martedì 11 febbraio - Phastidio

Più Iva per meno Irpef? I conti non tornano

Gli anglosassoni lo chiamano “il gusto del mese“, rifacendosi ai gelati o ad altri alimenti, noi lo traduciamo come “quarto d’ora di popolarità”. Applicato alla politica, diventa invece un tormentone che dura in media un anno e a volte anche oltre. 

Di solito si tratta delle cosiddette “riforme”, più spesso della legge di bilancio dell’anno successivo. Quest’anno, ma anche il precedente, si tratta della cosiddetta rimodulazione Iva, che continua a mettere a dura prova la logica.

Si dice: aumentiamo l’Iva, così potremo ridurre l’Irpef. Forse. Forse prima dovremmo scrollarci di dosso quel marchio d’infamia del record di evasione ed elusione Iva in Europa, dove siamo indiscussi maestri di frode. Ma tant’è: la politica scorda questi dettagli, preferendo imbucare lettere ai giornali.

Prendete il sottosegretario all’Economia, il Pd Pierpaolo Baretta, il più vocale sostenitore della “rimodulazione”, con la finalità di “ridurre le tasse sui redditi medi e bassi”. Da parecchio tempo quello è il suo mantra, ripetuto ossessivamente anche a chi gli chiede l’ora. A dirla tutta, come forse ricorderete, l’idea di precostituirsi risorse aumentando l’Iva era già comparsa lo scorso anno ma fu stoppata dal partito di Matteo Renzi, che si mise di traverso costringendo l’esecutivo a rimettere nel cassetto tutta la retorica rimodulazionistica con cui era già iniziato il lavaggio del cervello all’opinione pubblica.

Ora si riparte, con gli stessi argomenti, e Baretta è in prima fila a sbracciarsi. In una intervista ieri al Corriere, il sottosegretario ha ribadito:

Bisogna avere un’idea chiara: abbassare le tasse sul carrello della spesa e lasciare crescere sui beni di lusso e generi voluttuari.

A questo punto, urge un chiarimento. In primo luogo, la base imponibile Iva produce la maggioranza di gettito sull’aliquota ordinaria. Quindi non di rimodulazione si tratterebbe bensì di aumento, anche dell’aliquota principale. Poi attendiamo da Baretta e compagni la definizione di “lusso” e “genere voluttuario”.

L’intervistatore, Mario Sensini, tenta di eccepire che “dall’Iva sui beni di lusso esce un gettito modesto”, sempre a patto di chiarirci quali sono questi “generi di lusso”, ma Baretta guarda già avanti, scrutando il Sol dell’Avvenire:

Vedremo. E poi bisogna intendersi, alla luce del cambiamento dei costumi, su cosa è il carrello della spesa, cosa è lusso e cosa è voluttuario.

Verissimo. Serve una commissione di soggetti moralmente superiori che compili queste tassonomie. Una bella sbornia moralistica, temperata dalla considerazione che il gettito è innalzabile sui beni a domanda rigida, e passa la paura. Cambiano i costumi? La Buoncostume fiscale è all’opera.

E tuttavia non penserete di cavarvela così a buon mercato, vero? Cosa pensate di fare recuperando 5-7 miliardi di aumento Iva, se volete ridurre l’Irpef? E infatti non basta:

Servono anche la riforma delle detrazioni e deduzioni, e i frutti della lotta all’evasione. Tutte queste risorse devono essere convogliate nella riduzione del carico fiscale sui redditi medio bassi.

Ah ecco. Quindi serve la “riforma” di detrazioni e deduzioni. Ma di quali, se il grosso del gettito perso viene da quelle su lavoro dipendente e pensione, sanità e interessi sui mutui prima casa? Forse Baretta pensa di fare gettito togliendo quelle su veterinario e abbonamento del tram? Ovviamente no: toglieranno le principali agli schifosi “ricchi” da 50 mila euro annui in su, perché altrimenti il recupero di gettito sarebbe semplicemente risibile.

Sarà il nuovo massacro dei Kulaki, meglio se a reddito fisso. Quelli che sguazzano nei “consumi voluttuari” e nel “lusso”, che il compagno Baretta vuole rieducare, magari con supporto di qualche prezioso “documento programmatico” delle Sardine, ora che i nostri giovani eroi iniziano le “consultazioni”, a partire dall’autonomia differenziata.

In tutto ciò, ricordate che nel 2021 scatteranno clausole di salvaguardia su Iva e accise per quasi 21 miliardi. Sapete far di conto? Allora provate a contare di quanto occorre aumentare Iva e cancellare tax expenditures per colmare quel gap e creare risorse per la storica riforma nota col nome “più Iva e meno Irpef”. Quando l’analfabetismo computazionale incontra il cinismo politico, questi sono i “manifesti” prodotti.

Sempre da classificare alla voce “buca delle lettere della politica” (a.k.a. “retroscena”), ecco un’altra preziosa soffiata: aumentiamo l’Iva su ristoranti ed alberghi, magari con la motivazione che quelle sono attività “ad alto rischio evasione”, signora mia (e quindi mazziamo i cornuti consumatori), e comunque sarebbe “un costo in parte a carico degli stranieri che frequentano le strutture ricettive del Paese”. Come non averci pensato prima? Facciamo pagare questi ricchi stranieri con anello al naso, che vengono da noi per farsi fulminare dalla sindrome di Stendhal, e oplà, il gioco è fatto. Meglio di una giornata di duro lavoro in metropolitana, a ripulire portafogli.

Sono 1,8 miliardi di maggior gettito per punto percentuale di aumento Iva: che faccio, lascio? Se aumentassimo l’Iva di dieci punti percentuali e la domanda rimanesse rigida, potremmo quasi “disinnescare” tutte le clausole di salvaguardia per il 2021. Se poi portassimo l’Iva al 50%, potremmo anche diventare paradiso fiscale con welfare scandinavo a costo zero, nulla ci sarà precluso!

Decisamente noi italiani abbiamo una marcia in più, quando si tratta di (dis)far di conto e farsi del male. E a me resta la solita domanda: più insipienza o cinismo?

P.S. Il passo successivo allo slogan, che fanno in pochi, è quello di scoprire che lo scambio più Iva meno Irpef produce soluzioni comunque più regressive a meno di aumentare i trasferimenti, almeno per la parte più povera della distribuzione del reddito. E come? Che domande: aumentando l’Irpef sui “ricchi”, no? È la triste storia del paese che voleva crescere a colpi di redistribuzione e riuscì solo a far crescere la pressione fiscale. Impossibile non pensare al tizio che voleva estrarsi dalle sabbie mobili tirandosi per il codino. Come si chiamava? Ah si: il Baretta di Münchhausen.

Foto: Pixabay




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