martedì 12 settembre - Aldo Funicelli

Presa diretta dell’11 settembre: Isis, obiettivo Italia, radicalizzazione e modello danese

Riprende la stagione di Presa diretta con un'inchiesta sul rischio terrorismo in Italia: chi sono quelli che ci vogliono colpire e come possiamo difenderci?

Sono passati 16 anni dall'11 settembre, ma navighiamo ancora nel flusso di quella tragedia, il mondo non è più sicuro, l'incubo nucleare è ora in Corea.
Ma a differenza di allora l'allarme terrorismo arriva da dentro di noi: anche se fino ad oggi non ci sono stati attentati in Italia, sono 43 gli italiani morti per mano del terrorismo islamico.
Come Luciano Tadiotto, morto in Marocco, dove stava portando lavoro.
22 delle vittime giravano il mondo per lavoro o per studio: come le morti in Bangladesh a Daccra, uccisi in un ristorante, tra cui Maria Ribioli, che si occupava di qualità per la sua azienda, nel settore tessile.
“Il sorriso di Maria era eccezionale”, queste le parole della sorella, che la ricorda così, sorridente, in modo costruttivo: “io non voglio vivere col terrore di uscire di casa”.
 
A Londra è morta Benedetta Ciaccia: era un'analista finanziaria, uccisa in un attentato a pochi mesi dal suo matrimonio.
Il suo posto a Londra se lo era sudato, senza raccomandazioni, figlia di gente normale: ancora oggi il padre si commuove al pensiero della figlia. Una morte che non si accetta, come non si accetta il fatto che la via a lei dedicata sia diventata una discarica.
 
Altri 21 morti erano in giro per turismo: Gianna e Angelo sono morti nel loro anniversario di matrimonio, a Nizza. Paola e Daniela Bastianutti sono morte invece a Sharm El Sheik, uccise da un kamikaze. Dovevano festeggiare la laurea di Daniela.
I genitori per ricordare le figlie hanno fondato una casa famiglia per bambini in difficoltà
Luca Russo è morto a Barcellona, come Bruno Gulotta. Nessuno si poteva immaginare un attentato in una città così aperta e cosmopolita.
Il camion ha mirato proprio alle famiglie con bambini. 
 
Come possiamo fare in modo che non aumenti la lista delle vittime, come possiamo prevenire gli attentati? Saranno le risposte che cercherà di dare il reportage.
 
Isis obiettivo Italia.
L'allarme rosso per un attentato in Italia è stato lanciato dai Servizi sei mesi fa: l'Isis perde terreno sul fronte mediorientale ma aumenta il rischio di attacchi a casa nostra. La promessa di un attacco è stata annunciata da un video di propaganda: altri video online annunciano la conquista di Roma, dal Colosseo al Vaticano.
Nella rivista della jihad Rumiya si dice che non si fermeranno, fino agli ulivi di Roma: porterebbe consenso, attenzione, audience nel mondo islamico.
Roma è una grande opportunità: il “site intelligence group”, che monitora le attività dei jihadisti su Telegram, ha scoperto che l'Italia è il prossimo obiettivo.
Un gruppo di terroristi kosovari stava preparando un colpo a Venezia, al Rialto: i carabinieri li hanno seguito, ne hanno seguito l'addestramento, anche fisico.
E anche la radicalizzazione, seguendo filmati in rete, così come è successo a decine di altri ragazzi in Europa.
 
I ragazzi kosovari si addestravano in palestra, per picchiare nel modo più efficace: una violenza che hanno sfogato anche in risse dentro locali.
Aspettavano il giuramento al gruppo per poter compiere il primo attentato: quando il rischio è diventato troppo alto sono entrati in azione carabinieri e polizia, la notte del 30 marzo.
 
Il procuratore D'Ippolito ha raccontato alla giornalista come la zona del Triveneto sia una zona di passaggio dei terroristi, il che ci costringe a tenere alta l'attenzione, da allarme rosso.
 
“Viviamo un momento di sospensione” commentava Iacona, questa la nostra reazione ad ogni episodio di terrorismo: l'unica soluzione è la conoscenza, sapere come si muovono, come si addestrano, da dove arrivano, quali sono gli spostamenti da e verso la nostra frontiera, come quella verso l'est.
La zona del Kosovo è cruciale, da qui è partita Giulia Bosetti, intervistando il nipote di uno degli arrestati di Venezia: non c'erano prove della sua colpevolezza ed è stato espulso.
Nega qualsiasi coinvolgimento, come anche le famiglie degli arrestati: i loro parenti sono innocenti. Negano i post su facebook, negavano le bandiere dell'Isis.
La guerra dell'Isis? È una guerra politica, anche gli eserciti stranieri uccidono bambini, dunque sono terroristi anche loro.
 
L'inchiesta di Venezia mette in fila le correlazioni tra Venezia, Kosovo e Siria: un legame emerso anche da un'inchiesta di Brescia, che ha portato all'arresto del macellaio dei Balcani.
Il kosovo è diventato un paese strategico per l'Isis, per il traffico della droga, per lo spostamento dei jihaedisti.
Dopo la guerra in Kosovo i paesi dell'area del golfo hanno finanziato la costruzione di moschee, molti giovani sono andati a studiare in questi paesi e sono tornati radicalizzati- racconta un giornalista kosovaro, che sta seguendo il fenomeno dell'Isis.
L'Islam arrivato dal golfo ha provocato la radicalizzazione dei peggiori: sono i paesi con cui noi occidentali stringiamo accordi da miliardi, forniamo armi. Non dimentichiamocelo.
 
Anche Anis Amri si è radicalizzato in carcere: la sua storia è molto istruttiva di come funziona il meccanismo di radicalizzazione in carcere.
Ha ucciso 12 persone, guidando un camion a Berlino: ha immortalato in un video il suo giuramento al califfo Al Bagdadi: “macelleremo voi maiali infedeli...”
A Berlino ha ucciso le persone, ma la sua storia è cominciata in Italia, dove è sbarcato a Lampedusa: aveva alle spalle dei precedenti, così ha raccontato di avere 17 anni.
Da fuoco alla comunità che lo ospita, va in diversi carceri e a Palermo, dove viene radicalizzato: assume comportamenti violenti, aggredisce il personale di polizia penitenziaria.
La sua storia è un segnale importante per comprendere come funziona il radicamento nelle carceri: è il luogo più facile dove radicalizzare.
Viene espulso dall'Italia ma la Tunisia non collabora, così Amri passa prima per il Lazio da un amico e poi va in Germania. Nel centro di accoglienza beveva e fumava, andava a donne.
Dopo era diventata una persona religiosa, estremista, che passava le giornate a leggere il Corano.
Bosetti è andata dalle sorelle di Amri in Tunisia: sono orgogliose del fratello, fiere. Nessun pentimento, nessun rimorso.
Da questo paese sono partiti molti foreign fighters per la Siria o in Libia: molti sono reclutati per soldi, racconta un ragazzo del posto.
Un compagno di Amri racconta del ragazzo che aveva conosciuto in Tunisia: non era praticante e non andava in Moschea.
I reclutatori che oggi arrivano in Tunisia convincono i ragazzi puntando sulla ricerca di un identità, per ragazzi che non hanno un lavoro o una prospettiva.
 
Anis Amri si è radicalizzato nelle prigioni siciliane: il fratello ha accettato l'intervista e ha raccontato della storia di Anis in carcere. Le punizioni prese e poi l'incontro con altri detenuti che gli hanno fatto il lavaggio del cervello.
 
Amri è entrato nel mirino della polizia tedesca a pochi mesi dal suo arrivo in Germania, viene classificato subito come foreign fighters: tre mesi prima dell'attentato si interrompe il monitoraggio, mentre Amri comincia a fare proselitismo su Facebook e smette di comunicare coi familiari.
Anis era in contatto col nipote, con Telegram, a cui aveva inviato anche dei soldi: il nipote è stato arrestato con l'accusa di terrorismo.
E così ora anche per lui c'è il rischio radicalizzazione in carcere.
 
Rischio di cui è consapevole anche il ministro Orlando, che in Parlamento ha parlato dell'attività di monitoraggio del DAP: più di 375 individui, oltre a quelli a rischio, il cui controllo è quasi impossibile.
Le nostre carceri sono piene di immigrati, molti sono islamici e di questi alcuni hanno anche esultato dopo episodi di terrorismo – racconta il capo del DAP, Consolo.
E gli istituti mancano di strumenti per affrontare questo problema: traduttori, per esempio. La mancanza di luoghi di culto, di Imam che incontrino i detenuti.
Così i detenuti islamici si costruiscono l'identità di vittima, per motivi religiosi, da parte di uno Stato che li rinchiude solo per motivi religiosi.
Il miglior regalo per gli estremisti.
 
Samad Bannaq è un ex detenuto: ha raccontato di come avvengano le trasformazioni religiose, in carcere, per l'odio verso l'esterno, per l'isolamento.
Così arrivano i “cattivi maestri” che hanno gioco facile su queste persone: il loro odio diventa così il carburante per la radicalizzazione.
 
Si deve partire dal carcere dunque, dalla possibilità di praticare la religione, da luogo di riflessione: questo succede al carcere di Torino, dove il 40% dei detenuti è di religione islamica.
Qui un Imam, con l'accordo dell'amministrazione penitenziaria, prega dentro il carcere, sia in Arabo che in italiano, perché vuole che gli italiani sappiano quello che si dicono.
Un Imam e anche un mediatore culturale: il clima in carcere è migliorato, sono diminuiti gli episodi di autolesionismo, di violenza.
Peccato che Torino sia un caso isolato: un sistema dove lavorano tutti assieme, l'amministrazione, la polizia penitenziaria, la comunità musulmana.
 
L'esercito nelle città, il monitoraggio dei presunti terroristi.
Dietro però c'è il lavoro dell'intelligence.
Siamo indietro su un punto: la prevenzione.
 
Lorenzo Vidino è il presidente della commissione Jihadista: siamo indietro rispetto ad altri paesi europei sulla radicalizzazione, che non avviene più nelle moschee ma nelle prigioni, su internet o per le amicizie.
Questo rende il lavoro di monitoraggio più complesso: mancano però delle politiche di prevenzione della radicalizzazione, o per de-radicalizzare persone già estremiste.
 
Il fronte del reclutamento: il web
Giulia Bosetti ha raccontato la storia della moschea di Lecco: l'Imam viene contattato su FB da una persona che ha cercato di reclutarlo, invitandolo a venire in Siria per combattere.
In occidente non si può essere musulmani – diceva questa persona: sei una donna, sei una persona infedele ..
L'Imam ha contattato la Digos che ha rintracciato la persona, dalla Siria: era una persona cresciuta a Milano, da dove è partito per arruolarsi dentro lo stato islamico.
Monsef è diventato un terrorista passando tempo su internet – racconta il prete che lo ha seguito per anni nella comunità per minori: ha visto crescere il suo astio contro l'occidente, lo svilupparsi di una nuova identità, nel radicalismo, lui che era cresciuto senza genitori.
Ragazzi senza identità che ne trovano una, nell'estremismo religioso.
 
Il 17 gennaio 2015 Monsef si è imbarcato per Istambul da Bergamo, assieme all'amico Tariq: hanno acquistato anche un biglietto di ritorno, per ingannare la polizia di frontiera.
In Siria, dopo l'addestramento, ha cominciato a reclutare gli amici via internet, quelli dentro la comunità: venire nella terra dell'Islam per combattere gli invasori.
Monsef è stato condannato in contumacia ad otto anni, per il suo proselitismo online.
 
In questi mesi si sta iniziando a studiare il mondo del web e del radicalismo, con colpevole ritardo: manuali tradotti, raccolta fondi, video, inviati via web, su Telegram, in particolare, che ha meno controlli rispetto ad altri canali.
 
Una giornalista francese, Anne Erelle, è entrata in contatto coi vertici dell'Isis, come Abu Bilel, navigando su internet: ha dimostrato quanto è facile entrare in contatto con le persone dell'Isis. Di come funzionano le tecniche di persuasione dei ragazzi: nello stato islamico non c'è povertà, ci sono opportunità.
Erelle ha rischiato molto per questo suo lavoro, è stata lanciata una fatwa contro di lei.
 
In fondo a queste storie c'è un fanatismo feroce, un mondo in bianco e nero, tagliato di netto: le persone che entrano in questo mondo si lasciano ammazzare per la loro ideologia.
Uscire da questo mondo è difficile: per tirarli fuori da questa identità devi disgregarla, per costruirne una nuova.
 
L'esperienza danese
Il problema del radicalismo non può essere risolto solo col lavoro delle intelligence: in Danimarca hanno scelto di combattere l'estremismo con progetti di de-radicalizzazione. Qui hanno studiato i migliori progetti al mondo: hanno fatto prevenzione, cercando di intervenire sui primi passi dei ragazzi.
I danesi sono entrati nei ghetti, hanno collaborato con la comunità islamica cercando le persone che potevano aiutarli, come l'avvocatessa Parwani.
Si sentiva esclusa dalla comunità, isolata, per la sua religione: la cosa più pericolosa è l'emarginazione e l'isolamento, bisogna dare loro un posto dove sfogarsi, dove confrontarsi.
La città di Aahrus è al centro di questo progetto che coinvolge insegnanti, polizia, anche persone religiose della comunità musulmana.
Un tutor segue i ragazzi radicalizzati per riportarli dentro la società che non devono più sentirsi esclusi: bisogna trovare un equilibrio tra la cultura occidentale e quella delle famiglie di provenienza.
La moschea della città è un ponte tra la comunità e i giovani: a Copenaghem l'Imam è una donna, che insegna l'islam critico, che diffonde il messaggio di un islam come religione di pace.
Il terrorismo è un problema politico non religioso, spiega l'Imam donna: sento che la mia missione sia parlare a culture e religioni differenti.
I partiti nazionalisti puntano sulla islamofobia, che porta ad ulteriore radicalizzazione: ma se le persone si sentissero integrate, non si radicalizzerebbero.
 
Il modello danese potrebbe arrivare anche in Italia, dentro le nostre città, nelle scuole, nelle moschee, nelle nostre carceri.
E la politica deve smettere di alzare i toni, puntando ad incassare i voti della paura, perché sta facendo proprio quello che l'Isis vuole.
E chissà se i Salvini lo hanno capito.



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