrivare ad emissioni 0 nel 2050. Ma la realtà è diversa.

A furia di sentir parlare di transizione ecologica, emissioni zero, pensiamo che l'ora delle energie fossili sia finita, ma non è così.

L'ondata di caldo in Oregon, generata dal cambiamento climatico, ha causato duecento morti, settecento morti sono stati registrati in Canada per una ondata di calore. Altre morti per i nubifragi in Germania.

Di chi è la colpa? Nell'incontro dei grandi della terra al G20, erano tutti d'accordo, da Biden a Draghi al presidente cinese.

Ma c'è un divario tra la retorica e la realtà – racconta il direttore dell'agenzia dell'energia dell'OCSE: dovremo rinunciare a parte dell'energia, dovremo smetterla in nuovi investimenti in nuovi pozzi petroliferi, nella scoperta di nuovi giacimenti di gas.

Peccato che l'utilizzo di combustibili fossili per l'energia non sia diminuito, come dimostra lo studio del think tank internazionale Ren21: in tutto il mondo si continua ad investire nella ricerca e nello sfruttamento di giacimenti di petrolio e gas e così anche in Italia.

Licata i pescatori fanno lo slalom tra i relitti dei pozzi di gas in fondo al mare e le piattaforme che cercano il petrolio in fondo al mare: queste strutture danno fastidio alla loro attività, danneggiano la pesca nel mare di Sicilia.

Nuove piattaforme significa meno lavoro per i pescatori: sono i pozzi appena autorizzati dal ministro Cingolani che dovrebbe gestire la transizione ecologica.

Un via libera per sfruttare i giacimenti di petrolio nel sottosuolo della Sicilia, dell'Emilia Romagna e nei fondali dell'Adriatico, nonostante i ricorsi delle province a queste trivellazioni in mare, anche quelli lungo il delta del Po.

Le associazioni ambientaliste gridano al tradimento, ma il ministro si è difeso dicendo che le trivelle erano già lì.

Secondo il costituzionalista Enzo di Salvatore, attivo sostenitore nel referendum No Triv (quello del “ciaone” per chi se lo ricorda) il ministro non avrebbe dovuto nemmeno firmare una parte dei decreti, perché non sono legittimi: “la legge 12/2019 lo impedisce, cioè sospende tutti i procedimenti in corso finalizzati ai permessi di ricerca e la vigenza dei permessi ricerca già rilasciati”.

Nel 2018 i partiti avevano stoppato le trivellazioni in attesa del Pitesai, un piano organico che è fermo da anni: Cingolani che si è difeso dicendo che le autorizzazioni gli sono capitate sul tavolo, poteva non rilasciare il permesso come ha fatto l'ex ministro Costa.

Ma se dobbiamo uscire dalle risorse fossili, se vogliamo ridurre le emissioni, quando iniziamo veramente?

Gli effetti del petrolio sulla salute

Gela si trivella dagli anni '50 e qui si inaugurò con Mattei il polo petrolchimico: le cicatrici di questa storia industriale sono ancora qui, a Gela.

A Gela tante famiglie hanno malati di tumore, troppe le deformazioni pre natale, un rapporto dell'istituto superiore della sanità riporta tumori e deformazioni nei neonati.

Colpa dell'inquinamento del petrolchimico, come a Taranto, senza però aver goduto un'attenzione nazionale da parte dei governi e della stampa.

Lo scorso 8 giugno il tribunale di Gela ha negato che ci siano correlazioni tra inquinamento e malformazioni, ma la battaglia delle famiglie va avanti, come va avanti il processo contro dirigenti Eni alla raffineria di Gela. Sversamenti nei terreni, carenza nei controlli, queste le accuse alla multinazionale che non avrebbe fatto le opportune bonifiche.

Nel 1998 Gela è inserita tra i SIN, le aree contaminate che necessitano di bonifica: ma al momento non esistono bonifiche completate.

Però tantissime attività sono state fatte – racconta il direttore dell'impianto: le bonifiche sono partite, gli impianti sono in dismissione, si stanno sperimentando tante tecniche nuove, ma i tempi sono lunghi.

Ma fuori dalla raffineria le cose sono messe peggio: c'è la discarica Cipolla di proprietà di un imprenditore fallito, dove a fianco del sito contaminato pascolano le capre. La falda sotto Gela si è contaminata e si sta spostando verso il mare.

Dalla Sicilia al Niger: la falda del fiume Niger è contaminata dalle aziende che estraggono petrolio e gas, per colpa delle oil spills.

Aziende come la nostra Eni, Agip, che inquinano terreni e acque mettendo in crisi l'attività dell'uomo in queste zone della Nigeria.

Colpa dei sabotaggi – la difesa delle aziende, ma un'indagine di amnesty international ha stabilito che è colpa della manutenzione delle condutture e dei tempi lunghi in cui queste multinazionali intervengono per bloccare gli sversamenti.

Le aziende del petrolio inquinano acqua, aria e terreni e non esistono studi su questi disastri ambientali di cui in Europa si parla troppo poco.

Ma ora Shell Nigeria dovrà risarcire diversi contadini che lavoravano su terreni che hanno subito perdite da oleodotti, sulla base del tribunale dell'Aja: non puoi inquinare a casa degli altri, come non si può inquinare a casa tua, questo dice la sentenza.

Il negazionismo climatico

Teresa Paoli ha intervista un geologo che ha lavorato per la Exxon Mobil sui cambiamenti climatici causati dalle emissioni e il ciclo del carbonio: Edward Garvey ha compiuto questi studi nel 1978 e portati avanti per tre anni. Nata a fine ottocento, in Italia è conosciuta come Esso: il lavoro di Garvey e della sua equipe era progettare il sistema per misurare il valore dell'anidride carbonica. In questa ricerca ha imparato molto sugli scambi tra oceano e atmosfera, un qualcosa non ancora noto, ma già all'epoca era molto chiaro che la temperatura stava per aumentare – racconta alla giornalista – non era una questione se stesse aumentando, ma quanto velocemente, quanto presto e quali sarebbero state le implicazioni.

Nei primi anni 80 Exoon stessa ha elaborato un grafico che metteva nero su bianco quello che sarebbe avvenuto: la correlazione tra l'aumento della temperatura dell'atmosfera e le emissioni di co2 dei combustibili fossili.

“I geologi e i climatologi avevano evidenze negli anni 70” prosegue lo scienziato, e quando Exoon mise in dubbio queste posizioni “queste non derivavano dalla conoscenza, tutti lo sapevano, Exoon non ha mai detto non è un problema, ma ha pagato delle persone affinché lo dicessero. E non sarà solo Exxon a pagare per questo, ma il mondo intero, come scienziato fa veramente paura, questo non è un esperimento a cui vorremmo assistere.”

E ora? “Forse non è troppo tardi per evitare la catastrofe, ma abbiamo perso troppo tempo”.

Le ricerche a cui ha partecipato Ed Garwey non sono mai state pubblicate ma sono la dimostrazione che le compagnie avevano ben chiara la loro responsabilità nel cambiamento climatico.

Il giornalista Stefano Vergine racconta che Greenpeace USA qualche anno fa è riuscita a trovare i documenti che Exoon Mobil ha presentato all'agenzia delle Entrate in cui ha detto a quali enti benefici, a quali associazioni di ricerca, sono arrivati i loro finanziamenti.

“Exoon Mobil dal 1998 ad oggi ha dato 33ml di dollari ad una serie di associazioni, centri di ricerca che hanno fatto negazionismo climatico”: assieme al professore dell'Università Bicocca Milano Marco Grasso, Stefano Vergine ha scritto un libro dal titolo “Tutte le colpe dei petrolieri” in cui hanno fatto i conti in tasca ai signori del petrolio.

Racconta Marco Grasso: “Cento grandi industrie petrolifere hanno contribuito tra il 1988 al 2015 al 71% delle emissioni cumulate industriali globali, li conosciamo uno per uno”.

Sono compagnie statali come Saudi Aramco, la russa Gazprom, le private Exxon, la China National Petroleum e anche Eni: sono state definite l'elefante nella stanza perché sono state abili nel nascondere le loro responsabilità, nello scaricarle sui consumatori, nel dirottare l'attenzione verso altri soggetti e nel presentarsi solo come soggetti che forniscono un servizio, soddisfano una domanda.

Le compagnie petrolifere, che sono quelle che emettono la co2, non hanno vincoli sulle emissioni per legge e sulla loro riduzione, i vincoli li hanno gli stati, tant'è che le compagnie petrolifere fanno i loro piani di riduzione solo su base volontaria.

Ma qualcosa sta cambiando: il 26 maggio 2021 con una sentenza storica il tribunale olandese ordina alla multinazionale Shell di tagliare del 45% le proprie emissioni di co2 entro il 2030: la causa era iniziata nel 2018 ed è stata sostenuta da 17mila cittadini olandesi guidati dall'associazione ambientalista “Friends of the earth”: per limitare il riscaldamento globale sotto 1,5 gradi anche Shell deve avere un ruolo da svolgere – questa la convinzione dell'associazione – doveva essere obbligata a ridurle e il giudice ci ha dato ragione.

Questa sentenza ribalta il “clima” di negazionismo climatico: Shell era in possesso di documenti che dimostravano le conseguenze dei combustibili fossili già dagli anni 60, avevano decenni per diventare una compagnia diversa ma non lo ha fatto.

Questa sentenza sarà un precedente per imporre a tutte le compagnie un cambiamento di politiche industriali, il loro core business non potrà più essere petrolio e gas.

A Roma, davanti la sede dell'Eni, l'azienda partecipata dallo Stato italiano, si è svolta un'azione dimostrativa di Greenpeace: questa azienda è tra i maggiori responsabili delle emissioni di gas serra, racconta di avere un piano di decarbonizzazione, ma in realtà gran parte dei soldi finiscono in gas e carbone, a breve periodo questi investimenti cresceranno del 4%.

Farà in tempo a raggiungere i risultati “green” entro i limiti prefissati? Una proposta è catturare la Co2 in atmosfera, come sta facendo al largo di Ravenna.

Ma progetti uguali sono falliti all'estero: la co2 non si può immagazzinare totalmente e per sempre, racconta a Presadiretta Vincenzo Balzami, è una strada pericolosa e che non potrà funzionare.

Si sceglie questa strategia solo per continuare ad usare i combustibili fossili. Un'altra strategia sono le bioraffinerie, “il passo decisivo per la transizione” racconta Francesco Franchi direttore Eni a Gela: il cuore è una tecnologia che produce un olio biodiesel, che potrà essere usato per i trasporti, per i camion, prodotto da materie prime provenienti dall'Asia, come l'olio di palma.

L'impianto tratterà scarti alimentati, che al momento però arrivano dall'estero e non dall'Italia perché da noi non esiste una filiera.

Per la rete “legalità per il clima” queste strategie di Eni non sono sufficienti e ha mandato una lettera di diffida all'azienda: Iacona ne ha chiesto conto la direttrice di ricerca e sviluppo di Eni.

L'idea di arrivare ad emissioni zero nel 2050, ma il petrolio verrà sostituito dal metano entro il 2030, anche se è un potente gas serra. Come mai non hanno puntato alle energie rinnovabili?

L'ingegnere dell'Eni parla di progetti in Africa e nel mare del nord, racconta che le rinnovabili non sono energie stoccabili, dello stoccaggio dell'anidride carbonica in giacimenti esauriti. Ma non sarebbe meglio non emetterla proprio la co2, se poi catturarla è difficile?

L'impressione è che Eni non abbia intenzione di investire troppo in nuove tecnologie, che intenda comunque difendere e riutilizzare gli ex impianti e le “vecchie” competenze.

Entro il 2025 chiuderanno tutti i giacimenti di petrolio assicura la dottoressa Zarri.

Il paradiso del fracking in Texas

Nel Texas si è iniziato ad estrarre petrolio nel 1920, grazie alla produzione fatta qui gli USA hanno superato l'Arabia, grazie all'uso del fracking.

La tecnica del fracking ha fatto risorgere le aziende del petrolio, gli imprenditori e gli uomini di affari parlano di un nuovo west, come se fossero di fronti ad una nuova frontiera.

Altro che smettere col petrolio, qui i petrolieri pensano di andare avanti per 20-30 anni, senza fermarsi, perché questa industria ha bisogno di nuova energia per andare avanti, come un mostro affamato, necessità di acqua, di sabbia e di altre sostanze chimiche per spezzare le rocce.

Questa tecnica però inquina l'aria: il gas metano che sfugge agli impianti costituisce una bomba ad orologeria sull'America, le emissioni di metano sono aumentate in questo decennio proprio per lo “shale gas” estratto grazie al fracking.

Lo shale gas è peggiore del carbone, raccontano due professori della Cornell University, perché è un gas inodore e insapore: per scovarlo serve una camera ottica come quella di Sharon Wilson, cacciatrice di metano e attivista dell'associazione Hearthworks.

Sharon lavorava nell'industria del gas prima che il suo ranch fosse circondato da impianti di fracking e che dal suo rubinetto iniziasse ad uscire acqua nera.

Ora è diventata un'attivista dell'associazione Hearthworks: secondo lei questo tipo di inquinamento non è risolvibile dalle aziende:

il gas è come un drago non puoi intrappolarlo in un serbatoio, nemmeno in un tubo, non puoi intrappolarlo in un camion, né in una nave cisterna, è volatile e sotto pressione e troverà il mondo per uscire. In questo momento non c'è la tecnologia per controllarlo. L'industria ha promesso per un decennio di smettere di emettere del gas e invece le emissioni sono aumentate, non credo più a queste promesse”.

Nessuno controlla mai le emissioni di questi impianti, spesso irregolari: le famiglie che vivono in mezzo a questi impianti devono cambiare casa, perché vicino a queste ciminiere, vicino alle trivellazioni le persone si ammalano.

La pressione nel sottosuolo, per l'acqua iniettata sottoterra causa poi problemi ai pozzi dove l'acqua esplode e inquina i terreni: l'acqua dei pozzi diventa salata, inutilizzabile e diventerà un problema per i prossimi quarant'anni, come le scorie nucleari.

C'è anche poi il rischio terremoti, registrati sempre di più nelle zone prossime ai pozzi.

Il metano è molto più alterante per il clima rispetto ad altri idrocarburi: eppure i negazionisti del clima in Texas continuano a raccontare le loro sciocchezze.

Il “negazionismo climatico” è diventato politica di governo, ha ammesso Christian Wayne, commissario della Railroad Commission Of Texas, l’ente governativo che gestisce l’industria petrolifera nel Texas:

«Perché dovremmo spendere 78 mila miliardi di dollari, per via degli accordi di Parigi, per una previsione lunga decenni che riguarda il contenimento della temperatura al di sotto un grado e mezzo! È folle!».

Qui non credono al surriscaldamento del clima, non credono alla correlazione tra emissioni di co2 e i cambiamenti climatici, non credono alle previsioni dei climatologi e degli scienzati.

E anche adesso, il governo Biden ha messo al bando il fracking solo sui terreni federali, sono una parte dei terreni, facendo una marcia indietro rispetto alle promesse fatte in campagna elettorale.

Anche in Italia i camini degli impianti emettono gas in atmosfera: queste emissioni sono monitorate da Greenpeace e Re Common, con le fotocamere che inquadrano le emissioni di metano, senza alcun monitoraggio da parte di enti statali.

Emissioni “fuggitive” a Cremona, a Pavia e anche nel viaggio del gas verso le nostre case, per le perdite nei siti e nelle centrali Snam: anche si tratta di percentuali minime, il metano in atmosfera, da tutti gli impianti, ha un grande e grave impatto sull'ambiente e per la comunità che vive vicino a queste ciminiere.

E' anche uno spreco, perché questo metano arriva da lontano, dalla Siberia o dall'Algeria, per essere poi emesso in aria per queste fuoriuscite.

Snam, che ha accettato di rispondere alle domande di Presadiretta, ammette che non esiste un ente terzo che controlla, hanno dei loro sistemi di certificazione, ma sono disponibili ad un controllo.

Snam sta portando avanti un piano per eliminare gli impianti a gas, ma sta costruendo un nuovo metanodotto in una zona sismica in Abruzzo: contro la centrale si sono schierati i sindaci della zona, la comunità religiosa di Sulmona.

Si sono schierati contro l'autorizzazione del ministro Cingolani a questo hub del gas, basato su dati del 2005: è un'opera inutile, perché dovrà essere tenuta in piedi per i prossimi anni quando dovremmo aver già abbandonato il gas.

Il piano per emissioni zero di Eni è fatto su premesse scientifiche forse sbagliate, si continuano a trivellare i fondali mettendo in crisi i pescatori, gli impianti di Snam emettono metano e non esiste un ente terzo che controlla.

Siamo tutti verdi e favorevoli alle emissioni zero eppure si autorizzano nuovi impianti, come quello di Snam in Abruzzo, nuove trivellazioni come quella a Gela.

O anche si autorizzano nuove centrali a gas, come succede a Montalto di Castro, di proprietà di Enel: doveva essere una centrale nucleare, poi è diventata turbogas, nel 2016 doveva essere chiusa per far posto ad un parco.

Poi Enel ha deciso di partecipare al capacity market, una legge del 2019 per garantire la sufficienza energetica in caso di picchi: così l'impianto ha ripreso a vivere, grazie a soldi pubblici.

Anche la centrale a Carbone di Civitavecchia sarà sostituita da una centrale a gas, con grande rabbia della popolazione locale che ha subito l'impatto della centrale per anni.

A Civitavecchia perché il governo non ha imposto il passaggio da centrale ad un impianto con soli pannelli fotovoltaici?

Diversi parlamentari come Rossella Muroni hanno fatto un'interpellanza contro queste scelte: i ministeri non hanno risposto e questo la dice lunga sulla vera volontà del governo (e dei governi precedenti) sulla guerra ai cambiamenti climatici e sulle emissioni.

La finanza punta ancora sull'industria del fossile e quando ci sono di mezzo i soldi va bene anche tutto, anche il carbone.

Come a Dusseldorf, alla miniera di carbone della RWE: villaggi interi sono acquistati dall'azienda e sono stati distrutti per estrarre lignite. “Perché non ve ne andate?” così scrive la RWE alle famiglie dei paesi vicini alla miniera, per costringerle ad abbandonare le loro case. Molte famiglie si sono messe assieme per combattere gli espropri, altre famiglie si sono rifugiate sugli alberi.

Dietro la RWE ci sono banche e aziende, anche italiane come Intesa San Paolo e Unicredit.

Mentre la politica diceva di voler combattere l'uso delle energie fossili, la finanza va in direzione contraria, tutte le banche anche le nostre che poi finanziano gli eventi “green” per pulirsi la coscienza.

Aggregando tutti i prestiti e i finanziamenti, Re Common ha stimato che il totale emesso dalle nostre banche è pari a quello dell'Austria: le due banche italiane hanno risposto di avere a piano l'abbandono di questi settori, ma il rischio è di arrivare ad una crisi finanziaria, perché le aziende del fossile potrebbero arrivare alla bancarotta.

Anche agenzie pubbliche investono nel fossile, come ha fatto Sace: lo ha scoperto il Think Tank Ecco, controllando i progetti finanziati da questa agenzia nel mondo.

Ci sono poi i fondi pensioni che anch'essi investono l'industria fossile, anche in modo non sempre trasparente: le casse di previdenza degli enti non indicano dove investono, così un medico o un giornalista non può sapere se sta finanziando un'industria di oil e gas.

L'associazione Medici per la salute aveva fatto un appello a Enpam per chiedere chiarimenti sui loro investimenti, non ricevendo alcuna risposta.

La Germania uscirà dal carbone solo nel 2038, pochi anni prima del 2050. Questo ci fa capire quanto sia ipocrita la politica dei governanti europei e mondiali in generale, quando si parla di clima.

Serve una vera volontà politica per disinvestire veramente nel fossile, che sia petrolio o gas, per puntare su investimenti sostenibili.

Gas e idrogeno derivato dal fossile non sono investimenti sostenibili, sono solo “green washing”. Un lavarsi la coscienza, senza pensare al mondo di domani e alle persone che si stanno ammalando oggi.




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