martedì 12 ottobre - Marina Serafini

Piccoli Architetti

Sabato 2 ottobre, giro la chiave nel quadro della mia auto e mi avvio verso Artena, un borgo del Lazio davvero affascinante.

Il primo impatto è sorprendente: di colpo, dinanzi agli occhi si erge questo paese antico, attorcigliato su un’altura – siamo a 600 mt – “come le spirali di un intestino”, dice qualcuno. Parcheggio vicino alla porta principale come da indicazioni, e inizio a inerpicarmi per una salita piuttosto ripida. In basso la vallata, cosparsa di costruzioni moderne.

La porta mi accoglie con draghi e pallottole di pietra, la supero, entro nella piazza e prendo le scale in un vicolo laterale, verso la chiesa di S. Stefano. Alle 15.30 sono lì: appuntamento rispettato!

La porta è aperta, e l‘organizzatore mi invita ad entrare.

Una trentina di bambini muniti di matite colorate se ne stanno molto concentrati, seduti attorno ad un lungo tavolo, a disegnare su un’ampia tovaglia di carta, ognuno nel proprio spazio. Chi con la mamma vicino, chi si consulta col vicino, qualcuno tiene stretto il suo strumento di lavoro, quasi temesse di perderlo. Vedo un bimbo inginocchiato sulla sedia, totalmente assorbito: non ha occhi per nessuno tranne che per quella macchina “futurista” che ha appena disegnato, con le belle strisce rosso fuoco a indicane la velocità.

Con loro è l’architetto Natasha Pulitzer,( https://www.natashapulitzer.com/it/ ), una donna entusiasta, inarrestabile e dal carisma coinvolgente. Si divertono tutti: i bambini, gli adulti presenti, l’architetta che, in veste di maestra, saltella da una parte all’altra, tra le domande dei bambini e la lavagna, su cui disegna a sua volta dando spiegazioni. Sorride l’organizzatore, che osservo piegato sul disegno di un bambino mentre dice con entusiasmo che è un disegno bellissimo.

Sorrido anche io, un po' commossa, nel vedere tanta vita in un luogo così insolito: le chiese sono sempre silenziose, in ombra, e ospitano adulti riflessivi…

È l’ora dei saluti, e in poco tempo i disegni vengono raccolti, i tavoli smontati, le attrezzature riposte. Aiuto a sistemare le panche utilizzate mentre ascolto le mamme entusiaste chiedere il coinvolgimento in altri eventi futuri. Una piccola delegazione di bambini circonda Natasha con un sacchetto da cui, uno ad uno, tirano fuori piccoli doni fatti da loro, oggetti portafortuna e di quotidiana utilità.

 A Natasha brillano gli occhi, e loro non sembrano più voler andar via.

Usciamo, e nella piazza non posso non avvicinare questa energica signora, così mi lascio travolgere dalle sue parole. Non è stanca, non credo sia proprio capace di stancarsi. Le chiedo cosa è accaduto, nel pomeriggio, in quella chiesa, attorno a quei tavoli; le chiedo cosa significhi “voler insegnare ai bambini l’architettura”, e dalle sue risposte sperimento, ancora una volta, quanto siano limitanti le nomenclature nella comprensione dei fatti.

Tra un sorriso e un sorso di acqua alla menta – forse non si stanca, ma l’arsura domina – N. è di nuovo in versione maestra, e mi spiega che lei ci tiene a insegnare ai bambini a stare tra le cose. Mi spiega che li ha messi intorno a un tavolo perché si sentano parte del mondo, che imparino a cogliere la tridimensionalità di quanto esiste. E poi li spinge ad osservare.

Mi indica la facciata del palazzo che abbiamo davanti, e in pochi minuti sveglia anche il mio sguardo. Seguo le sue indicazioni e noto particolari trascurati: la crepa, i fiorellini, quei cavi che sbucano, e quel vaso lassù, in alto, che denuncia la presenza di un balcone. E chissà quel balcone come sarà…

Disegnare impone attenzione, fa capire che ci sono dimensioni, distanze, proporzioni e illuminazioni diverse… ci costringe ad osservare. Ritorno con la mente ad una scenetta a cui avevo assistito poco prima, all’interno della chiesa: un bambino le aveva mostrato con fierezza il disegno della sua automobile e alla sua provocazione - “E dove si muove la macchina; forse vola?” - la manina ha disteso una strada subito sotto le ruote; gli occhi bassi in una espressione imbarazzata.

Natasha mi dice che gli adulti devono apprendere sin da bambini cos’è la realtà, perché ci viviamo dentro. Ripenso al sole che le ho visto far inserire sopra il tetto di una casa disegnata: “a nord o a est?”

La bioclimatica, come l’architettura, non deve restare una definizione difficile, ma l’indicazione di una modalità di esistenza. Anche per i bambini.

Un esperimento riuscito, quello cui ho assistito, in cui si è dimostrato che basta porre le condizioni per far apprendere ai bambini col divertimento perché loro apprendano impegnandosi, e si divertono. E di questo ne beneficia tutta la comunità.

Dovremmo ricordarlo più spesso ai maestri delle nostre scuole…




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