martedì 31 agosto - Aldo Funicelli

Presadiretta: Assange, processo al giornalismo

Un uomo 11 anni fa aveva previsto il disastro della missione militare in Afghanistan, è Julian Assange che però oggi è in carcere con l'accusa di essere una spia. Il suo processo è uno scandalo per quei paesi occidentali, compreso il nostro, che pretendono di esportare la democrazia.

Per la prima volta, sulla Rai, si parla del processo ad Assange e di Wikileaks, il sito che con le sue rivelazioni (ricevute da whistleblower degli apparati di sicurezza) aveva gettato luce sulla guerra al terrore scatenata dagli USA dopo l'attacco alle Torri Gemelle del 2001: sono i documenti segreti che parlavano delle torture, dei crimini di guerra e della situazione della guerra sul campo dando una visione completamente diversa da quelli che erano i comunicati stampa ufficiali.

Assange è in carcere a Londra, in attesa che si concluda il processo di estradizione degli Stati Uniti (ad oggi si è concluso il primo grado): il racconto di Iacona parte da Ginevra, dove sono presenti le principali associazioni sui diritti civili.

In questa città in difesa del giornalista è stato organizzato un incontro dalla stampa, dove hanno parlato tra gli altri il sindaco della città e relatore Onu sui reati di tortura, Niels Melzer.

Sulla riva del lago sono presenti le statue dei tre maggiori whistleblower, Assange, Chelsea Manning e Edward Snowden, realizzate da un artista italiano, Davide Dormino.

Qui Iacona ha incontrato anche la compagna di Assange, l'avvocato Stella Morris, con cui il giornalista ha avuto due figli, che non vede da mesi per colpa del Covid.

“Non dirò ai miei figli che il padre è in prigione, perché in prigione ci sono persone cattive” – dice Stella Morris che è convinta che se Assange non uscirà dalla prigione, ne morirà dentro, perché lo avranno ucciso.

Assange è stato arrestato da Scotland Yard nell'aprile 2019: su quali basi legali un giornalista è in carcere, senza una condanna definitiva, in piena Europa, non in una dittatura? Che segreti del potere Assange ha rivelato?

Ha rivelato al mondo della strage di civili a Baghdad compiuta da soldati americani: è la strage che trovate su youtube cercando il video “collateral murder”, dove i piloti di un elicottero apache sparano a dei civili scambiati per terroristi. Sparano anche ad un furgone che stava soccorrendo un ferito scampato alle prime raffiche: i soldati si mettono anche a ridere, di fronte ai 18 morti, tra cui un giornalista della Reuters e il suo operatore. Tra i feriti di questa strage ci sono due bambini: colpa loro perché portano i bambini in battaglia – si sente dire da un pilota.

Questo video è stato consegnato a Wikileaks, dall'analista Chelsea Manning: questa piattaforma era stata creata pochi anni prima da uno strano giornalista australiano, Assange appunto. E' grazie a questo che è stata smontata la bugia dei soldati americani, secondo cui l'azione dell'elicottero rispettava le regole d'ingaggio.

Queste uccisioni di civili, in Iraq e anche in Afghanistan, hanno avuto un impatto forte sulla popolazione di questi paesi: ancora oggi il figlio di Saeed Chmagh non riesce a non piangere, pensando alla morte del padre, a Baghdad, un reporter che si ostinava a fare il suo lavoro nonostante i pericoli.

Saeed è stato ucciso, come un animale: nel video si vede che si trascina a fatica, dopo i primi spari: i piloti che lo hanno ucciso sono oggi liberi, gli americani non hanno posto le scuse alla famiglia, solo la Reuters è stata vicina alla sua famiglia, ma solo per un breve periodo.

Mosul è stata liberata dall'esercito iraqeno nel 2017 e oggi è ancora una città di macerie: qui vivono i familiari di Namir, l'operatore che lavorava con Saeed. Anche qui, i genitori, provano tanta rabbia contro gli americani e sono grati ad Assange e Wikileaks che gli ha consentito di vedere coi loro occhi la verità sulla morte del figlio.

Nell'aprile 2010 la pubblicazione di “collateral murder” cambia le regole del gioco, racconta la guerra per quello che è: per questo Wikileaks doveva essere chiuso, perché smontava la bugia della propaganda americana.

Dal 2010 Assange è finito in un calvario, che lo ha privato della libertà: prima gli anni dentro l'ambasciata dell'Ecuador, poi il carcere.

Dopo la pubblicazione del primo video, Assange annuncia la pubblicazione dei 400mila file dei report redatti dai soldati sul campo: sono gli Afghanistan War Logs e poi l'Iraq War Logs pubblicati assieme ad una serie di testate internazionali, tra cui anche l'Espresso e Der Spiegel.

Lo racconta Stefania Maurizi, la giornalista de l'Espresso e oggi del Fatto Quotidiano che ha iniziato a collaborare con Assange in quel periodo: grazie a Wikileaks il giornalismo aveva in mano dei documenti, non secretati, in tempo reale, della guerra.

Documenti sulla guerra, minuto per minuto, in Afghanistan e in Iraq: i massacri ai check point dove si sparava a tutto ciò che si muoveva, le torture in tutti i dettagli, le uccisioni di massa, le bombe tra le due fazioni, gli sciiti e i sunniti.

Questi report raccontavano già anni fa come la coalizione in Iraq e in Afghanistan non potesse vincere la guerra, per gli attentati, per le bombe degli insorgenti.

Di questa guerra in Iraq chi ha sofferto di più è stato il popolo iraqeno: altro che missione compiuta, come annunciò Bush sulla portaerei nel 2003, altro che missione compiuta, altro che libertà e pace, altro che ricostruzione. Nel 2003 l'Iraq piombò in una guerra civile che fece migliaia di morti.

Bradley Manning era un analista di 22 anni di stanza a Baghdad: chattando con un hacker americano, che poi lo denunciò al governo americano, Manning racconta la ragione del consegnare a Wikileaks dei documenti segreti sulla guerra. Perché il mondo deve sapere, le persone devono essere informate, devono conoscere il volto del “potere segreto”, quello composto dalla lobby delle armi, dalle strutture di intelligence, dalla grande finanza che va a braccetto con i primi due.

Chelsea Manning (come oggi si chiama) ha consegnato un'enorme quantità di materiale classificato che smontava in tempo reale la bufala della propaganda sulle guerre umanitaria: il potere segreto che poteva andare sopra i miliardi spesi per queste guerre, sul lager di Guantanamo, sui 15 mila morti civili in Iraq, sulle torture e sulle rendition (tra cui anche quella in Italia dell'imam Abu Omar).

Senza il suo coraggio, senza la pubblicazione delle schede degli arrestati a Guantanamo, non sapremmo nulla dei detenuti in questo lager: sono storie incredibili, persone reclutate da Al Qaeda per una lotteria e per questo spedite a Guantanamo, persone arrestate perché conoscevano i sentieri impervi dell'Afghanistan.

La guerra per esportare la democrazia è diventata subito una guerra sporca: lo dicono i documenti di Wikileaks, lo dicono le foto di Abu Ghraib pubblicate dal giornalista Seymour Hersh, che si era basato su un rapporto di un generale, Tabuga, che scelse di non nascondere le torture.

Altro che onore, dovere, patria: ad Abu Ghraib c'era solo omertà, come nella mafia.

Edward Snowden, ex analista dell'NSA, è un altro whistleblower di Wikileaks che rivelò al mondo dello spionaggio di stato su cittadini americani ed europei, degli omicidi compiuti dai droni (che non uccidono solo terroristi), delle rendition e delle torture di persone sospettate di essere terroristi, come il cittadino tedesco El-Masri o Abu Omar in Italia.

Tutte storie in cui i tribunali, la giustizia, le leggi, non potevano intervenire perché c'era il segreto di stato, perché in nome della sicurezza si bloccava tutto. Ma era un segreto di stato usato per nascondere torture e reati.

Il caso Abu Omar è l'unico che è approdato in un processo e che ha portato a delle condanne, sia degli agenti della Cia che del Sismi che collaborarono al rapimento: l'ex magistrato Spataro ha spiegato come il rapimento e la tortura non sono servite a salvare vite umane, a prevenire attentati. Siamo tornati al medioevo, alla tortura per ottenere una confessione, con un salto indietro di secoli, calpestando le convenzioni internazionali e la nostra Costituzione.

Ma poi il segreto di Stato ha salvato gli agenti della Cia, grazie a tutti i governi che si sono succeduti dal 2007 e alla grazie presidenziale: nei documenti inviati dalle ambasciate e che Wikileaks ha pubblicato (i cable-gate) emergono le pressioni fatte dal governo americano per bloccare l'azione dei magistrati italiani di Milano.

Ci sono le pressioni all'allora sottosegretario Enrico Letta per bloccare i pm di Milano e poi quelle all'allora ministro La Russa.

Non abbiamo chiesto l'estradizione di quegli agenti, “è una tradizione” dice Frattini oggi, come se fosse normale che un paese alleato calpesti la nostra sovranità nazionale.

Nei cabli pubblicati da Assange emerge come per gli americani l'Italia fosse il giardino di casa: il nostro paese ha dato assistenza per le missioni di guerra, ha bloccato le proteste dei pacifisti che potevano bloccare il materiale militare.

L'Italia è il posto eccellente per fare i nostri affari politici e militari – racconta l'ambasciatore Sembler riferendosi al governo Berlusconi.

A fine 2010 sulla testa di Assange piomba un'accusa terribile, quella di stupro nei confronti di due donne svedesi, nel corso di una sua visita.

Con queste due accuse la sua immagine inizia ad essere scalfita, perché si tratta di accuse infamanti: nel suo libro (Il potere segreto” - Chiarelettere) la giornalista Stefania Maurizi racconta le stranezze dell'accusa della procuratrice svedese, le zone oscure, quanto le indagini si siano protratte a lungo per colpa della procura svedese e della corte inglese.

Anche il relatore per l'Onu sulla tortura, Nils Melzer, che si è letto le carte dell'istruttoria su Assange, è convinto che questo processo non abbia delle basi solide e che dietro abbia invece solo il tentativo di metterlo a tacere.

Assange avrebbe potuto essere interrogato a Londra dalla procuratrice svedese, che invece voleva per forza interrogarlo in Svezia, dove c'era il rischio che venisse estradato in America.

Dopo aver perso la battaglia per l'estradizione, Assange si rifugiò nell'ambasciata dell'Ecuador, dove rimane per sette lunghi anni, anni in cui il caso rimase incredibilmente aperto.

Anche qui diventa prezioso il lavoro di indagine della giornalista italiana: sono stati gli inglesi ad aver impostata la strategia di accusa con gli svedesi, nessuna interrogazione per via telematica, ma portare il caso per le lunghe per bloccare Assange che non può mettere il naso fuori dall'edificio circondato da poliziotti inglesi.

Assange rimane per sei anni rinchiuso in una piccola stanza, senza la luce del sole, senza poter respirare all'aria aperta: ma finché in presidente rimase Correa, il giornalista poteva stare tranquillo. Ma poi arrivò un altro presidente, più sensibile ai desiderata degli Stati Uniti, del Fondo Monetario: il governo Correa fu fatto cadere anche per le manovre della Cia, sostiene oggi l'ex presidente, che aveva fomentato una rivolta nel paese sudamericano.

Col nuovo presidente Moreno, la vita dentro l'ambasciata inizia a diventare un inferno: Assange inizia ad essere isolato, non può ricevere visite, il tutto per rendergli la vita difficile, per costringerlo a fare un passo falso.

Dentro l'ambasciata Assange era spiato: è quanto è emerso dallo scoop di un giornale spagnolo, El Pais, sulla UC Global di David Morales che spiò per gli americani Assange dentro l'ambasciata, in modo illegale, tutti i giorni.

Vengono spiati anche gli incontri dell'ambasciatore dell'Ecuador, gli incontri di Assange coi suoi avvocati, i cellulari dei visitatori compresi i codici Imei, tutte informazioni poi finite nelle mani dei servizi segreti americani.

Assange avrebbe potuto essere nominato diplomatico dall'Ecuador, per consentirgli di uscire dall'ambasciata senza il rischio di essere arrestato: lo si era deciso in una riunione del 21 dicembre, ma guarda caso il 22 dicembre gli Stati Uniti formalizzano un'accusa contro Assange, che evidentemente erano stati avvisati per tempo.

Nell'aprile del 2019 viene revocato nel 2019 e così la polizia inglese riuscì ad entrare dentro l'ambasciata per arrestarlo, in attesa del processo di estradizione.

Una detenzione crudele, ai limiti della tortura, per zittire un giornalista che aveva colpito questo potere segreto: Assange ha i sintomi di una tortura psicologica racconta a Iacona Niels Melzer “quando mi manderanno negli Stati Uniti quella sarà la mia condanna a morte” racconta Nils Melzer relatore speciale contro la tortura all'Onu, “se mi dovessero estradare farò in modo di non andarci vivo”.

Assange è sotto processo per una legge del 1917 che per la prima volta colpisce un giornalista: ma secondo il governo americano non è un giornalista, è solo uno che ha violato la sicurezza di chi collaborava con gli USA nei teatri di guerra.

Viene accusato anche di avere le mani sporche di sangue, ma si tratta di una bugia perché ad oggi non risulta nessun caso di analista, collaboratore, informatore ucciso per colpa di questi leaks. Non solo, Wikileaks ha filtrato la documentazione rivevuta da Assange e Snowden prima di pubblicarla.

Condannare Assange considerandolo come una spia significa condannare il giornalismo: come potranno poi gli Stati Uniti puntare il dito contro altre dittature che non amano la libertà di stampa?

Se Assange verrà condannato sarà un precedente per altri giornalisti che si dovessero permettere di pubblicare atti secretati.

Assange è perseguito perché ha sfidato la nazione più potente del mondo pubblicando notizie vere per informare le persone: la sua condanna è un deterrente per preservare il potere segreto, che protegge la criminalità di stato (le torture, i rapimenti come nel Cile di Pinochet), che consente alle aziende delle armi di continuare a fare affari.

Se Assange dovesse essere condannato, conclude la sua intervista Nils Melzer, “significa che noi viviamo in una tirannia”.

Questa è la partita dietro il processo ad Assange: in gioco è la democrazia dell'occidente e dentro ci siamo tutti, lo vediamo dalle immagini della caduta rovinosa di Kabul.

Le parole di Gino Strada sul suo Afghanistan, morto in questo agosto, diventano ancora più importanti: fino alla fine aveva denunciato questa guerra, senza senso, che è andata avanti da venti anni, che è costata 8,5 miliardi di euro, che ha reso questo paese più povero, che ha causato un flusso di 4 milione di profughi.

Una guerra persa, non solo dal punto di vista militare ma anche da quello dei diritti, per liberare le donne dal burqa, quando avremmo dovuto portare istruzione e lavoro.

La guerra si associa sempre con la bugia – continua Strada nell'intervista - si raccontano frottole per giustificare l'uccisione di persone, la scusa di aver ospitato Bin Laden non teneva, perché si era rifugiato al confine col Pakistan.

Ma il potere non ama la verità, per questo Assange è oggi sotto processo.




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