martedì 12 marzo - Aldo Funicelli

Presadiretta: Sanità SPA

Ospedali dove manca il personale, si lavora su turni massacranti, il personale viene aggredito. In 120 mila se ne sono andati via all’estero, nei concorsi non si presenta nessuno e così avanza la sanità privata. Come i pronto soccorso a pagamento in Lombardia o in Calabria, dove gli ospedali sono al collasso.

Eppure ci sono ancora medici che fanno il loro dovere: dobbiamo difendere la sanità pubblica con tutte le forze.

I medici che vanno all’estero
Silvio Magliano era stato intervistato da Presadiretta nel 2020, ai tempi del covid. Già allora denunciava le carenze di organico, a Sesto San Giovanni: nel suo ospedale gli anestesisti erano pochi, lavoravano senza riposo.

“Se questo è il prezzo da pagare non so se ne vale la pena” – così diveva. Dopo tre anni ora lo troviamo in Francia: o rimanevo nel tunnel o cercavo di cambiare qualcosa, alla fine ha deciso di andarsene via dall’Italia.

Lavora a Chamount, in una struttura sovrapponibile come bambini nati a San Giovanni: qui però riesce ad avere i turni in anticipo, può organizzarsi una vita normale, in Italia non poteva. Lo stipendio è aumentato di almeno un migliaio di euro al mese, lavorando di meno.
Ma non se ne è andato via per i soldi, esiste anche una vita personale – racconta a Francesca Nava.

In Francia esiste la figura degli infermieri anestesisti, cosa che in Italia manca: consentono agli anestesisti di lavorare su più sale e hanno uno stipendio che si aggira sui 3000 euro.

Sono diversi gli italiani che lavorano qui in Francia: se ne sono andati per la fatica di lavorare male e tanto, con anche uno stipendio migliore.

In Francia cercano di essere attrattivi – racconta l’ortopedico Avallone – quando se ne è andato dall’Italia nessuno ha chiesto perché te ne vai.
Dopo il covid in Francia hanno investito nella sanità pubblica, hanno investito nell’aumento salariale, non si sciopera come in Italia.

Ma anche gli amministratori locali, come a Chaumont, investono sulla sanità privata per rendere attrattivi i loro paesi.
Conclude Silvio Magliano: “Se la gente se ne va, forse c’è da dire che si deve fare una valutazione, che non è solo strettamente economica, io non faccio il politico, io faccio il medico, il mio lavoro lo faccio bene, ma non posso fare quello degli altri. Gli altri, che sono quelli che noi votiamo, che noi paghiamo, sono loro che devono fare queste valutazioni. Tu ti rendi conto che tu dai la professionalità e di fronte trovi davanti un quota di dirigenti che non sanno niente di quello che tu fai. Economicamente sono pagato meglio [in Francia], ho più tempo libero, i pazienti mi ringraziano, non mi aspettano fuori che ti fanno delle violenze come succede tutti i giorni. I dirigenti mi rispondono alle mail, rispondono alle chiamate: anche in Italia c’è bisogno dei medici, perché li fate scappare?”.
In Italia così muore il sistema sanitario: perché si mettono i medici nelle condizioni di doversene andare, se vogliono vivere, se vogliono vedere i figli. Se si vogliono fare i figli.

Le aggressione dei medici in corsia

Anna Procida è una infermiera del pronto soccorso di Castellammare che un giorno è tornata a casa dopo essere stata aggredita da un signore che era stato invitato ad uscire.

Presadiretta è stata dentro il pronto soccorso dell’ospedale di Castellammare: corridoi pieni di gente in attesa, lettighe a terra, scene comuni in gran parte dei nostri pronto soccorso. L’ospedale San Leonardo di Castellammare di Stabia è l’unico della ASL ad avere un dipartimento di emergenza e urgenza di primo livello con 60 mila accessi l’anno.
Quando il servizio è stato preparato, a fine gennaio, erano in corso i lavori di ristrutturazione all’ingresso dell’emergenza: dentro sarà presente un ufficio della polizia per una vigilanza armata 24 ore su 24 per proteggere medici, infermieri e operatori sanitari dalle aggressioni.
Sono decine i presidi aperti in questi ultimi mesi dal ministro Piantedosi, sono passati da 126 a 189: in corsia si sta come in trincea e i medici sono nel mezza di questa guerra, dove la disperazione, l’ansia, la difficoltà ad accedere ai servizi, porta a gesti di violenza.

Pietro di Cicco è un medico di questa struttura, a Presadiretta spiega che sta diventando molto pesante lavorare in emergenza, dentro un pronto soccorso: dovrebbero essere in 24 i medici, mentre sono in tutto in sette. Eppure l’ASL di Di Cicco fa tanti concorsi, ma alla fine solo un medico ha scelto di venire a lavorare qui.
Stessa storia all’ASL di Verbania-Cusio-Ossola: concorsi dove non si presenta nemmeno un candidato, così in questo spicchio di Piemonte la maggior parte dei medici è esternalizzata. Sono medici che a volte lavorano in un posto, a volte in altri.

Per anni negli ospedali c’è stato il blocco del turnover, ora che servirebbero nessuno vuole entrare nel pubblico, conviene entrare nella libera professione: sono medici che lavorano dove c’è l’offerta migliore, sono organizzati in cooperative.

Sono i gettonisti: per fare il gettonista nel pronto soccorso non serve nemmeno la specializzazione, tanto è la fame di posti.
Meglio lavorare come libero professionista, scegliendo dove stare, scegliendo i turni, che entrare nel pubblico e non poter respirare.
Ci sono momenti dell’anno dove i pacchetti dei gettonisti vanno all’asta, al miglior offerente: un free lance della sanità quanto arriva a guadagnare? Anche 1400 – 1300 euro al giorno.

“Prendiamo più soldi rispetto ai medici assunti in ospedale, è vero – commenta Bruno Salerno, medico ginecologo, ex dipendente pubblico ora libero professionista – ma attenzione non è il gettonista che guadagna di più, è il medico ospedaliero che guadagna poco. Il medico gettonista, tolte le tasse, guadagna il giusto, quello che guadagna un collega in Germania, in Francia, in Olanda”.

La Gazmed è la più grande società di gettonisti, con un fatturato da 8 ml di euro: procura la maggior parte degli anestesisti in regione, il fondatore Bruno Pagano non vuole essere chiamato becchino della sanità pubblica “Noi siamo in questo momento la stampella per una sanità che zoppica già da anni”.

Il fenomeno dei gettonisti è anche uno spreco di risorse pubbliche: l’Anac, l’autorità nazionale anticorruzione, ha calcolato che in 4 anni dal 2019 al 2023 i medici e infermieri gettonisti sono costati allo Stato 1,7 miliardi di euro. Una montagna di soldi, con cui si sarebbero potuti assumere 34 mila medici ospedalieri. La spesa più alta in Lombardia con 1400 liberi professionisti in corsia.

A spendere di più è proprio la regione Lombardia: come le aziende di Bergamo est o Mantova, che spendono molto in gettonisti.

L’assessore al Welfare in Lombardia Bertolaso ha dichiarato guerra ai gettonisti e ai liberi professionisti che si mettono all’asta: dovrebbero andare dietro tutte le altre regioni per evitare che le cooperative si spostino altrove.
Ma poi come facciamo coi direttori generali che non trovano medici? Secondo Bertolaso è compito dei DG che devono convincere i medici a lavorare in un ospedale, “come se fosse casa tua”, non basta fare bandi.
Ma Bertolaso sta facendo anche altro: anziché assumere e diminuire la pressione sui medici, ha proposto di far lavorare i medici in più strutture per coprire i buchi, con un aumento della paga, facendoli diventare gettonisti a loro volta.

La metà dei gettonisti professionisti che lavorano in Lombardia secondo le regole di Bertolaso non hanno la specializzazione.
Il TAR ha ora bocciato la proposta di Bertolaso, calmierare il mercato dei medici a gettone che sono un salasso sui nostri costi.

L’avanzata del privato
A Brescia ci sono strutture di primo soccorso private, Brescia Med: qui entrano solo codici bianchi e verdi, i pazienti gravi è meglio se vanno al pronto soccorso, non sono aperti h24… La visita di urgenza costa 135 euro, non ci sono servizi in convenzione. Insomma non è un vero e proprio pronto soccorso, ma è un ambulatorio dove lavorano pochi medici e due infermieri, che non affrontano le vere emergenze ma piccoli problemi quotidiani.
Certo, non ci sono code, la gente che arriva si sente trattata bene, viene visitata in tempi certi.
Non si vedono in questa struttura le scene del pronto soccorso nel pubblico: barelle in corsia, gente che aspetta per giorni in attesa di un ricovero perché mancano i posti.
Ci sono persone anziane che hanno subito un trauma, dovrebbero fare una radiografia, una TAC, ma sono costrette a rimanere per giorni in pronto soccorso.
In assenza di strutture sul territorio, non il medico di medicina generale, vanno tutti negli ospedali, oppure si rivolgono alla sanità privata.
Creando un corto circuito perverso, perché poi il medico privato richiede prestazioni che poi finiscono a carico del pubblico.

Francesca Nava racconta di quanto sia difficile prenotare una vista al CUP in regione Lombardia, dove si ritiene che il servizio sanitario sia una eccellenza.

Al CUP la giornalista ha cercato di prenotare una colonscopia in provincia di Bergamo: in agenda non c’era niente, la prima disponibilità è nel 2025, settembre.

Dopo essersi rivolta al CUP regionale, con in mano le impegnative che chiedevano un esame a 60 giorni, la giornalista si è rivolta ad alcune strutture private convenzionate col sistema nazionale in provincia di Varese. In una struttura non accettavano tutti gli esami, eseguivano gli esami richiesti solo da privato – è stata la risposta data dall’impiegata all’accettazione.

Da privato la colon costa 400 euro a cui si sommano 150 euro per eventuali biopsie, la colposcopia costa 1000 euro, l’ecografia 200 euro per la visita: il risultato è che nel privato i 3 esami diagnostici e la visita specialistica costano 1750 euro.

La giornalista si è rivolta ad un’altra clinica convenzionata col servizio regionale, con le stesse impegnative: la risposta non è stata diversa, nessuno degli esami richiesti viene eseguito in convezione, si fa tutto a pagamento.
Non garantire visite ed esami diagnostici con il servizio sanitario nazionale nei tempi previsti dal medico di base è un atto illegittimo.
Sulle ricette le classi di priorità sono indicate con delle lettere, U = urgente, P= programmabile. Il rispetto dei tempi di attesa è un diritto, lo sanno bene i volontari degli sportelli nati spontaneamente in Lombardia grazie all’intuizione di un pensionato di Codogno, città simbolo della pandemia.

Si chiama Fondazione Sportelli SOS Liste di attesa e il fondatore è il signor Andrea Viani: “i cittadini di fronte alla necessità non vanno più neanche al CUP vanno direttamente dai privati. La prospettiva potrebbe essere la distruzione del sistema pubblico”.

Nel 2020 Andrea Viani ha dato via allo sportello SOS Liste d’attesa: obiettivo è spiegare ai cittadini come ottenere le visite nei tempi richiesti.
I volontari ricevono le richieste dei cittadini e li aiutano ad ottenere le prenotazioni: quando ci si sente rispondere che non ci sono le agende aperte, si scrive una PEC al direttore generale, si fa un ricorso e, magicamente, si ottiene l’appuntamento. La legge lo consente, ma nessuno lo sa: se un ospedale non riesce a garantire una visita nei tempi previsti dal medico di base, deve attivarsi a trovare un posto o a rimborsare il ticket.
Questo dice la legge ed è un nostro diritto: la parità tra privato e pubblico non esiste, è una falsa equiparazione, perché pubblico e privato non condividono le rispettive agende.

In Lombardia si arriverà al CUP unico solo nel 2026 e si continuano ad avere le agende chiuse per spostare i cittadini nel privato.
Questo è la causa delle lunghe liste di attesa: Bertolaso a Presadiretta ha raccontato che è sua intenzione sbattere fuori i privati che non intendono lavorare alle sue condizioni, ma non esiste nessun controllo.

Così tocca a dei cittadini privati aiutare altri cittadini a far valere i loro diritti. Non è lo stato, non sono le istituzioni.

Dentro il centro traumatologico di Cesena

Nel servizio sanitario pubblico ci sono delle eccellenze: Presadiretta è entrata nel trauma center di Cesena, il Maurizio Bufalini. Qui lavorano medici che lavorano in equipe con le migliori strumentazioni diagnostiche. Salvano vite umane questi medici, non lasciano i pazienti in osservazione per ore.
La struttura sorge sulle colline sopra Cesena, è una macchina da guerra che offre servizi per tutta la Romagna.

Un lavoro che comincia la mattina alle sette, analizzando i dati dei pazienti ricoverati, pianificando interventi che possono durare anche una giornata intera. Operazioni che una volta si facevano solo all’estero, con costi fino a 150mila dollari e che invece oggi si fanno qui, in Italia, nel pubblico.

Presadiretta ha mostrato una operazione su un tumore al colon, fatta con robot che consentono di operare con precisione: lo racconta Fausto Catena, chirurgo, a Iacona “la chirurgia altamente tecnologica richiede un forte investimento in termini di risorse, anche risorse umane e pensare che in Italia una persona di qualsiasi ceto, di qualsiasi disponibilità economica, possa avvalersi di tutto questo è una conquista pazzesca, di civiltà. Ti do il massimo che esista, gratis [con la tassazione pubblica]. Lo stesso intervento potrebbe costare negli Stati Uniti 300mila dollari.. ”

Un letto in traumatologia costa 3500 euro giorno: le operazioni fatte al Bufalini non possono essere portate nel privato (perché al privato non sarebbero convenienti, non ci sarebbe profitto), i pazienti sono seguiti da diversi medici, da infermieri che li seguono tutto il giorno. Lavorano per uno stipendio dignitoso – così raccontano a Presadiretta – portandosi a casa tante soddisfazioni.
Questo è quello che rischiamo di perdere se non riprenderemo a finanziare la sanità pubblica. La nostra salute, la cura dei pazienti, la cura di una popolazione che diventa sempre più anziana.

Ma perderemo anche conoscenze e competenze in questi settori, come la chirurgia di emergenza, come quelle del dottor Fausto Catena.

Dovremmo essere orgogliosi di avere medici come il dottor Catena.

La mia preoccupazione e che a furia di togliere pezzettini dal sistema sanitario viene giù tutto – racconta il dottor Vanni Agnoletti: i medici e gli infermieri sono molto richiesti dal privato, che paga anche cifre più alte.
Ma quello che faccio qua ha un valore così enorme da essere impagabile – continua il medico del Bufalini.
Rischiamo di portare trasformare il servizio sanitario in un servizio basato sul reddito: lo spiega il dottor Corradori che a Iacona racconta che è vero che la sanità pubblica costa, ma anche la non sanità ha un costo, se le persone non ci curano anche questo avrà un costo per la società.
Investire nel sistema sanitario, universalistico e gratuito, è un contributo per la nostra democrazia: se non sei in salute non sei libero. Devi essere curato per essere libero.

Nella sanità mancano i soldi: negli ultimi 15 il sistema ha subito un definanziamento per 48 miliardi di euro, il Gimbe ha stabilito che la spesa per PIL è destinata a calare.

Non prendiamo in giro i cittadini: o si investe nel pubblico oppure si deve ammettere davanti al paese che ci si deve rivolgere al pubblico – è l’opinione di Nino Cartabellotta.
Ma poi, il privato funziona veramente meglio del pubblico?

I medici in Calabria devono combattere anche contro la criminalità organizzata e nel frattempo la sanità privata avanza velocemente.

Chi si ammala in questa regione deve subire un calvario, la storia del signor Naccari lo spiega bene, un problema al naso che non si riusciva a risolvere perché nessuno riusciva a guardare il referto dal CD.

Aveva un tumore nel naso, come emerso da una semplice analisi con una sonda: per scoprirlo è dovuto andare a Milano. Doveva morire altrimenti.
In Calabria si spende di meno in sanità e ci si sposta di più per curarsi: il rapporto Svimez parla di un paese a due cure, le regioni del sud hanno versato 14 miliardi alle regioni del nord per le cure dei loro cittadini, 2,7 miliardi sono della Calabria.

In Calabria lavora il primario Vincenzo Amodeo nell’ospedale di Polistena e a Locri: sta portando avanti una battaglia per rilanciare la sanità regionale, con nuove sale ospedaliere, con nuove macchine.
Siamo in guerra – racconta a Francesca Nava - servono medici e infermieri: alla trasmissione spiega come ci siano forti tendenze da parte della politica che spinge verso il privato. In soccorso alla sanità calabrese sono arrivati 300 medici da Cuba, ma a Polistena si lavora ancora con carenza di organico.

Il cittadino ogni giorno deve combattere una guerra per ottenere i servizi che gli spettano: l’ospedale di Locri dovrebbe essere ristrutturato dal 1998, sono stati spesi 14ml. Per fare cosa?

Anche a Locri, prenotare gli stessi esami come fatto in Lombardia, porta agli stessi risultati, non è possibile prenotare un esame nel pubblico.
Lucia di Furia è direttrice dell’ASL a cui appartiene la struttura di Locri: “Io non sono amica di nessuno da queste parti. Non conoscevo niente della Calabria, ma la parola Locride la conoscevo pure io che vivevo nelle Marche. Appena sono arrivata qui c'è stata una retata, hanno portato via dei medici, già che erano pochi li hanno pure portati via”.

La situazione che ha trovato in questa struttura è pietosa: “Ho avuto paura, devo essere onesta, ho avuto un episodio legato al mio ruolo, per altro poco tempo dopo che ero arrivata. Subite le pressioni ho capito una cosa sola, che stavo nel posto giusto. Ho detto: se è così che mi vogliono mandar via, allora è sicuro che rimango”.

Ci sono le case della salute, ma chi ci mettiamo dentro?
Si fa di tutto per rallentare la struttura sanitaria pubblica per far crescere gli interessi dei privati che pullulano nel territorio.

I laboratori privati crescono in Calabria, come le strutture sanitarie residenziali, salite al 80%.
Anche qui c’è un abbraccio tra politica e sanità che causa anche problemi ai conti pubblici: Presadiretta ha raccontato le storie di dirigenti apicali nella sanità che hanno favorito strutture private, persone nominate dalla politica che è colpevole della carenza nel servizio sanitario.
Politici che nominano i dirigenti, che poi si controllano da soli: il senatore Crisanti ha presentato una norma in Parlamento con cui togliere ai presidenti di Regione il potere di nominare i direttori sanitari, che dovrebbero essere indipendenti dalla politica.
Non mancano i soldi, ma le idee – racconta Crisanti: il costo della sanità è 180 miliardi, quasi il 9% del PIL, come è possibile che non funzioni?

É perché il sistema sanitario è marcio.

La componente privata della spesa sanitaria è salita dal 12 al 24 %, ci sono strutture che oramai sono solo private accreditate in alcune zone d’Italia: lo stato finanzia e amministra la sanità privata al posto del pubblico.

La privatizzazione della sanità è un rischio per la democrazia: uno stato privatizzato non può avere controlli, perché costano, dunque si arriva alla deregolamentazione.

In Italia oggi il gruppo san Donato e l’assicurazione Generali hanno stretto un accordo, per creare nuovi poliambulatori privati che si trovano ovunque.

Sono le smart clinic, un modello che verrà esportato in tutta Italia: il personale sanitario lo metterà San donato, Generali gli immobili e occuperanno gli spazi lasciati liberi dal pubblico.
A questo punto si perde di vista il confine tra pubblico e privato, ci si inizia a chiedere perché votare: la privatizzazione distrugge il senso stesso dello stato.




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